Da emarginato a stratega: la parabola di Altman al fianco di Trump

da | 19 Lug 2025 | Politica, IA

Sam Altman, CEO di Openai

Appena pochi mesi fa, Sam Altman assisteva da una sala secondaria all’inaugurazione presidenziale di Donald Trump, escluso dalla cerchia dei grandi del tech chiamati a celebrare il ritorno del tycoon alla Casa Bianca.

Elon Musk, allora ancora alleato strettissimo del presidente, lo teneva a distanza, e nessuno sembrava disposto a offrirgli uno spazio politico. Oggi, invece, Altman cena con Trump, firma accordi strategici e viene applaudito dai donatori repubblicani come “un uomo brillante”.

Il CEO di OpenAI ha conquistato in pochi mesi quello che Musk ha perso in poche settimane: l’orecchio del presidente e una posizione centrale nell’agenda tecnologica della nuova amministrazione.

Il ribaltamento non è stato casuale e viene ben descritto da un’inchiesta del Wall Street Journal, costruita attraverso interviste con funzionari della Casa Bianca, dirigenti del settore tecnologico, lobbisti e donatori politici.

Da “minaccia per l’America” a partner della crescita

Dopo la rottura tra Trump e Musk, culminata nel clamoroso addio del patron di Tesla alla Casa Bianca, Altman ha colto l’occasione. Ha ristrutturato la sua immagine pubblica, ha preso le distanze dal Partito Democratico dichiarandosi “politicamente senza casa” e ha iniziato a collaborare attivamente con la squadra di governo.

Oggi è lui a rappresentare la Silicon Valley nei piani dell’amministrazione, tra Pentagono, infrastrutture IA e politiche energetiche. E se Trump ha deciso di affidarsi a lui, lo ha fatto anche perché Altman ha saputo cambiare tono, contenuti e linguaggio, adattandosi al nuovo scenario.

Per capire la portata di questo cambio di passo, basta ricordare chi era Sam Altman solo qualche anno fa. Il CEO di OpenAI aveva sostenuto Hillary Clinton nel 2016, definendo Trump “una minaccia senza precedenti per l’America”, “instabile e incline all’ira”, e prevedendo un disastro economico in caso di sua elezione.

Aveva anche lodato Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, per aver contribuito a impedire la rielezione di Trump nel 2020. Le sue dichiarazioni sembravano scolpire un’identità politica netta e definitiva. Eppure, già allora Altman mostrava segni di disagio nei confronti dell’ortodossia progressista.

Nel tempo, infatti, si era detto preoccupato per alcune derive del Partito Democratico: l’approccio troppo frammentato agli investimenti in semiconduttori, l’eccesso di regolamentazione, l’ascesa incontrollata del politicamente corretto e, soprattutto, le limitazioni all’export tecnologico verso il Medio Oriente, che ostacolavano i suoi progetti di infrastruttura IA globale.

Aveva anche messo in guardia il governo Biden sugli effetti inflattivi dei piani di stimolo economico post-Covid. Ma il punto di svolta è arrivato il 4 luglio, quando Altman ha pubblicato un post su X dichiarando di non sentirsi più rappresentato da nessun partito: “Il Partito Democratico sembrava allineato alla mia visione quando avevo vent’anni, ma oggi si è spostato altrove. Ora sono politicamente senza casa”.

La guerra fredda tra Musk e Altman arriva ad Abu Dhabi

Nel frattempo, Altman ha cominciato a costruire la sua nuova rete. Si è mosso con attenzione, affidandosi a figure vicine all’entourage di Trump come il lobbista Jeff Miller, l’ex stratega Chris LaCivita e, soprattutto, il cofondatore di Oracle Larry Ellison, che da anni è in ottimi rapporti con l’ex presidente.

Grazie a loro, Altman ha avuto accesso alla Casa Bianca e ha potuto siglare il primo grande colpo di scena: l’annuncio di Stargate, una partnership da 500 miliardi di dollari tra OpenAI, Oracle e SoftBank per costruire data center per l’IA, fatto direttamente dallo Studio Ovale e trasmesso in TV.

Musk, che ha appreso la notizia dai notiziari, ha reagito con furia. Ha accusato SoftBank di non avere i fondi, ha rispolverato vecchi tweet di Altman contro Trump, e ha rilanciato la sua crociata personale contro OpenAI. Ma lo scontro si è fatto davvero esplosivo quando è emersa l’intenzione di costruire un enorme campus per l’IA ad Abu Dhabi.

La struttura è frutto di un nuovo accordo tra OpenAI, Oracle, SoftBank e la tech company emiratina G42. Doveva essere annunciata durante il viaggio di Trump in Medio Oriente, con Altman a fianco del presidente. Ma Musk ha fatto pressioni su G42 e sulla Casa Bianca per bloccare l’iniziativa.

Il risultato: l’annuncio è stato rinviato, l’amministrazione si è defilata, e l’intero evento si è svolto in tono minore. Una concessione fatta per quieto vivere, che però ha generato forti malumori tra i collaboratori più alti di Trump.

L’episodio però ha accelerato la rottura tra Musk e il presidente, che si è aggravata quando Trump ha respinto la proposta del fondatore di SpaceX per la guida della NASA. Da lì, la frattura è diventata insanabile.

Musk ha attaccato pubblicamente il Big Beautiful Bill, il piano fiscale dell’amministrazione, e nel giro di pochi giorni ha addirittura invocato l’impeachment del presidente. Una crisi politica, ma anche personale.

Tecno-capitalismo e potere: l’Altman post-partisan

Nel vuoto lasciato da Musk, Altman ha continuato a tessere la sua rete. A giugno ha annunciato un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono. L’amministrazione si prepara ora a presentare il suo AI Action Plan, con misure pensate proprio per facilitare la costruzione di infrastrutture IA.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, la Casa Bianca starebbe valutando l’assegnazione di terreni federali alle aziende tecnologiche per realizzare data center, una proposta che ricalca le istanze promosse da OpenAI.

Altman, dal canto suo, ha chiarito in più occasioni il suo nuovo pensiero politico. “Credo nel tecnocapitalismo”, ha scritto. “Bisogna incoraggiare le persone a guadagnare tanto, ma poi trovare modi per ridistribuire la ricchezza e condividere la magia composta del capitalismo”.

Una visione in cui la tecnologia è il motore principale del progresso, i mercati funzionano meglio dello Stato, e l’educazione serve a mantenere il primato americano.

E conclude: “Ci credevo a vent’anni, a trenta, e ora che ne ho quaranta ci credo ancora. Ma ora sono politicamente senza casa”.

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