La Cina ha respinto lunedì gli appelli a rallentare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale arrivati nei giorni scorsi da Dario Amodei, Sam Altman ed Elon Musk. Nel briefing quotidiano del ministero degli Esteri a Pechino, il portavoce Guo Jiakun ha liquidato gli allarmi sulla sicurezza dell’IA come “allarmismo, scontro e concorrenza feroce” che, a suo dire, non servono gli interessi di nessuno e rischiano solo di disturbare il processo di governance globale dell’intelligenza artificiale. Lo sviluppo dell’IA, ha aggiunto Guo, riguarda il benessere comune di tutta l’umanità e va guidato con un approccio aperto, inclusivo, universalmente vantaggioso ed etico.
Due rifiuti, due motivi opposti
La Cina non è la prima a dire no all’appello. Un giorno prima era stato Donald Trump a bocciarlo, con toni completamente diversi: dal suo campo da golf in Irlanda il presidente americano ha detto di voler continuare a “battere la Cina sull’IA”, perché chi vince questa corsa “vince tutto”. Messe una accanto all’altra, le due risposte capovolgono il senso della proposta: Washington teme di perdere terreno se rallenta, Pechino accusa Washington di usare la sicurezza come pretesto per frenare gli altri.
Cosa avevano proposto Amodei, Altman e Musk
L’appello nasce da un saggio pubblicato sabato da Amodei, che ha proposto un piano in tre passaggi per rallentare l’aumento delle capacità dei modelli: valutatori esterni con accesso permanente ai laboratori, standard di sicurezza condivisi tra le aziende e, in una fase più lontana, un coordinamento internazionale sulle regole esteso anche ai governi non democratici, Cina compresa. Altman ha aderito quasi subito, promettendo che OpenAI adotterà gli stessi valutatori indipendenti, mentre Musk ha commentato con un laconico “Dario ha ragione” su X. Amodei si è spinto a ipotizzare che, senza correttivi, sciami di agenti IA fuori controllo potrebbero arrivare a compromettere gran parte di Internet entro sei-dodici mesi.
L’allarme parallelo di Pechino
Colpisce la tempistica. Lo stesso fine settimana in cui Guo Jiakun bollava come allarmismo gli appelli occidentali, il ministro della Sicurezza di Stato cinese Chen Yixin pubblicava su China Cyberspace un lungo articolo sui rischi dell’intelligenza artificiale. Chen scrive che deepfake, testi e immagini generati dall’IA e bot sui social possono servire a fabbricare voci politiche, diffondere disinformazione e alimentare divisioni sociali, e che applicazioni ostili dell’IA possono minacciare direttamente la sicurezza politica, istituzionale e ideologica della Cina. Il ministro cita anche il rischio che l’IA renda più facile individuare le vulnerabilità dei sistemi informatici e scrivere malware su misura per sfruttarle, mettendo a rischio le infrastrutture critiche. La parte più sorprendente arriva verso la fine del testo: Chen avverte che le nazioni con un vantaggio nell’IA potrebbero invocare la sicurezza nazionale come pretesto per limitare l’accesso alla tecnologia, monopolizzare gli standard di settore e chiudere i propri sistemi. La stessa identica accusa che Pechino respinge pubblicamente quando arriva da Washington.
Il sospetto reciproco non nasce dal nulla. Solo pochi giorni fa Anthropic ha accusato alcuni dei principali laboratori cinesi, tra cui Alibaba, DeepSeek, Moonshot e Xiaomi, di aver usato Claude per replicare le capacità dei propri modelli, oltre a gruppi legati a Russia e Cina per condurre cyberattacchi.
Anche sul fronte opposto la retorica sulla libera concorrenza convive con misure molto concrete. A luglio il Ministero del Commercio cinese aveva convocato Alibaba, ByteDance e Zhipu per valutare un blocco sull’export dei pesi dei modelli di IA e dei chip verso l’estero, lo stesso genere di restrizione che Pechino contesta quando arriva da Washington. Nello stesso periodo, sul fronte opposto, Nvidia aveva dimezzato la lista dei clienti asiatici autorizzati a comprare i suoi chip più avanzati, proprio per arginare la fuga di semiconduttori verso la Cina: la guerra dei controlli sull’export corre parallela, e non successiva, a quella degli appelli alla prudenza.
Fonte: Bloomberg


