Dopo Meta e X, paga anche YouTube: 24,5 milioni a Trump per archiviare la causa post-Capitol Hill

by | 30 Set 2025 | Politica, Legal

Tempo di lettura: 3 minuti

Donald Trump segna un altro punto nella sua lunga battaglia con le grandi piattaforme tecnologiche.

YouTube, controllata da Alphabet, ha accettato di pagare 24,5 milioni di dollari per chiudere la causa avviata dal presidente americano dopo la sospensione del suo account in seguito all’assalto al Campidoglio del gennaio 2021.

Si tratta dell’ultimo tassello di una serie di azioni legali che Trump aveva intentato contro le big tech, accusandole di aver messo a tacere in modo arbitrario e mirato le voci conservatrici.

Già nei mesi scorsi Meta e X (che all’epoca si chiamava ancora Twitter) avevano raggiunto un’intesa, rispettivamente con un esborso di circa 25 e 10 milioni di dollari. Con l’accordo di queste ore, anche Google ha chiuso il contenzioso, evitando che la vicenda si protraesse in aula.

I fondi e la sala da ballo alla Casa Bianca

L’intesa prevede infatti che 22 dei 24,5 milioni di dollari siano destinati a un progetto molto particolare: la costruzione di una grande sala da ballo da 200 milioni di dollari che Trump sta realizzando alla Casa Bianca.

Secondo i documenti del tribunale, i fondi confluiranno alla Trust for the National Mall, una fondazione no profit incaricata di seguire l’iniziativa. L’opera, che dovrebbe essere completata “ben prima” della fine del mandato presidenziale nel gennaio 2029, avrà una superficie enorme (oltre ottomila metri quadri) e diventerà uno dei simboli della rinnovata stagione trumpiana.

La restante parte della cifra, invece, sarà distribuita ad altri querelanti che avevano affiancato Trump nella causa contro YouTube. È qui che emergono due nomi apparentemente inattesi: l’American Conservative Union e l’autrice statunitense Naomi Wolf.

Perché ACU e Naomi Wolf?

Il coinvolgimento dell’American Conservative Union e di Naomi Wolf non è casuale. Quando Trump nel luglio 2021 decise di portare in tribunale YouTube, Meta e Twitter, non lo fece da solo: si presentò insieme ad altri co-querelanti che sostenevano di essere stati danneggiati dalle stesse pratiche di sospensione e censura.

L’American Conservative Union, che organizza ogni anno la Conservative Political Action Conference (CPAC), è uno dei più importanti centri di aggregazione del movimento conservatore negli Stati Uniti. A suo dire, le piattaforme avrebbero penalizzato la diffusione dei suoi contenuti, riducendone la visibilità e limitandone il pubblico.

Naomi Wolf, invece, è una scrittrice e commentatrice che durante la pandemia di Covid-19 si era spostata su posizioni vicine alla destra americana, lamentando anch’essa la rimozione di contenuti e la sospensione di account sui social.

Per questo i loro nomi compaiono nell’accordo: una quota dell’intesa con YouTube è destinata proprio a loro, in quanto parti civili della causa.

Con YouTube, un contenzioso simbolico

Il contenzioso con YouTube non ha mai riguardato la cancellazione definitiva dell’account di Trump. La piattaforma non aveva rimosso il suo canale ma lo aveva sospeso dalla possibilità di caricare nuovi contenuti, decisione che durò fino al 2023.

La scelta arrivò nei giorni più tesi dell’assalto a Capitol Hill, quando le piattaforme digitali furono accusate di non aver agito con sufficiente prontezza per arginare la diffusione di messaggi che incitavano alla violenza.

La vicenda, però, è andata ben oltre la questione tecnica: per Trump è diventata l’occasione per lanciare un’offensiva politica contro i colossi tecnologici, accusati di controllare in maniera opaca il dibattito pubblico americano.

La battaglia legale ha avuto anche un forte valore simbolico, col presidente che si è presentato come difensore della libertà di espressione conservatrice contro lo strapotere delle big tech.

La strategia di Trump e le prossime mosse

Con questo accordo Trump chiude l’ultimo fronte aperto di una campagna giudiziaria durata oltre tre anni.

Se Meta ha destinato parte dei fondi al progetto della futura biblioteca presidenziale di Miami, e ora Google finanzia indirettamente la sala da ballo della Casa Bianca, emerge una costante: le cause legali si trasformano in strumenti per consolidare l’immagine del presidente e, allo stesso tempo, finanziare le sue grandi opere simboliche.

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La vicenda YouTube conferma anche un dato politico: il rapporto conflittuale tra Trump e le big tech non si è mai davvero ricomposto ma ha prodotto una serie di compromessi economici che oggi pesano come vittorie simboliche per la Casa Bianca.

Di questo (e altro) scriveremo nel nostro prossimo editoriale su Substack.

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