OpenAI deve affrontare altre 30 cause legate alla strage di Tumbler Ridge, in Canada. A presentarle è Edelson, lo stesso studio che ad aprile aveva già depositato sette denunce per conto delle vittime e delle loro famiglie.
I nuovi ricorrenti sono alcuni insegnanti, il preside e studenti che si trovavano nella scuola durante l’attacco ma non sono stati colpiti.
La vicenda di partenza è già nota. Come abbiamo raccontato ad aprile, OpenAI aveva individuato otto mesi prima della strage conversazioni preoccupanti dell’allora diciottenne Jesse Van Rootselaar con ChatGPT.
Alcuni dipendenti avevano chiesto di avvisare le autorità canadesi. La società decise invece di chiudere l’account, ritenendo che il caso non superasse la propria soglia di “rischio imminente e credibile”.
Dopo la strage, nella quale Van Rootselaar uccise otto persone prima di togliersi la vita, Sam Altman chiese pubblicamente scusa alla comunità.
Le nuove cause cercano però di andare oltre la constatazione dell’errore: vogliono stabilire chi, dentro OpenAI, avrebbe deciso di non seguire la raccomandazione del team che chiedeva di rivolgersi alla polizia.
Le accuse puntano su Chris Lehane
Le denunce indicano Chris Lehane, chief global affairs officer di OpenAI, come la figura che avrebbe avuto un ruolo nella decisione. Secondo i ricorrenti, il team Intelligence and Investigations, incaricato di individuare gli utenti che potrebbero rappresentare una minaccia nel mondo reale, sarebbe stato collocato sotto la sua autorità.
Una delle cause sostiene che la decisione di non contattare la polizia sarebbe stata presa “da Lehane stesso, o da qualcuno nella sua catena di comando”, e poi ratificata da Altman.
Il passaggio è però formulato come “on information and belief”: in legalese significa che gli avvocati ritengono vera la ricostruzione sulla base delle informazioni raccolte finora, senza però aver ancora presentato prove dirette del coinvolgimento personale di Lehane. Il che, chiaramente, è un passaggio decisivo.
Lehane non figura infatti tra gli imputati, mentre Altman sì. Jay Edelson, l’avvocato che guida le cause, ha detto che lo studio non sta ancora rendendo pubbliche tutte le prove e che Lehane e Altman saranno “testimoni fondamentali”. Ha poi aggiunto che la ricostruzione si basa in parte sull’organigramma di OpenAI e in parte sull’indagine condotta dallo studio.
OpenAI: “È assolutamente falso”
OpenAI respinge la ricostruzione. Jason Kwon, chief strategy officer della società, come potete leggere qui sotto, ha dichiarato su X che è “assolutamente falso dire che Chris Lehane sia stato coinvolto nella decisione iniziale se segnalare il caso alle autorità, o che i nostri investigatori rispondano in qualche modo a lui”.
“È anche completamente falso sostenere che le persone al centro di queste difficili decisioni non diano priorità alla sicurezza, o che entrino in gioco fattori ‘politici’ o di ‘pubbliche relazioni'”.
La posizione dell’azienda resta quella già espressa dopo Tumbler Ridge: le conversazioni di Van Rootselaar non avevano raggiunto, secondo i criteri allora in vigore, la soglia necessaria per avvisare le forze dell’ordine.
There’s some reporting today on lawsuits filed against OpenAI in relation to the Tumbler Ridge incident. Here’s the full statement I gave to several outlets:
There isn’t a day that goes by that I don’t think about what happened at Tumbler Ridge, or the victims of this…
— Jason Kwon (@jasonkwon) September 2, 2026
Il precedente che mette OpenAI in difficoltà
Gli avvocati dei ricorrenti contestano anche la difesa basata sull’imminenza della minaccia e sulla tutela della privacy. Per farlo citano un episodio del novembre 2025, quando OpenAI mise in lockdown gli uffici di San Francisco dopo una presunta minaccia proveniente da un attivista.
Secondo le denunce, in quel caso l’azienda aveva riconosciuto che non vi erano indicazioni di una minaccia attiva, ma aveva comunque avvisato immediatamente i dipendenti, diffuso internamente nome e fotografia del sospettato e contattato la polizia di San Francisco. I ricorrenti usano quindi il precedente per sostenere che OpenAI abbia applicato criteri diversi quando a essere potenzialmente in pericolo erano i suoi dipendenti.
È una tesi degli avvocati, non un fatto già accertato dal tribunale. Ma porta il caso sul terreno più delicato per OpenAI: se l’azienda abbia sbagliato valutazione lo ha già riconosciuto Altman nelle sue scuse.
Adesso le cause cercano di stabilire chi avesse il potere di prendere quella decisione e se la raccomandazione degli specialisti della sicurezza sia stata scavalcata salendo lungo la catena di comando.
Fonte: TechCrunch


