Google è stata riconosciuta responsabile di avere costruito illegalmente un monopolio nella pubblicità online. Eppure, potrà conservare proprio le attività che il governo degli Stati Uniti voleva costringerla a vendere.
La giudice federale Leonie Brinkema ha infatti respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia di imporre a Google la cessione dell’exchange pubblicitario AdX e del suo ad server per gli editori, due strumenti centrali nel sistema attraverso cui gli spazi pubblicitari vengono messi sul mercato e venduti online.
Il Dipartimento di Giustizia aveva sostenuto che separare queste attività da Google fosse necessario per riportare concorrenza in un mercato che la stessa Brinkema, nell’aprile 2025, aveva giudicato monopolizzato illegalmente.
La giudice ha scelto invece la strada dei cosiddetti rimedi comportamentali: obblighi e limitazioni sul modo in cui Google potrà operare, senza modificare la struttura del gruppo.
Google perde la causa, ma conserva il business
Il punto è che il monopolio era già stato accertato. Brinkema aveva stabilito che Google aveva costruito deliberatamente la propria posizione attraverso pratiche anticoncorrenziali, sfruttando anche l’integrazione tra i diversi strumenti utilizzati nella compravendita della pubblicità online.
Per gli editori la conseguenza era molto concreta. Secondo quanto emerso nel procedimento, Google aveva sfruttato la propria posizione per imporre una commissione del 20%, riducendo la parte dei ricavi pubblicitari che finiva ai siti sui quali quegli annunci venivano effettivamente mostrati.
Il governo americano voleva quindi intervenire alla radice, separando alcuni degli strumenti con cui Google controlla questo mercato. La Brinkema ha ritenuto però che uno smembramento sarebbe stato troppo complesso da gestire e che, durante gli anni di inevitabili ricorsi, il settore tecnologico avrebbe potuto cambiare profondamente.
Era già successo con Chrome
È la seconda volta, nel giro di un anno, che Google viene riconosciuta monopolista illegale e riesce comunque a evitare uno smembramento. Come abbiamo raccontato, nel settembre 2025 il giudice Amit Mehta aveva preso una decisione molto simile nel procedimento sul motore di ricerca.
Google aveva costruito illegalmente il proprio monopolio ma il tribunale aveva respinto la richiesta del Dipartimento di Giustizia di costringerla a vendere Chrome e aveva lasciato fuori dallo smembramento anche Android.
Anche in quel caso erano arrivati rimedi comportamentali: stop ad alcuni accordi di esclusiva e obbligo di condividere determinati dati con i concorrenti.
Google aveva perso sul principio ma aveva conservato intatta la propria struttura industriale. Ora lo schema si ripete nella pubblicità.
Una giornata d’oro per Big Tech
La coincidenza temporale con la notizia che abbiamo dato poche ore fa rende la vicenda ancora più interessante. Il governo Trump si è infatti schierato ufficialmente a sostegno di OpenAI nella causa sul copyright avviata dal New York Times e da altri editori.
In quel caso, l’intervento politico è stato diretto. Il Dipartimento di Giustizia sostiene che rendere più difficile per le aziende dell’IA addestrare i propri modelli sui contenuti disponibili online, potrebbe danneggiare lo sviluppo tecnologico americano e arrivare a rappresentare un problema di sicurezza nazionale.
I due casi restano molto diversi. Contro Google è lo stesso Dipartimento di Giustizia ad avere chiesto uno smembramento e ad averlo visto respingere da un giudice. Con OpenAI, invece, Washington ha deciso di intervenire in tribunale a sostegno di una posizione favorevole all’industria dell’IA.
Ma il risultato della giornata è difficile da ignorare: Google conserva il proprio business pubblicitario e OpenAI ottiene l’appoggio del governo nella battaglia che potrebbe determinare quanto le aziende dell’IA dovranno pagare per utilizzare i contenuti prodotti dagli editori.
Condannate, ma difficili da colpire
Per Google questa capacità di attraversare indenne le sconfitte antitrust è diventata anche un elemento valutato dagli investitori.
Alphabet ha guadagnato il 57% in Borsa negli ultimi dodici mesi, sostenuta anche dal sollievo del mercato dopo tre sconfitte antitrust che non hanno intaccato le sue attività principali.
Laurel Kilgour, dell’American Economic Liberties Project, ha sintetizzato il problema accusando i tribunali di continuare a dichiarare Google colpevole, lasciandole però intatto il proprio impero. Senza interventi sulla struttura dell’azienda, sostiene, le sentenze antitrust rischiano di diventare soltanto dei rallentamenti.
La questione va oltre Google. Per l’IA Washington ha ormai deciso apertamente di considerare la forza delle proprie aziende tecnologiche una componente della competizione strategica con la Cina.
Nell’antitrust, invece, persino quando il governo cerca di ridurne il potere e riesce a dimostrare l’esistenza di un monopolio illegale, i tribunali esitano davanti alla prospettiva di spezzare gruppi diventati enormi e profondamente integrati.
Non serve immaginare una regia comune dietro le due notizie, basta il dato concreto: nello stesso giorno OpenAI trova il governo americano al proprio fianco e Google evita ancora una volta la conseguenza più pesante di una condanna antitrust.
Le Big Tech possono perdere in tribunale. Metterle davvero in difficoltà, però, sembra molto più complicato.
Fonte: Financial Times


