Quella fila di miliardari seduti in prima fila nella Rotonda del Campidoglio, lo scorso gennaio, non era un caso. Era un manifesto.
Elon Musk, Tim Cook, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg, Sundar Pichai, Sam Altman: l’élite della Silicon Valley era schierata come un corpo diplomatico al giuramento di Donald Trump. Un anno dopo, il bilancio di quell’alleanza si misura in cifre che sfidano la comprensione.
Solo Musk ha accumulato circa 234 miliardi di dollari di ricchezza aggiuntiva. Bezos ha aggiunto altri 15 miliardi al suo patrimonio, Alphabet è diventata la seconda azienda di maggior valore al mondo con un balzo del 66% in Borsa, e la valutazione di OpenAI, l’azienda di Altman, è più che triplicata, passando da 157 a 500 miliardi di dollari.
La tesi è semplice: Washington sotto Trump è diventata esplicitamente transazionale, e la Silicon Valley ha imparato a giocare secondo le nuove regole. Non si tratta più di lobbying tradizionale, di pressioni discrete nei corridoi del Congresso. È la diplomazia del vassallaggio esibito, fatta di cene sfarzose, donazioni pubbliche, e soprattutto investimenti annunciati in pompa magna.
Il messaggio è chiaro: chi porta doni viene accolto e premiato. Chi resiste, viene punito.
Trump e il prezzo dell’amicizia
Il biglietto d’ingresso alla corte trumpiana ha un costo preciso. Musk ha speso oltre 250 milioni di dollari per riportare Trump alla Casa Bianca, tra contributi diretti alla campagna e sostegno a candidati repubblicani. Gli altri si sono allineati con donazioni da un milione di dollari ciascuno al fondo inaugurale (il triplo, nel caso di Google, rispetto al 2017). Ma i soldi sono solo l’inizio.
Jeff Bezos, ad esempio, ha ‘smorzato’ il Washington Post, bloccando un editoriale che sosteneva Kamala Harris e ridimensionando la sezione opinioni del giornale. Tim Cook si è presentato nello Studio Ovale con un trofeo in vetro e oro per il presidente, aumentando di 100 miliardi un precedente impegno manifatturiero e ottenendo in cambio un’esenzione dai dazi sulla Cina.
Google ha risolto una causa per la rimozione di Trump da YouTube versando 22 milioni di dollari a un progetto della Casa Bianca. La pace si compra, e ognuno paga con la valuta che ha.
Le conversioni più clamorose
Il catalogo delle riabilitazioni impossibili è il cuore di questa storia. Mark Zuckerberg era stato minacciato di carcere da Trump durante la campagna elettorale, punizione promessa per aver rimosso il presidente da Facebook e Instagram dopo l’assalto al Campidoglio del 2021.
Pochi mesi dopo, eccolo seduto alla destra di Trump a una cena esclusiva per i boss tecnologici. La settimana scorsa ha nominato Dina Powell McCormick, alleata storica del presidente, come nuova presidente di Meta. Trump ha risposto con un post caloroso su Truth Social.
Sam Altman aveva accolto la prima elezione di Trump nel 2016 con un post inequivocabile: “Donald Trump rappresenta una minaccia senza precedenti per l’America, e votare per Hillary (Clinton, ndR) è il modo migliore per difendere il nostro paese da essa”. Otto anni dopo, era al fianco del presidente nella prima settimana del nuovo mandato per annunciare un piano da 500 miliardi di dollari in infrastrutture per l’intelligenza artificiale.
Sundar Pichai, il cui YouTube (dicevamo) aveva bannato Trump nel 2021, si è precipitato a Mar-a-Lago subito dopo la vittoria elettorale, donazione alla mano. Il perdono presidenziale non è gratuito ma è pur sempre in vendita.
L’IA come moneta di scambio
Il filo conduttore di tutte queste conversioni è l’IA. I data center sono diventati la moneta di scambio universale nei rapporti tra Silicon Valley e Casa Bianca.
Meta ha promesso fino a 600 miliardi di dollari in investimenti negli Stati Uniti, e in cambio l’amministrazione ha accelerato i permessi per le infrastrutture e ha attaccato pubblicamente la “burocrazia europea” che ostacola l’azienda di Zuckerberg.
OpenAI e i suoi partner hanno impegnato 500 miliardi per costruire data center in stati repubblicani, collaborando direttamente con il governo per sviluppare infrastrutture IA anche negli Emirati Arabi Uniti.
Il modello di IA di Musk, Grok, è stato contrattualizzato dal Pentagono e reso disponibile a diverse agenzie federali. Un quadro normativo sui veicoli autonomi promette poi di rimuovere “barriere regolatorie non necessarie”, musica per i piani di Tesla sui robotaxi.
L’argomento è sempre lo stesso, ripetuto come un mantra: se non investiamo noi, vince la Cina. E funziona.
Sempre sull’attenti
Ma il sistema, sia ben chiaro, non garantisce l’immunità. Le cause antitrust contro Google e Apple, ereditate dall’amministrazione Biden, proseguono nonostante le donazioni e i gesti di buona volontà.
Meta è sotto indagine federale e statale per presunti danni ai minori causati dalle sue piattaforme. E Musk stesso, dopo un’estate di tensioni con Trump e la minaccia di fondare un nuovo partito, ha visto miliardi evaporare dalla capitalizzazione di Tesla prima di rientrare nei ranghi.
Persino chi paga il prezzo dell’ingresso scopre che la protezione ha i suoi limiti. La Casa Bianca ha accusato Amazon di “atto ostile e politico” quando l’azienda ha discusso internamente di mostrare l’impatto dei dazi sui prezzi dei prodotti (Bezos, si narra, ha dovuto calmare personalmente un presidente “tempestoso” al telefono).
La corte trumpiana accoglie chi porta doni ma la fedeltà va rinnovata. Costantemente.
Fonte: Financial Times


