Quando Donald Trump ha giurato come Presidente degli Stati Uniti, Sam Altman si è ritrovato relegato in una sala secondaria della cerimonia d’insediamento. Intanto, Elon Musk e Mark Zuckerberg sedevano sotto la cupola del Campidoglio, in prima fila tra i grandi nomi della tecnologia.
Eppure, poche ore dopo, era proprio Altman a trovarsi al centro della scena politica americana, accanto a Trump nella Roosevelt Room della Casa Bianca, mentre il presidente annunciava un progetto epocale per l’intelligenza artificiale.
Si trattava di Stargate, un’iniziativa da 500 miliardi di dollari per costruire una rete di data center in tutto il paese, con il coinvolgimento di OpenAI, Oracle e SoftBank.
Il piano era stato elaborato da mesi ma Altman e i suoi partner ne avevano programmato l’annuncio nei primi giorni dell’amministrazione, permettendo a Trump di prendersene il merito. “Non potremmo farlo senza di lei, signor Presidente”, ha dichiarato il CEO di OpenAI davanti ai giornalisti.
Lotta di potere nella Silicon Valley
Dietro questo colpo di scena si nasconde una battaglia ben più grande.
Per anni, i miliardari della Silicon Valley hanno cercato di influenzare le politiche tecnologiche americane, e nessuno è sembrato più vicino a riuscirci di Elon Musk.
Dopo aver finanziato la campagna di Trump con oltre 250 milioni di dollari, Musk ha infatti conquistato un ruolo di primo piano nella nuova amministrazione, col potere di influenzare decisioni su budget federali e investimenti tecnologici.
Altman, invece, sembrava avere tutto da perdere. Storico finanziatore del Partito Democratico e critico di Trump, il CEO di OpenAI è anche uno dei nemici giurati di Musk, col quale è in causa per OpenAI e che ora lo sfida con una propria azienda di intelligenza artificiale.
Ma con una invidiabile mossa strategica, è riuscito se non a superare Musk, almeno ad aggirarlo e a fare di OpenAI il fulcro della strategia americana per l’IA.
L’incontro segreto e la svolta politica
Già prima delle elezioni, Altman aveva iniziato a tessere rapporti con l’entourage di Trump.
Grazie a contatti con Doug Burgum, governatore del North Dakota e futuro segretario degli Interni, e con alleati potenti come Larry Ellison (Oracle) e Masayoshi Son (SoftBank), il CEO di OpenAI si era costruito un accesso privilegiato alla Casa Bianca.
Un punto di svolta è arrivato lo scorso giugno, quando secondo il New York Times due dirigenti di OpenAI si sono incontrati con Trump in un hotel di Las Vegas per mostrargli in anteprima Sora.
Durante l’incontro, gli emissari di OpenAI spiegarono a Trump l’importanza di costruire infrastrutture imponenti per alimentare queste tecnologie e la strategia ha funzionato.
Il mese successivo, accettando la candidatura repubblicana, Trump infatti dichiarava: “L’IA ha bisogno di letteralmente il doppio dell’elettricità disponibile oggi nel nostro Paese, potete immaginarlo?”.
Il concetto è stato poi ripetuto pochi mesi dopo, quando Trump ha annunciato ufficialmente Stargate dalla Casa Bianca, affiancato da Altman.
Musk al contrattacco
La vittoria strategica di Altman ha scatenato l’ira di Elon Musk, che poche ore dopo l’annuncio attaccava l’accordo su X (ex Twitter), sostenendo che OpenAI e i suoi partner non avessero davvero i 100 miliardi necessari, né tantomeno i 500 miliardi promessi per gli investimenti futuri.
Trump, non è sembrato curarsene troppo. “Odia uno di loro”, ha detto ai giornalisti riferendosi a Musk, “ma anch’io ho le mie antipatie”.
Nel frattempo, la Casa Bianca si è schierata con Altman: “Questi investimenti stanno arrivando nel nostro grande Paese e con loro arriveranno posti di lavoro americani”, ha dichiarato Karoline Leavitt, portavoce dell’amministrazione.
La sfida con la Cina e il futuro di Stargate
Ma la vita, si sa, è piena di imprevisti. E mentre Altman consolida la sua posizione con l’amministrazione Trump, una nuova minaccia è emersa all’orizzonte.
La start-up cinese DeepSeek ha infatti presentato una tecnologia di intelligenza artificiale avanzata che utilizza molte meno risorse rispetto ai modelli americani, facendo tremare i mercati finanziari.
Nel tentativo di tranquillizzare Washington, Altman è tornato nella capitale per incontrare legislatori repubblicani e ribadire l’importanza di Stargate.
Parlando davanti a un gruppo ristretto di politici e think tank, ha corretto un giornalista che aveva citato l’accordo come un impegno da 100 miliardi di dollari. “500 miliardi”, ha precisato Altman. “E dobbiamo continuare a investire, perché più aumentiamo la potenza di calcolo, più l’intelligenza artificiale migliora. E dovremmo voler continuare a farlo”.
Altman vs. Musk: la competizione per mantenere il controllo
Elon Musk è un suo grande finanziatore e alleato, ma Trump sa che affidarsi a una sola persona significa perdere potere contrattuale.
E il magnate sudafricano, lo sappiamo tutti, con la sua influenza su Tesla, SpaceX, X e persino le ingerenze nella politica europea, è difficile da gestire.
Altman, dunque, è l’outsider perfetto da tenere in gioco come contrappeso: è un ex critico che ha dimostrato di essere disposto a collaborare, ha accesso a tecnologie chiave e a una rete di investitori internazionali.
In questo modo, Trump può bilanciare i due senza legarsi troppo a nessuno. Se Musk diventasse ingestibile o troppo esigente, Altman sarà pronto a prendere il suo posto. Se Altman fallisse nel garantire i finanziamenti per Stargate, Musk sarebbe pronto a capitalizzare sull’insuccesso.
È un gioco che Trump ha già fatto in passato, nel mondo degli affari. La domanda è: quanto durerà prima che uno dei due decida di smarcarsi o di forzare la mano?


