Cloud e IA spingono i ricavi di Alphabet

by | 25 Lug 2025 | Business

Tempo di lettura: 2 minuti

Alphabet, la casa madre di Google, ha chiuso il secondo trimestre con ricavi da record pari a 96,4 miliardi di dollari, spinta da una crescita solida nella pubblicità e, soprattutto, nel cloud.

Ma c’è un altro dato che attira l’attenzione degli investitori, e riguarda la spesa: il colosso ha infatti annunciato che nel 2025 investirà circa 85 miliardi di dollari in conto capitale, un incremento del 13% rispetto alle previsioni precedenti e ben al di sopra dei 52,5 miliardi spesi nel 2024.

Un’impennata giustificata da un’unica, grande priorità: l’intelligenza artificiale.

I risultati di Alphabet

Il CEO Sundar Pichai ha puntato tutto su Gemini, il chatbot sviluppato in casa, e sulla progressiva integrazione di funzioni IA nei prodotti di punta, a partire da Search e YouTube.

A maggio l’azienda ha rilasciato negli Stati Uniti una nuova modalità di ricerca, chiamata “AI Mode”, che trasforma Google in una sorta di assistente conversazionale capace di rispondere alle domande degli utenti con risposte sintetiche e pochi link, sul modello di ChatGPT.

Ma la vera infrastruttura del futuro si costruisce altrove e richiede data center, chip, potenza di calcolo. Ed è qui che che stanno venendo convogliati i miliardi.

Lo dimostrano i numeri del cloud, che si conferma la divisione più dinamica dell’azienda. Nel secondo trimestre, Google Cloud ha generato 13,6 miliardi di dollari, con una crescita del 32% rispetto all’anno precedente, accelerando rispetto al +28% del primo trimestre.

Il cloud beneficia direttamente della domanda di servizi IA da parte di aziende e sviluppatori: chi vuole addestrare o usare modelli generativi ha bisogno di infrastruttura, e Google la vende. E tra i nuovi clienti c’è nientemeno che OpenAI.

Pubblicità sotto osservazione

Non va male neanche la pubblicità. I ricavi pubblicitari complessivi sono cresciuti del 10,4%, arrivando a 71,3 miliardi, mentre la divisione Search è salita dell’11,7%. Ma proprio su questo fronte, il più tradizionale e redditizio, iniziano a vedersi le prime crepe.

Gli utenti si stanno infatti abituando a ottenere risposte dirette dai chatbot, senza passare per i classici risultati sponsorizzati. È per questo che analisti come Michael Nathanson di MoffettNathanson sottolineano l’importanza delle rassicurazioni offerte dai dirigenti durante la call con gli investitori.

“Quello che preoccupa le persone è la matematica dietro alla ricerca” ha dichiarato Nathanson. “Non è che l’IA finirà per danneggiare la search? E più volte, durante la call, loro hanno ribadito: ‘Non è quello che stiamo osservando’”.

L’incognita dell’antitrust

Ma le pressioni non arrivano solo dal mercato. Alphabet è anche nel mirino del Dipartimento di Giustizia americano, che ha avviato una causa antitrust per abuso di posizione dominante nella search.

Il giudice federale che supervisiona il caso si esprimerà a breve sull’ipotesi di imporre limiti strutturali alla capacità di Google di competere, anche nel campo dell’intelligenza artificiale.

Le proposte sul tavolo sono radicali: dalla vendita del browser Chrome al divieto di pagare Apple per essere il motore di ricerca predefinito su iPhone, fino all’obbligo di condividere i dati con i concorrenti.

In questa cornice, i risultati trimestrali di Google appaiono come il bilancio provvisorio di una transizione complessa.

Da un lato, la crescita c’è e si vede. Dall’altro, la trasformazione del motore di ricerca in una piattaforma conversazionale, la concorrenza di OpenAI, la sorveglianza dei regolatori e l’impennata della spesa lasciano poco spazio a errori.

Come peraltro i suoi concorrenti, Google si è imbarcata nella corsa all’IA con tutta la forza che ha. Ma non sarà un viaggio economico.

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