Il governo degli Stati Uniti ha deciso da che parte stare nella battaglia che può stabilire chi dovrà pagare i contenuti utilizzati per addestrare l’intelligenza artificiale.
Il Dipartimento di Giustizia ha depositato una memoria a sostegno di OpenAI nella causa intentata dal New York Times, sostenendo che l’utilizzo di opere protette dal copyright per addestrare i modelli può rientrare nel “fair use”.
Il fair use è il principio del diritto americano che, in determinate circostanze, permette di utilizzare materiale protetto dal copyright senza chiedere il permesso al titolare dei diritti. Secondo il governo, l’addestramento dei modelli su opere scritte sarebbe “estremamente trasformativo” e non danneggerebbe il mercato o il valore delle opere originali.
Ma Washington va oltre il copyright. Per l’amministrazione Trump limitare l’accesso ai contenuti potrebbe mettere in pericolo la capacità degli Stati Uniti di competere nell’IA. E quindi diventa una questione di sicurezza nazionale.
Il copyright entra nella sfida con la Cina
“Norme giuridiche che rendano più difficile sviluppare una solida industria dell’IA negli Stati Uniti minacciano la sicurezza nazionale e conferiscono un vantaggio competitivo agli avversari stranieri che non sono soggetti agli stessi vincoli”, sostiene il governo nella memoria.
Il riferimento è ovviamente alla Cina. L’amministrazione Trump ha costruito buona parte della propria politica sull’IA attorno alla necessità di mantenere il vantaggio americano sui concorrenti cinesi, riducendo gli ostacoli normativi e accelerando la costruzione di data center e infrastrutture energetiche.
Il Dipartimento di Giustizia aggiunge un’altra argomentazione. Se per addestrare un LLM fosse necessario acquistare licenze per enormi quantità di testi, soltanto “le più grandi aziende tecnologiche potrebbero avere il capitale necessario per pagare”.
Allo stesso tempo ne beneficerebbero soprattutto i grandi gruppi editoriali, perché possiedono archivi molto più vasti dei piccoli editori indipendenti.
Secondo Washington, quindi, restringere il fair use rischierebbe di rafforzare contemporaneamente i giganti su entrambi i lati del tavolo.
Il New York Times: state favorendo le aziende dell’IA
Il New York Times vede la questione esattamente al contrario. “L’Amministrazione si sta schierando con una manciata di aziende dell’IA da mille miliardi di dollari a scapito degli innumerevoli creatori americani il cui lavoro è stato rubato”, ha dichiarato un portavoce del quotidiano.
Secondo il Times, permettere alle aziende di utilizzare gratuitamente il lavoro degli editori finirebbe per “compromettere la sostenibilità dei contenuti creati dagli esseri umani, dai quali dipende una società sana e di cui l’IA ha bisogno per funzionare”.
La battaglia è iniziata nel dicembre 2023, quando il New York Times ha citato in giudizio OpenAI e Microsoft sostenendo che ChatGPT e Copilot fossero stati addestrati su milioni di suoi contenuti senza autorizzazione.
Da allora gli editori hanno seguito strade diverse. Alcuni hanno fatto causa, altri hanno scelto di farsi pagare: News Corp, proprietaria del Wall Street Journal, che abbiamo usato come fonte per questo articolo, ha per esempio un accordo di licenza con OpenAI.
Trump e la nuova alleanza con la Silicon Valley
La presa di posizione arriva mentre i rapporti tra Trump e una parte importante della Silicon Valley sono cambiati profondamente.
Sam Altman, Meta, Amazon e Google contribuirono al fondo per l’insediamento del presidente. E poche ore dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha presentato Stargate insieme ad Altman, Larry Ellison e Masayoshi Son, il piano per investire fino a 500 miliardi di dollari nelle infrastrutture americane per l’IA.
Il rapporto è poi diventato sempre più politico. Come abbiamo raccontato, Altman è passato rapidamente da una posizione marginale durante l’insediamento a interlocutore diretto della Casa Bianca.
Nel viaggio di Trump nel Golfo Persico del 2025, i grandi gruppi tecnologici americani hanno accompagnato la diplomazia economica del presidente: IA, chip e data center sono entrati infatti negli accordi con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Altman è poi coinvolto nei progetti con Abu Dhabi, mentre Nvidia, Google, Oracle, AMD e altri gruppi hanno firmato altri accordi miliardari nella regione.
Lo stesso schema si è visto nei grandi appuntamenti internazionali successivi, da Davos al G7, dove i vertici dell’IA sono ormai seduti allo stesso tavolo dei governi. A giugno, come abbiamo raccontato, Altman, Dario Amodei e Demis Hassabis hanno partecipato a un pranzo di lavoro con Trump e gli altri leader del G7.
C’è anche un legame finanziario più diretto. Greg Brockman, cofondatore e presidente di OpenAI, è diventato uno dei grandi finanziatori dell’area politica trumpiana.
L’IA diventa politica industriale americana
a questione, a questo punto, va oltre OpenAI e il New York Times. Il governo americano sta infatti dicendo ai giudici che una certa interpretazione del copyright potrebbe indebolire gli Stati Uniti nella corsa all’IA e quindi danneggiare la sicurezza nazionale.
Ma il contesto politico non può essere taciuto. Trump ha costruito negli anni un rapporto apertamente conflittuale con una parte della stampa americana e ha intentato cause sia contro il New York Times sia contro il Wall Street Journal per la loro copertura. Ora il suo Dipartimento di Giustizia interviene in una causa che vede proprio il Times contrapposto a una delle aziende simbolo della nuova industria americana dell’IA.
Questo rende ancora più delicata la domanda che finirà davanti al giudice: fino a che punto il tribunale dovrà applicare il copyright sulla base della legge e dei precedenti, e fino a che punto dovrà tenere conto dell’argomento politico secondo cui una lettura più restrittiva potrebbe rallentare OpenAI e favorire la Cina?
La linea è sottile. Perché quando la sicurezza nazionale, la politica industriale e il conflitto con la stampa entrano tutti nella stessa aula, il rischio è che il confine tra interpretare la legge e piegarla agli obiettivi della politica diventi molto difficile da distinguere.
Fonte: Wall Street Journal


