Paolo Spreafico, Google: “Cloud, IA e agenti. Così prepariamo le aziende al futuro”

da | 3 Ago 2025 | Intervista, IA, Tecnologia

Paolo Spreafico, Director of Cloud Customer Engineering di Google per l’Italia.
Tempo di lettura: 16 minuti

Sulle queste pagine abbiamo più volte parlato di Google. Non avevamo però ancora parlato con Google.

Per questa ragione, quando si è materializzata l’opportunità di un’intervista, l’abbiamo colta al balzo. Anche perché l’intervistato è Paolo Spreafico, Director of Cloud Customer Engineering per l’Italia, grazie al quale ha preso vita questo “long form” nel quale abbiamo parlato di molti argomenti, riconducibili a quattro aree: Cloud, IA, Agenti IA e il futuro.

Per una più veloce consultazione troverete suddiviso di conseguenza l’articolo, che vi suggerisco di leggere tutto anche perché Paolo non si è tirato indietro di fronte ad alcuna domanda, incluse quelle meno comode.

Google Cloud e l’eterna rincorsa alla trasformazione digitale

Negli anni ’90 si parlava di informatizzazione, poi è arrivata la digitalizzazione. Da almeno un decennio il mantra è ‘trasformazione digitale’ ma oggi, nel 2025, viene il sospetto che più che un punto di arrivo sia un processo continuo e adattivo. In altre parole: cosa resta ancora da trasformare digitalmente? Non dovremmo essere già tutti digitali?

La tua domanda mi fa piacere, perché in effetti il termine “trasformazione digitale” viene spesso un po’ abusato. È sempre più vero che oggi le aziende o sono digitali o rischiano semplicemente di non esistere, quindi forse la trasformazione che stiamo inseguendo non è più soltanto quella “digitale” in senso stretto. È qualcosa di più profondo, che tocca i modelli di business e il modo stesso in cui le aziende interagiscono con i propri clienti e utenti. E non si tratta di piccoli aggiustamenti: spesso parliamo di cambiamenti radicali.

Paolo Spreafico, Country Director Customer Engineering per l’Italia di Google.

Anche a livello di analisi di mercato, oggi si tende a superare la distinzione netta tra aziende “digital native” e aziende tradizionali. Le prime sono quelle nate digitali, certo, ma anche loro si trovano ad affrontare sfide complesse, come ad esempio l’internazionalizzazione, che in Italia è un tema particolarmente rilevante. Non basta nascere digitali per saper approcciare correttamente nuovi mercati. Il confine tra azienda digitale e tradizionale, oggi, è sempre più sfumato.

E poi c’è l’intelligenza artificiale, che a mio avviso rappresenta davvero un punto di svolta. Se negli anni ’90 si parlava di digitalizzazione, poi è arrivata Internet, poi ancora il mobile, oggi siamo di fronte a un cambiamento ancora più pervasivo. L’adozione dell’IA porta con sé una trasformazione radicale che tutte le aziende devono affrontare. Noi per primi, in Google, l’abbiamo vissuta in maniera profonda: tutte le nostre proprietà web, che coinvolgono miliardi di utenti, fanno oggi un uso dell’intelligenza artificiale fondamentale. Perché? Perché per stare sul mercato è sempre più necessario offrire un servizio personalizzato, centrato sull’utente. E l’unico modo per farlo su scala, con i volumi che gestiamo, è proprio attraverso l’IA.

Google Cloud ha avuto una forte accelerazione negli ultimi anni. Come sta andando il business oggi in Italia? Dove si colloca il nostro territorio nel panorama europeo quanto alla sua adozione? In cosa eccelliamo e in cosa invece mostriamo lacune? 

Google Cloud è al fianco delle organizzazioni italiane di ogni dimensione, per accelerare una trasformazione digitale responsabile, sostenibile e accessibile. Il cloud non è più percepito solo come uno strumento tecnico ma come un fattore abilitante per l’innovazione, l’efficienza e la competitività. Le aziende italiane stanno maturando in fretta: l’interesse per l’intelligenza artificiale generativa, la necessità di modernizzare infrastrutture e processi e le nuove esigenze di compliance stanno accelerando l’adozione del cloud.

Nel panorama europeo, l’Italia sta lavorando alla trasformazione digitale in maniera dinamica, grazie all’impegno di attori pubblici e privati che vedono nella digitalizzazione un’opportunità strategica e grazie ad aziende come Google Cloud che hanno investito in infrastrutture abilitanti in Italia come le cloud region di Milano e Torino. L’entusiasmo è confermato dai tanti progetti che abbiamo sostenuto con clienti italiani in settori molto diversi: dal retail all’energia, dalla pubblica amministrazione alla sanità. Le aziende italiane hanno una straordinaria capacità di combinare creatività, rapidità d’azione e visione di lungo periodo.

Le sfide, invece, si concentrano ancora su alcuni aspetti culturali e di competenze: serve continuare a investire nella formazione e accompagnare le organizzazioni nel percorso di trasformazione. A livello macroeconomico, il potenziale è enorme. Uno studio commissionato da Google e condotto da Implement Consulting Group ha stimato che l’adozione dell’intelligenza artificiale generativa su larga scala potrebbe generare per l’Italia un impatto sul PIL tra i 150 e i 170 miliardi di euro all’anno nei prossimi dieci anni, pari a un incremento dell’8%.

Ma si tratta di una finestra temporale limitata: posticipare di soli cinque anni l’adozione ridurrebbe il potenziale al +2%. È il momento di agire, e noi siamo al fianco delle imprese italiane per aiutarle a cogliere questa opportunità.

Quali sono i principali ostacoli che le aziende italiane incontrano nell’adozione del cloud e dell’IA? È una questione di competenze, infrastrutture, cultura aziendale o aspetti normativi? In che modo Google sta aiutando a superarli?

Da un lato, riscontriamo una sfida legata alle competenze digitali e a una cultura aziendale che a volte fatica ad abbracciare pienamente il cambiamento. Dall’altro, specialmente per settori regolamentati come la finanza, la sanità e la Pubblica Amministrazione, emergono esigenze cruciali di sicurezza e sovranità del dato. Come Google Cloud, il nostro ruolo è quello di essere un partner strategico in questa trasformazione, non un semplice fornitore. Per questo abbiamo sviluppato un approccio a 360 gradi.

In risposta alla necessità di infrastrutture locali e performanti, abbiamo investito in Italia con l’apertura delle nostre due Cloud Region a Milano e Torino. Questo non solo offre bassa latenza e la residenza dei dati sul territorio nazionale, ma è un impegno concreto per supportare l’economia digitale del Paese. Inoltre, abbiamo ottenuto la qualifica dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), offrendo così alla Pubblica Amministrazione e alle imprese che trattano dati critici i più alti standard di sicurezza e conformità. Offriamo inoltre ai clienti strumenti di sovranità digitale, come la possibilità di gestire le proprie chiavi di crittografia, garantendo che l’accesso ai dati resti esclusivo. Collaboriamo anche con partner locali come TIM Enterprise per offrire soluzioni che rispondano alle esigenze di sovranità del mercato italiano.

Ma la tecnologia da sola non basta. Per colmare il divario di competenze e promuovere una cultura dell’innovazione, abbiamo lanciato iniziative concrete come ‘Opening Future’ insieme a Intesa Sanpaolo e TIM Enterprise. A Torino, abbiamo inaugurato assieme ai nostri partner un Centro di Eccellenza sull’Intelligenza Artificiale e un nuovo Customer Innovation Center: spazi fisici dove le aziende possono sperimentare, formarsi e trasformare la ricerca in soluzioni pratiche, rendendo l’innovazione più accessibile e concreta.

Il ruolo delle PMI italiane nella roadmap digitale di Google Cloud è noto. A che punto è invece Google con le istituzioni?

Le PMI rappresentano una componente essenziale del tessuto economico italiano. Google Cloud le supporta con soluzioni modulari, scalabili e sicure che permettono anche alle realtà più piccole di adottare tecnologie avanzate.

Se le PMI rappresentano il motore pulsante dell’economia italiana, le istituzioni ne sono la spina dorsale: la collaborazione con il settore pubblico rappresenta un elemento chiave per la digitalizzazione del Paese. Comprendiamo che per la Pubblica Amministrazione la sicurezza e la sovranità dei dati rappresentino dei punti importanti e per questo abbiamo investito in infrastrutture italiane e offriamo soluzioni di sovranità digitale, come spiegavo nella risposta precedente.

Collaboriamo con importanti realtà come l’Arma dei Carabinieri, che ha scelto Google Workspace per innovare gli strumenti di comunicazione interna e PagoPA, che sta trasformando i propri processi grazie alle nostre soluzioni. Lavoriamo anche con eccellenze della sanità, lo IEO di Milano per esempio, per applicare l’AI all’analisi dei dati clinici, accelerando la ricerca e migliorando le cure.

Nel quadro della Strategia Cloud Italia, al Google Cloud Summit è stato dato rilievo alla sovranità digitale e dunque alla possibilità per istituzioni e imprese di mantenere il pieno controllo su dove risiedono i propri dati e su chi può accedervi. Ma non era già così?

Il nostro impegno nel garantire ai clienti il pieno controllo sui loro dati non è mai cambiato. Ciò che è nuovo, e che abbiamo voluto sottolineare al Summit, è la cassetta degli attrezzi e il ventaglio di opzioni che mettiamo a disposizione di aziende e organizzazioni per trovare la soluzione che meglio risponde alle loro esigenze di sovranità.

Per esempio, con strumenti come Google Cloud Data Boundary, un cliente non solo può decidere che i suoi dati devono rimanere in Italia, ma può anche gestire le proprie chiavi di crittografia al di fuori dell’infrastruttura di Google. Tramite strumenti come Key Access Justifications, i clienti possono negare a Google la possibilità di decriptare i loro dati per qualsiasi motivo.

Inoltre, per i settori con i requisiti più stringenti, come quello della difesa o dell’intelligence, abbiamo introdotto soluzioni come Google Cloud Dedicated, gestita da partner locali indipendenti, e Google Cloud Air-Gapped, una soluzione completamente autonoma e disconnessa dalla rete. Infine abbiamo introdotto User Data Shield, una nuova soluzione che integra i servizi di Mandiant per fornire test di sicurezza e convalidare le posture di sovranità delle applicazioni sviluppate dai clienti su Google Cloud.

Quanto conta oggi la “localizzazione dei dati” per Google? È solo un’esigenza normativa o una vera leva di fiducia per il cliente?

Il controllo sulla localizzazione dei dati permette non solo di soddisfare requisiti di conformità ma anche di rispondere ad altre esigenze che possono avere le aziende (ad esempio bassa latenza) o semplicemente strategie specifiche nell’offerta per i loro clienti. Siamo stati il primo hyperscaler globale ad aprire due cloud region sul territorio italiano offrendo ai nostri clienti maggiore scelta e un’opzione aggiuntiva per i requisiti di disaster recovery.

A prescindere da quali siano le esigenze dei nostri clienti, che si tratti di normativa o requisiti strategici, riteniamo che sia importante dare loro soluzioni che permettano di rispondere al meglio a queste esigenze.

Le molte sfide dell’Intelligenza artificiale

Parliamo spesso di intelligenza artificiale come abilitatore di trasformazione ma, dal punto di vista delle aziende, viene spontanea una domanda: come si traduce tutto questo in ROI? Ossia, come si misurano concretamente i benefici della sua adozione?

Come Google Cloud, ci consideriamo un po’ gli ambasciatori dell’adozione dell’intelligenza artificiale. È una missione che ci poniamo a livello globale ma anche in modo molto concreto in Italia: supportiamo aziende di ogni tipo, dalle grandi imprese alle pubbliche amministrazioni, dalle startup fino ai liberi professionisti, mettendo a disposizione le tecnologie che Google ha sviluppato nel corso degli anni sotto forma di servizi cloud basati sull’IA.

Il nostro approccio è sempre stato fortemente orientato all’open source. Si parte dalla condivisione della ricerca, pubblicando white paper scientifici che poi si traducono in progetti open source e infine in servizi cloud scalabili, erogati in modalità “pay per use”. Questo modello a consumo è un elemento chiave, perché consente una democratizzazione dell’accesso all’IA: non servono grandi capitali iniziali e ci sono formule flessibili con sconti progressivi legati al livello di commitment, che rendono la tecnologia accessibile anche a realtà che prima non avrebbero potuto permettersela.

Per quanto riguarda l’offerta, si struttura su vari livelli, tutti pensati per rendere più efficiente l’adozione e quindi migliorare anche il ritorno sull’investimento. Il primo livello è l’infrastruttura di calcolo, che oggi chiamiamo AI Hypercomputer. Comprende i servizi di computing basati su GPU e sulle nostre TPU (Tensor Processing Unit), progettate internamente da Google proprio per ottimizzare le operazioni di training e inferenza dei modelli di intelligenza artificiale. Di recente abbiamo annunciato la settima generazione di TPU, chiamata Ironwood, che raggiunge livelli di performance impensabili fino a poco tempo fa.

Il secondo elemento è lo storage. Spesso lo si sottovaluta ma se non è sufficientemente veloce nel gestire input e output, rischia di diventare il collo di bottiglia che vanifica gli investimenti fatti in potenza di calcolo. Per esempio: se affitto una TPU molto potente per un certo periodo, ma poi ho uno storage lento, rischio di non sfruttare appieno la risorsa e quindi di ridurre il ROI.

Il terzo è il networking. Abbiamo recentemente aperto anche alle aziende l’accesso alla nostra rete geografica privata, la Google WAN. È una novità epocale: permette di immaginare un’espansione internazionale con livelli di efficienza e latenza impensabili se paragonati alla gestione in proprio di un’infrastruttura di rete di quel tipo. Anche in questo caso, l’impatto sul ritorno dell’investimento può essere notevole. In definitiva, l’adozione dell’IA non si misura solo sulla base del modello che si utilizza ma su come si integra in modo efficiente con l’infrastruttura complessiva. È questo che fa la differenza quando si tratta di ROI.

Come sta cambiando la domanda di IA nel mercato italiano? Le aziende stanno davvero iniziando a usare questi strumenti o siamo ancora in fase di sperimentazione?

Una ricerca condotta da Ipsos e Google rivela che il 43% degli italiani ha già utilizzato l’IA generativa nell’ultimo anno e il 37% è convinto che avrà un impatto positivo sull’economia. E come abbiamo evidenziato al Google Cloud Summit, l’AI sta già ridefinendo settori, processi e modelli di business in tutta Italia.

Non è più una promessa ma un motore concreto di innovazione, efficienza e crescita. Le aziende italiane stanno integrando l’IA nei loro processi core per ottenere risultati: ad esempio, BricoIo ha sviluppato un assistente virtuale basato su tecnologie Google Cloud che permette di assistere i clienti nel punto vendita, o ancora WINDTRE utilizza le soluzioni di AI di Google Cloud e il Model Garden per sviluppare offerte all’avanguardia e ottimizzare l’efficienza operativa.

Si è parlato a lungo dell’AI Act, dopo che diverse imprese, anche europee, hanno chiesto una pausa di due anni, temendo che la sua applicazione porti più problemi che benefici. L’Unione Europea però ha confermato che andrà avanti. Google in passato aveva già espresso alcune perplessità e dunque ti chiedo: da europeo ma al tempo stesso da manager di un’azienda americana, come vedi oggi l’AI Act? È uno strumento necessario, troppo rigido o prematuro?

È un tema che abbiamo sempre considerato centrale, anche in tempi non sospetti. Oggi, con il contesto geopolitico attuale, temi come la sovranità digitale e la regolamentazione dell’IA, a partire dall’AI Act, sono diventati ancora più urgenti. Ma per noi non è una novità: Google ha sempre mostrato grande attenzione e rispetto verso le esigenze normative espresse dall’Unione Europea, incluse quelle emerse in Francia e in altri Paesi, che puntano sia a tutelare la proprietà intellettuale europea sia a promuovere un’evoluzione digitale autonoma e sostenibile.

Abbiamo scelto di affrontare concretamente queste sfide, sviluppando la nostra offerta cloud in chiave sovrana. Oggi abbiamo soluzioni già disponibili che rispondono in modo specifico a queste esigenze. Per esempio, sul tema del data boundary, offriamo la possibilità di delegare la gestione delle chiavi di crittografia a entità terze sotto piena sovranità europea. Questo garantisce che nessuno, nemmeno Google, possa accedere ai dati ospitati nel cloud se non attraverso un processo autorizzato di access justification.

Un secondo livello riguarda la sovereignty operativa: stiamo per lanciare, a partire da Francia e Germania, Google Cloud Dedicated, una soluzione in cui la gestione quotidiana delle regioni cloud è affidata a un’entità europea, pienamente autonoma dal punto di vista giuridico e operativo. Questo è cruciale per dare alle aziende garanzie concrete sul controllo dei propri ambienti.

Infine, affrontiamo anche il tema della sovranità del software e della resilienza rispetto a scenari geopolitici critici, con una soluzione chiamata Google Cloud Air Gapped. Consente ai clienti di eseguire Google Cloud anche in modalità disconnessa, rendendoli potenzialmente autonomi e operativi anche in situazioni estreme.

Detto chiaramente: sei favorevole a una regolamentazione dell’intelligenza artificiale, come vuole l’Europa? Oppure pensi che sarebbe meglio lasciare più spazio al progresso tecnologico? Anche perché, diciamolo, altrove non è che si facciano gli stessi scrupoli…

Stavo proprio arrivando a questo punto. Sì, sono assolutamente favorevole a una regolamentazione dell’intelligenza artificiale. È fondamentale. Non a caso, già nel 2017, quindi in tempi non sospetti, Google ha definito i suoi AI Principles, proprio per indicare un quadro etico e responsabile nello sviluppo e nell’utilizzo di queste tecnologie.

Crediamo che una regolamentazione ben fatta sia necessaria, ma deve essere costruita in modo da non frenare l’innovazione e da non compromettere la competitività delle aziende che adottano queste soluzioni. L’AI Act, in questo senso, può essere un passo importante, purché sia concepito in modo evolutivo e funzionale. L’obiettivo deve essere chiaro: favorire un utilizzo dell’intelligenza artificiale che sia responsabile, sicuro e al servizio delle persone.

Il fatto che Google abbia scritto una lettera in cui criticava alcuni aspetti dell’AI Act, mi fa però pensare che in realtà ci sia una differenza tra la vostra visione e quella europea. Perché, sì, tutti siamo d’accordo sul principio della regolamentazione, forse però non sulla sua attuazione.

Ci possono essere differenze nel modo di interpretare la regolamentazione, ma quello che per noi è importante è che la discussione avvenga in modo condiviso, in un’ottica di collaborazione. Dal nostro punto di vista, l’intelligenza artificiale è un fattore di trasformazione profonda, non solo per le imprese ma anche per la vita quotidiana delle persone. E proprio per questo crediamo che la regolamentazione debba servire ad abilitare questo impatto positivo, e non a ostacolarlo.

La tecnologia evolve continuamente, e quindi anche la regolamentazione deve essere in grado di evolvere con essa. Per questo motivo vogliamo essere parte attiva di questa conversazione: vogliamo contribuire, collaborare e portare la nostra esperienza. Ma lo ribadisco: una regolamentazione è assolutamente necessaria.

Visti i segnali di instabilità politica negli Stati Uniti, sempre più leader europei parlano apertamente di sovranità tecnologica e indipendenza digitale. Questa crescente diffidenza verso l’affidabilità americana come partner tecnologico può influenzare il business di colossi come il vostro in Europa? 

È fondamentale che anche in Europa si continui a investire nello sviluppo tecnologico. L’innovazione non deve essere un’esclusiva americana: più cresce l’ecosistema europeo, meglio è per tutti, perché porta benefici diffusi, stimola la concorrenza e arricchisce l’intero panorama tecnologico globale.

Google ha sempre cercato di contribuire in questa direzione, puntando sulla condivisione e sulla collaborazione, anche quando si parla di cloud e infrastrutture. Da parte nostra c’è sempre stata apertura al confronto e alla crescita comune: siamo convinti che sia nell’interesse di tutti che l’Europa giochi un ruolo sempre più centrale nel campo della tecnologia.

Detto questo, bisogna essere realistici. Come dicevo prima, il tema della sovranità digitale è centrale ma la vera sfida è riuscire a coniugare sovranità e innovazione. E l’innovazione, nel settore informatico, negli ultimi trent’anni è arrivata in larghissima parte dalla Silicon Valley.

Rinunciare oggi a ciò che offrono partner come Google, Amazon o Microsoft significherebbe compromettere la competitività delle aziende europee. È una scelta che, dal mio punto di vista, sarebbe difficilmente sostenibile, se non al prezzo di rallentare drasticamente la crescita tecnologica del continente.

Anche perché intraprendere una scelta autarchica oggi, nel 2025, lascia perplessi…

Un altro aspetto importante, che stiamo portando avanti concretamente, è la volontà di rendere disponibili le nostre tecnologie cloud non solo nel nostro cloud pubblico ma anche in modalità più flessibili, adatte al contesto europeo. L’idea è quella di mettere i partner europei nella condizione di utilizzare le tecnologie Google anche in ambienti locali o ibridi, per arricchire le soluzioni che verranno costruite in Europa.

Un esempio interessante è quello di Mistral, il modello linguistico francese sostenuto dall’amministrazione francese. Senza entrare nel merito di cosa usino o meno, è un caso che dimostra quanto stia crescendo in Europa la volontà di sviluppare soluzioni autonome. E noi, da parte nostra, siamo pronti a collaborare in questa direzione, offrendo accesso alle nostre tecnologie anche al di fuori del nostro cloud pubblico.

È il caso, ad esempio, delle TPU di cui parlavo prima: sono utilizzabili anche in modalità on premise, senza dover necessariamente passare per l’infrastruttura cloud di Google. Questo permette di coniugare l’innovazione tecnologica con le esigenze di sovranità e controllo locale, un punto oggi fondamentale nel contesto europeo.

Le retorica dell’IA Agentica

L’AI agentica è sulla bocca di tutti ma tra promesse altisonanti, licenziamenti e vantaggi poco chiari, c’è il rischio che il fenomeno sia più hype che sostanza. Anche Gartner prevede che il 40% dei progetti agentici sarà cancellato entro il 2027 per costi e benefici poco evidenti…

Sto seguendo da vicino l’evoluzione dell’AI agentica, soprattutto dal punto di vista tecnico, e devo dire che oggi costruire un agente è diventato sorprendentemente semplice. In pratica, si parte da un’istruzione in linguaggio naturale, si seleziona il modello da utilizzare (come Gemini, ma anche altri disponibili su Vertex AI, la nostra piattaforma) e poi si costruisce l’architettura attorno a due elementi fondamentali: il grounding e il RAG, che consentono di potenziare le risposte del modello attingendo a dati aziendali o fonti esterne strutturate.

È qui che, soprattutto in ambito aziendale o istituzionale, si fa davvero la differenza. Non si tratta più di semplici chatbot ma di agenti in grado di impattare concretamente i processi interni, con risposte precise, affidabili e personalizzate. Nel nostro caso, riusciamo a fare grounding anche su fonti proprietarie come Google Search, Maps e altre banche dati certificate. Questo rende l’interazione con l’agente molto più efficace e mirata, e i risultati lo confermano.

Ti faccio un esempio concreto: con l’Istituto Europeo di Oncologia, stiamo usando proprio questo approccio per migliorare la normalizzazione delle cartelle cliniche, che spesso contengono dati eterogenei e non strutturati. L’impatto è stato molto forte, sia in termini di efficienza operativa che di supporto alla ricerca scientifica, come ci ha confermato anche il cliente.

Quindi sì, l’impatto degli agenti AI è reale, positivo e già misurabile. Però è fondamentale progettare bene queste soluzioni e ciò richiede due ingredienti chiave: leadership e competenza di dominio. Ma è proprio questa combinazione, tecnologia e conoscenza umana, che fa davvero la differenza. E che continua a mettere l’uomo al centro.

Concordo che l’IA dovrebbe rimettere l’uomo al centro, eppure quest’anno però a oggi il mondo tech ha già licenziato 80.250 persone e molte mansioni umane, come l’onboarding o il primo colloquio per la selezione del personale, sono sempre più spesso affidate agli agenti AI. Questo futuro ti piace o è semplicemente inevitabile?

Sì, il contatto umano resta fondamentale e anche questa intervista ne è un esempio. Personalmente uso strumenti come Notebook LM per prepararmi, soprattutto in mobilità e li trovo molto utili. Ma l’empatia, la curiosità, la voglia di mettersi in gioco sono elementi insostituibili, soprattutto per le nuove generazioni.

Il vero rischio che vedo non è l’automazione in sé, ma una deriva verso la pigrizia intellettuale: delegare tutto all’IA senza esercitare spirito critico. Questo è un pericolo reale, e dobbiamo tenerne conto.

Quanto all’onboarding fatto da un agente AI, lo vedo come uno strumento di grande efficienza, che può aiutare chi arriva in azienda a orientarsi rapidamente e a prepararsi meglio. È un cambiamento epocale, sì, ma spetta alla leadership aziendale gestirlo in modo responsabile, affinché l’impatto sulla forza lavoro non sia solo negativo, ma generi valore sociale.

La retorica dell’IA agentica inizia a stancare: non siamo tutti Steve Jobs e il tessuto sociale ha bisogno anche di colletti bianchi, manifatturieri, sviluppatori e chiunque verrà sostituito dalle IA. Un’opinione al riguardo?

Il dibattito sull’impatto dell’AI non può e non deve limitarsi a visioni astratte. Deve calarsi nella realtà del nostro tessuto economico e sociale, fatto di professionisti, sviluppatori, operai specializzati e impiegati che sono il motore del Paese. La nostra visione e il modo in cui stiamo sviluppando la tecnologia sono volti a favorire un potenziamento delle persone per facilitare l’innovazione in tutti gli ambiti, abilitando le persone e dando loro accesso a questi processi trasformativi.

La vera sfida non è tecnologica ma sociale: questa transizione richiede un’evoluzione delle competenze. È per questo che il nostro impegno in Italia va oltre la fornitura di tecnologia. Da anni portiamo avanti iniziative concrete come “Opening Future” e i programmi di formazione per le PMI, e abbiamo investito in centri di eccellenza come quello di Torino, proprio per creare un ponte tra l’innovazione e il mondo del lavoro reale.

Il futuro di Google Cloud

Nvidia ha lanciato DGX Cloud, un servizio che mira a ridefinire gli equilibri nel settore del cloud e mettere sotto pressione i tradizionali leader. The Information ha segnalato che OpenAI starebbe sviluppando internamente funzionalità disegnate per competere direttamente con Microsoft 365 e Google Workspace. Come vede l’ingresso di due attori di questo calibro nel vostro campo?

Il mercato del cloud, è per sua natura in continua e rapida evoluzione, con l’ingresso di nuovi attori e nuove tecnologie. Riconosciamo che l’ecosistema dell’AI generativa è vasto e richiede apertura per offrire ai clienti la possibilità di scegliere e integrare le soluzioni che meglio si adattano alle loro esigenze.

A livello di infrastruttura, questo significa offrire flessibilità e scelta. La nostra piattaforma è progettata per supportare i carichi di lavoro di intelligenza artificiale più esigenti, integrando sia le nostre tecnologie proprietarie, come i processori TPU, sia le soluzioni più avanzate dei partner tecnologici del settore. L’obiettivo è permettere a ogni azienda di costruire, addestrare e distribuire i propri modelli utilizzando l’architettura migliore per le proprie esigenze, senza vincoli.

Passando al livello delle applicazioni, come Google Workspace, la nostra forza risiede in un’esperienza pluriennale di innovazione nell’AI, integrata in prodotti utilizzati da più di 3 miliardi di persone. In un mercato dove emergono continuamente nuove soluzioni, Gemini per Workspace si distingue per non essere un’aggiunta, ma l’evoluzione naturale di una suite nata per la collaborazione nel cloud. La sua capacità di integrarsi in modo sicuro con i dati aziendali per fornire assistenza intelligente e personalizzata si traduce in un valore concreto, come dimostra il risparmio medio di 105 minuti a settimana per utente.

Oltre l’IA generativa, quali altre tecnologie o tendenze vede come disruptive per il mercato italiano nei prossimi 3-5 anni? Parliamo di quantum computing, edge AI… Come Google Cloud si sta preparando a queste evoluzioni?

Partendo dall’orizzonte più lontano, il Quantum Computing rappresenta un cambio di paradigma. Proprio di recente, con il nostro chip Willow, abbiamo raggiunto un traguardo fondamentale: abbiamo dimostrato una correzione degli errori che migliora all’aumentare della scala, un ostacolo che il settore cercava di superare da tempo. Questo ci avvicina enormemente all’obiettivo di un computer quantistico utile, capace di sbloccare scoperte oggi impensabili nella farmaceutica o nella scienza dei materiali.

Dall’altro lato, ci concentriamo su tendenze molto più vicine e concrete, come l’Edge AI: per motivi di latenza, connettività o sovranità dei dati, in alcuni casi è necessario portare l’infrastruttura e i servizi cloud, inclusa l’AI, più vicino a dove i dati vengono generati e utilizzati: nelle fabbriche, nei punti vendita, negli ospedali. La nostra soluzione, il Google Distributed Cloud (GDC), risponde proprio a questa esigenza, permettendo di utilizzare i nostri modelli, come Gemini, anche in modalità completamente disconnessa per soddisfare i più stringenti requisiti di sicurezza.

È proprio su queste infrastrutture evolute, che siano nel cloud o all’edge, che vediamo già delinearsi cinque tendenze chiave dell’AI che guideranno il mercato. Parliamo dell’AI Multimodale, che comprende immagini e suoni oltre al testo. Vediamo l’ascesa degli Agenti AI, assistenti proattivi che automatizzano i processi. La ricerca aziendale diventerà più intuitiva e visiva, un’opportunità per il mondo del design e della moda ad esempio. Infine, l’AI sta già ridisegnando la customer experience, rendendola iper-personalizzata, e sta diventando un pilastro per la cybersecurity.

Per Google Cloud, abilitare queste trasformazioni in Italia significa mettere a disposizione non solo la tecnologia ma anche le fondamenta per un’adozione sicura e sovrana. Il nostro impegno è concreto, come dimostrano le nostre due Cloud Region italiane a Milano e Torino. Queste infrastrutture offrono alle aziende e alla Pubblica Amministrazione e controllo e residenza dei dati, un requisito essenziale per poter sfruttare con fiducia tutte le potenzialità future offerte dal cloud e dalle nuove tecnologie.

Nel corso del Google Cloud Summit è stata presentata la prima edizione degli Italy AI Groundbreaker Award: un suo bilancio e cosa l’ha colpita maggiormente?

È stata una delle iniziative più entusiasmanti di quest’anno. Quando abbiamo lanciato il premio, a marzo, non ci aspettavamo una risposta così forte: centinaia di candidature, tantissima energia e voglia di mettersi in gioco. La giuria, di cui ho avuto l’onore di fare parte insieme a esperti indipendenti, ha selezionato progetti davvero ispiratori.

Mi ha colpito la varietà degli ambiti di applicazione: Ganiga ha trasformato la gestione dei rifiuti in un sistema intelligente con impatto ambientale ed economico; Zendata ha rivoluzionato la formazione aziendale e accademica; BPER ha rinnovato i processi bancari interni grazie agli agenti AI; e IEO-Monzino sta utilizzando l’AI per migliorare l’analisi dei dati clinici e, in ultima istanza, la cura del paziente.

Queste storie ci ricordano che l’AI non è solo una tecnologia ma uno strumento per generare cambiamento reale, tangibile, positivo. E che in Italia c’è un ecosistema vivo, ambizioso e pronto a fare la differenza.

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