Il Dipartimento di Giustizia chiede a Google la cessione di Chrome

da | 21 Nov 2024 | Legal

Tempo di lettura: 3 minuti

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha chiesto a Google di vendere il browser Chrome come misura correttiva per il monopolio nel mercato delle ricerche online.

Questa proposta, che rappresenta una delle più drastiche azioni antitrust della storia recente, arriva dopo la vittoria del governo in una causa contro Google, avviata per contrastare il dominio della società nel settore tecnologico.

Chrome, che domina il mercato globale dei browser con una quota del 66%, è al centro delle critiche per il modo in cui rafforza la posizione del colosso di Mountain View nel settore della ricerca.

Attualmente, le ricerche effettuate dalla barra degli indirizzi di Chrome, passano direttamente per Google a meno che l’utente non modifichi manualmente le impostazioni.

Il Dipartimento di Giustizia ha anche chiesto di impedire a Google di offrire vantaggi preferenziali al proprio motore di ricerca sui dispositivi con sistema operativo Android. Se l’azienda violasse queste regole, sarebbe costretta a cedere anche Android, una piattaforma utilizzata su miliardi di dispositivi in tutto il mondo.

Inoltre, la proposta vieterebbe a Google di pagare per essere il motore di ricerca predefinito sui browser, pratica che oggi garantisce alla società una posizione privilegiata su Safari di Apple in cambio di decine di miliardi di dollari all’anno.

La battaglia si estende all’intelligenza artificiale

Il governo ha anche affrontato il crescente potere di Google nel settore dell’intelligenza artificiale, un mercato emergente che sta gradualmente erodendo la centralità della ricerca tradizionale.

Tra le misure proposte c’è l’obbligo per Google di consentire agli editori di siti web di escludere i propri dati dall’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, o in alternativa, di remunerarli per l’utilizzo delle informazioni.

Kent Walker, presidente degli affari globali di Google, ha criticato duramente la proposta definendola “eccessivamente ampia” e potenzialmente dannosa per l’economia statunitense e la sua leadership tecnologica globale.

L’azienda ha annunciato l’intenzione di presentare una controproposta entro dicembre. 

Le implicazioni per il mercato della pubblicità

Secondo i dati del giudice distrettuale Amit Mehta, circa la metà delle ricerche online negli Stati Uniti avviene tramite prodotti su cui Google ha pagato per essere il motore di ricerca predefinito, mentre un ulteriore 20% deriva da browser Chrome scaricati dagli utenti.

Gli annunci pubblicitari generati dai risultati di ricerca lo scorso anno hanno rappresentato il 57% dei 307 miliardi di dollari di entrate di Alphabet, la società madre.

L’eventuale cessione di Chrome priverebbe Google di dati preziosi sugli utenti, fondamentali per offrire pubblicità mirata, un settore che rappresenta il fulcro delle entrate del colosso di Mountain View.

Un precedente storico e una proposta drastica

Questa richiesta segna il punto culminante di un’iniziativa legale avviata dall’amministrazione Biden per ridimensionare i giganti tecnologici come anche Apple e Amazon. La proposta di separare Chrome e Android dal controllo di Google è una delle più drastiche mai avanzate nel panorama antitrust statunitense.

Tuttavia, questa strategia è controversa. Nel 2000, un caso simile contro Microsoft si concluse con l’annullamento dell’ordine di scissione da parte della Corte d’Appello del Distretto di Columbia, che ritenne tale misura appropriata solo in caso di monopoli creati tramite fusioni.

Il processo per determinare come affrontare le violazioni antitrust inizierà ad aprile e dovrebbe concludersi entro agosto 2024. Qualora il giudice approvasse le misure richieste, Google potrebbe fare appello, ritardando l’attuazione delle disposizioni di mesi, se non anni.

In gioco c’è il futuro del mercato della ricerca online e dell’intero settore tecnologico, in cui la centralità di Google potrebbe essere messa in discussione da una sentenza destinata a ridisegnare gli equilibri tra innovazione, concorrenza e regolamentazione.

Gli sguardi ora si spostano sul presidente eletto Donald Trump, che se da un lato ha fatto di deregulation e “America First” il suo slogan, dall’altro ha un conto aperto di lunga data con Google. Non a caso, Il Dipartimento di Giustizia ha intentato la causa nel 2020, quando Trump era presidente.

Ma poiché una manovra del genere azzopperebbe (irrimediabilmente?) una delle più grandi eccellenze tecnologiche a stelle e strisce, con ricadute occupazionali difficili da quantificare oggi, è tutto da vedere quanto Trump vorrà spingersi in fondo coi suoi propositi.

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