Mentre a Bruxelles si contano i giorni che mancano all’entrata in vigore delle prime disposizioni dell’AI Act, arriva un appello senza precedent.
Più di 45 aziende, tra cui colossi come ASML, Airbus, Mercedes-Benz, BNP Paribas, Siemens Energy, Publicis Groupe e perfino la francese Mistral AI, chiedono ufficialmente all’Unione Europea di rinviare tutto di almeno due anni. In ballo, dicono, c’è il futuro dell’innovazione europea.
La richiesta, riportata da Bloomberg, è contenuta in una lettera indirizzata direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Il messaggio è netto: “Questo rinvio, accompagnato da un impegno a dare priorità alla qualità regolatoria rispetto alla velocità, invierebbe un forte segnale a innovatori e investitori in tutto il mondo che l’Europa prende sul serio la propria agenda di semplificazione e competitività”.
A firmarla sono stati non solo i big industriali del continente ma anche aziende digitali emergenti come Mistral AI, in passato tra le voci più ottimiste sulla regolazione europea.
A guidare l’iniziativa è la EU AI Champions Initiative, promossa dalla società americana di venture capital General Catalyst, che però conta tra i suoi membri anche realtà europee come SAP e Spotify (queste ultime, pur facendo parte dell’iniziativa, non hanno firmato la lettera).
Cos’è l’AI Act e cosa prevede a partire da agosto
Per chi si fosse perso i nostri precedenti articoli, l’AI Act è il primo regolamento vincolante al mondo sull’intelligenza artificiale, approvato nel 2023 dopo un lungo confronto tra Commissione, Parlamento e Stati membri. Il suo obiettivo è impedire gli abusi più gravi dell’IA, imponendo regole diverse in base al livello di rischio dei sistemi.
I modelli “a rischio sistemico”, come ChatGPT di OpenAI o Gemini di Google, dovranno rispettare obblighi di trasparenza, sicurezza, tracciabilità, protezione del diritto d’autore e controllo dei contenuti usati per l’addestramento. Sarà richiesto anche di testare i modelli per bias, tossicità e robustezza.
Inoltre, dovranno essere segnalati alla Commissione gli incidenti gravi e forniti dati sull’efficienza energetica.
Dal 2 agosto, alcune di queste disposizioni entreranno ufficialmente in vigore per i cosiddetti GPAI (General Purpose AI), cioè i modelli fondazionali alla base di molte applicazioni IA.
Secondo Reuters, i GPAI dovranno predisporre documentazione tecnica, assicurarsi di rispettare il copyright europeo e pubblicare riassunti dettagliati sui dataset usati per l’addestramento. Si tratta di un primo passo di un calendario scaglionato che accompagnerà l’implementazione dell’AI Act fino al 2026.
Prima gli americani, ora anche gli europei
Le critiche al regolamento non sono nuove. Già ad aprile, gli Stati Uniti avevano espresso forte preoccupazione, chiedendo all’Europa di cancellare o almeno rivedere il codice di condotta previsto per accompagnare l’adozione dell’AI Act.
Quel documento, che doveva uscire a maggio ma non è ancora pronto, dovrebbe offrire indicazioni alle aziende per restare in regola. Ma secondo diverse tech company, citate da Bloomberg, finisce per introdurre regole ancora più pesanti di quelle previste dall’atto stesso.
Joel Kaplan, capo degli affari globali di Meta, ha definito il codice “inattuabile e irrealizzabile”, aggiungendo che l’azienda non lo firmerà nella sua forma attuale. Alphabet ha criticato le linee guida che impongono test esterni ai modelli e stringenti obblighi in tema di copyright, giudicandole eccessive.
Ora però le critiche non arrivano solo da oltre Atlantico, ma dalle stesse aziende europee che dovrebbero trarre vantaggio da un quadro regolatorio stabile.
E a lamentarsi non sono solo le big: tra i firmatari della lettera anche aziende meno note, che denunciano l’assenza di indicazioni chiare, la mancanza del codice di condotta e la difficoltà di applicare le regole con team di compliance molto più piccoli rispetto ai giganti americani.
Come ha riportato Reuters, nella lettera si legge: “Per affrontare l’incertezza generata da questa situazione, esortiamo la Commissione a proporre una ‘sospensione dell’orologio’ di due anni sull’AI Act prima che entrino in vigore le principali obbligazioni”.
L’Unione Europea ascolterà?
Al momento, la Commissione europea non ha commentato ufficialmente sulla richiesta di rinvio. L’unico segnale arrivato è la promessa, da parte della commissaria Henna Virkkunen, di pubblicare il codice di condotta entro il mese prossimo. Ma basterà?
Difficile dirlo. Il precedente del Green Deal, partito con buone intenzioni ma rivelatosi in parte controproducente per alcuni settori industriali europei, è un monito non trascurabile.
L’UE tirerà dritto anche stavolta, applicando una normativa ancora poco chiara, piena di lacune e afflitta da ritardi? O saprà fare tesoro dei suggerimenti raccolti finora, non solo dai deregulator americani ma anche da quelle aziende europee che avrebbero tutto l’interesse a far funzionare questa legge nel modo migliore?
La risposta nei prossimi giorni. E da questa capiremo se l’Europa vuole davvero competere nel campo dell’IA o se preferisce continuare a regolamentare mentre gli altri innovano.


