Le pressioni sono arrivate forti e compatte, ma l’Unione Europea non ha fatto una piega.
Nonostante oltre cento aziende tecnologiche abbiano chiesto ufficialmente un rinvio dell’AI Act, tra cui giganti del calibro di Alphabet, Meta, la francese Mistral AI e la olandese ASML, la Commissione Europea ha confermato che il calendario non subirà variazioni.
La tabella di marcia per l’attuazione del regolamento sull’intelligenza artificiale resta invariata, con le prime disposizioni già in vigore da febbraio 2024 e l’entrata a regime totale prevista per metà 2026.
A rispondere pubblicamente è stato Thomas Regnier, portavoce ufficiale della Commissione, durante una conferenza stampa: “Ho visto, effettivamente, molte notizie, molte lettere e molte cose dette sull’AI Act. Lasciate che sia il più chiaro possibile: non ci sarà alcun “fermiamo l’orologio”. Non ci sarà alcun periodo di grazia. Nessuna pausa”.
Un messaggio inequivocabile rivolto a chi sperava in una marcia indietro, sulla scia delle preoccupazioni per i costi di adeguamento e il timore che l’Europa così perderà competitività rispetto a Stati Uniti e Cina.
Un regolamento a più velocità, ma senza eccezioni
L’AI Act è il primo regolamento al mondo pensato per normare in modo organico lo sviluppo e l’impiego dell’intelligenza artificiale. Basato su un approccio “risk-based”, distingue tra applicazioni a rischio limitato, elevato e inaccettabile.
Queste ultime, come il social scoring o la manipolazione cognitivo-comportamentale, saranno semplicemente vietate. Le applicazioni ad alto rischio, come la biometria o l’IA impiegata in ambito educativo e occupazionale, saranno invece soggette a obblighi di registrazione, valutazione e gestione del rischio, prima di poter accedere al mercato europeo.
Secondo Regnier, il prossimo passo sarà ad agosto, quando scatteranno gli obblighi per i modelli di IA a uso generale. Poi, ad agosto 2026, sarà la volta delle norme per i sistemi ad alto rischio. L’intero impianto è pensato per modulare l’introduzione delle regole, ma non per concedere deroghe: ogni segmento ha una scadenza precisa.
Le resistenze dell’industria all’AI Act
Come scrivevamo nei giorni scorsi, dietro la pressione per posticipare il regolamento c’è un fronte ampio e trasversale: dalle big tech americane alle startup europee, molte aziende lamentano requisiti troppo onerosi e un impianto normativo che, a loro dire, potrebbe frenare l’innovazione e rendere l’Europa meno competitiva.
Non è un caso che, nella lettera inviata alla Commissione, si chiedesse di rimandare l’entrata in vigore di “alcuni anni”.
Bruxelles non si è limitata a rispondere con fermezza. Ha anche promesso una fase di alleggerimento per le imprese più piccole. Entro fine anno, ha annunciato Regnier, saranno proposte modifiche per semplificare le regole digitali e ridurre alcuni obblighi di rendicontazione per le PMI. Un segnale che la Commissione non intende cedere sulla cornice generale, ma resta aperta a una calibrazione fine dei dettagli operativi.
L’AI Act, insomma, va avanti. E in un contesto in cui il predominio tecnologico globale è conteso tra Stati Uniti e Cina, l’Europa prova a giocare una partita diversa: quella delle regole.
Lo fa nel momento in cui la tecnologia corre più veloce della politica, con risultati che non potremo che valutare nei prossimi anni.


