Antitrust USA: Google si tiene Chrome ma perde l’esclusiva

by | 3 Set 2025 | Legal

Tempo di lettura: 3 minuti

Il tribunale federale di Washington ha scritto una nuova pagina nella storia dell’antitrust americano: Google non sarà smembrata ma non potrà più siglare contratti di esclusiva per imporre il proprio motore di ricerca.

La sentenza, firmata dal giudice Amit P. Mehta, rappresenta un compromesso che tiene in piedi l’impero di Mountain View ma ne limita la capacità di blindare il mercato con accordi miliardari.

Il cuore della decisione

Al centro della causa c’erano i contratti che garantivano a Google una posizione dominante nei dispositivi mobili e nei browser, imponendo che la ricerca preinstallata fosse la sua.

Secondo il tribunale, questa pratica ha consolidato un monopolio illegale. Mehta ha imposto quindi la fine delle clausole di esclusività e l’obbligo di condividere parte dei dati dell’indice di ricerca con alcuni concorrenti. Un cambiamento che potrebbe sembrare tecnico ma che mina uno dei pilastri della strategia commerciale di Google.

Il giudice, però, ha respinto la richiesta più radicale avanzata dal Dipartimento di Giustizia: lo smembramento dell’azienda attraverso la cessione forzata di asset chiave come Chrome o Android. Sarebbe stato lo scenario peggiore per Sundar Pichai, il CEO di Google, che aveva già annunciato l’intenzione di appellarsi contro qualsiasi decisione troppo drastica.

Il precedente storico e la prudenza dei tribunali

Mehta ha spiegato che il Dipartimento di Giustizia non ha dimostrato la necessità di una “terapia d’urto” come la cessione di Chrome.

In questo senso, la storia pesa: l’ultima volta che la giustizia americana ha imposto lo smembramento di una grande azienda sotto l’accusa di monopolio risale al 1984, quando AT&T fu divisa in più compagnie regionali. Da allora i giudici hanno sempre mostrato estrema cautela di fronte all’ipotesi di spezzare colossi cresciuti in maniera organica.

Questa prudenza ha portato a una soluzione intermedia: Google resta integra ma con meno libertà di manovra. Una vittoria a metà per entrambe le parti, e un segnale di quanto sia complesso regolare i giganti tecnologici nell’era digitale.

Google e il peso dell’intelligenza artificiale

Un elemento inedito ha inciso fortemente sulla decisione: l’intelligenza artificiale generativa. “L’emergere della GenAI ha cambiato il corso di questo caso”, ha scritto Mehta. Per la prima volta in oltre dieci anni, esiste infatti la prospettiva concreta che un prodotto alternativo possa minacciare seriamente il dominio di Google nella ricerca online.

Il divieto di esclusiva si applica infatti anche a Gemini, l’assistente basato su IA di Google. Il timore del tribunale è che la società potesse replicare con l’IA lo stesso schema già usato nella ricerca tradizionale, consolidando un nuovo monopolio proprio mentre la concorrenza cresce.

La scelta del giudice, in questo senso, guarda al futuro del mercato più che al suo passato.

Il contesto politico e le altre cause

Il caso era stato avviato nel 2020, durante il primo mandato di Donald Trump, ed è arrivato a processo sotto l’amministrazione Biden. Oggi, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il quadro politico è cambiato.

Google e altre big tech hanno intensificato il pressing sulla nuova amministrazione, sostenendo che un eccesso di regolamentazione indebolirebbe l’America nella competizione tecnologica con la Cina. I critici ribattono che il “China threat” viene usato come scudo per evitare regole scomode.

Il procedimento appena concluso non è l’unico fronte aperto per Google. Ad aprile un tribunale federale di Alexandria ha stabilito che anche l’unità di tecnologie pubblicitarie del gruppo operava come un monopolio illegale.

Le udienze per definire i rimedi in quel caso sono attese per l’autunno. In parallelo, Apple, Meta e Amazon sono nel mirino di altre cause antitrust. È l’inizio di una stagione che potrebbe ridefinire il rapporto tra Silicon Valley e potere pubblico.

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