“Non esiste un piano per rendere meno traumatico l’ingresso nell’era dell’IA”. Bill Gates riassume così, in un saggio di 5.784 parole e 12 pagine, quello che secondo lui manca mentre le aziende accelerano sull’intelligenza artificiale. Ossia una strategia per gestirne le conseguenze sul lavoro e sulla società.
Il tono è molto diverso da quello usato nel 2023, quando il cofondatore di Microsoft paragonava l’arrivo dell’IA alle rivoluzioni di Internet e del personal computer. Gates, sia chiaro, continua a vedere grandi opportunità nella tecnologia. Ma oggi concentra l’attenzione su ciò che potrebbe succedere se imprese e governi lasciassero che la trasformazione proceda da sola.
“Anche nelle migliori circostanze, la transizione verso questa nuova era dell’IA sarà uno dei periodi più turbolenti della storia umana”, scrive. E invita i legislatori a intervenire prima che “la disoccupazione aumenti bruscamente, le comunità ne paghino le conseguenze e la fiducia del pubblico si eroda”.
Dagli impiegati agli operai
Gates parte dai lavori di livello iniziale e intermedio, quelli che considera più esposti alla sostituzione. Ma respinge l’idea che il problema riguarderà soltanto chi lavora davanti a un computer. Diritto, assistenza clienti e software arriveranno prima; con robot sempre più capaci, l’impatto raggiungerà anche manifattura e altri lavori manuali.
La differenza rispetto alle grandi trasformazioni del passato, secondo Gates, non riguarda soltanto la velocità. Le rivoluzioni tecnologiche precedenti eliminavano alcuni lavori ma ne creavano altri che continuavano ad avere bisogno della capacità umana di pensare e prendere decisioni.
L’IA invece può sostituire proprio quella capacità. In più il cambiamento può propagarsi molto più rapidamente: il passaggio da un’economia agricola a una fondata sul lavoro industriale e d’ufficio ha richiesto generazioni, mentre questa volta settori molto diversi potrebbero essere trasformati nell’arco di un decennio.
Il meccanismo economico è semplice: quando l’IA riuscirà a completare un lavoro senza errori e senza la necessità che qualcuno la controlli, le aziende avranno “ogni incentivo economico” a lasciarla lavorare da sola. Ed è proprio questo incentivo che Gates vuole provare a correggere.
Gates è molto più netto anche su ciò che accadrà dopo: molti dei posti eliminati, sostiene, “spariranno per sempre”. Non immagina quindi una normale recessione, nella quale l’occupazione torna a crescere quando riparte l’economia. Verranno creati nuovi lavori ma secondo lui, senza interventi, saranno molti meno di quelli che esistono oggi.
A spingere l’automazione sarà anche la concorrenza. Un’azienda che usa IA e robot per ridurre i costi può abbassare i prezzi, costringendo i concorrenti a fare altrettanto. E se le imprese esistenti non si muoveranno, altre nasceranno per sfruttare quel vantaggio.
La “corsa senza freni” descritta da Gates nasce quindi anche da un meccanismo di mercato che rende sempre più difficile per una singola azienda scegliere di essere meno competitiva rispetto ai concorrenti.
Quando perdere il lavoro diventa un problema sociale
Il passaggio più duro arriva subito dopo. Gates richiama alcune ricerche secondo cui, in alcune comunità americane colpite dalla chiusura delle fabbriche, la perdita di lavoro avrebbe contribuito anche all’aumento delle morti per overdose da oppioidi. “Immaginate pressioni simili sui colletti bianchi e sui lavoratori manuali in tutto il Paese”, scrive.
Il suo ragionamento va quindi oltre il reddito perso. Una disoccupazione su larga scala può colpire comunità intere e produrre conseguenze sociali che una semplice riqualificazione professionale potrebbe non bastare a contenere. Da qui la richiesta di rafforzare gli ammortizzatori sociali prima che il problema si manifesti su larga scala.
È anche per questo che Gates propone di intervenire sul sistema fiscale. Se diminuisce il numero delle persone che lavorano, diminuisce anche il gettito legato ai loro redditi, proprio mentre lo Stato potrebbe avere bisogno di maggiori risorse per sostenere chi ha perso il posto.
Bill Gates: tassare token e robot
La proposta più concreta è tassare token dell’IA e robot. Gates osserva che oggi negli Stati Uniti un datore di lavoro paga imposte legate allo stipendio di una persona, mentre l’acquisto di un robot può normalmente essere dedotto come spesa aziendale. “Il sistema fiscale ti spinge a sostituire le persone con le macchine”, scrive.
La tassa avrebbe due funzioni: ridurre almeno in parte il vantaggio economico della sostituzione immediata dei lavoratori e creare nuove entrate con cui finanziare protezione sociale e riqualificazione. Gates osserva però che il sistema dovrebbe essere costruito con attenzione, per evitare di penalizzare quegli utilizzi dell’IA che possono abbassare i costi di servizi come sanità e istruzione.
Gates non arriva a sostenere che l’automazione debba essere bloccata ma vuole cambiare gli incentivi che oggi la rendono fiscalmente più conveniente del lavoro umano. C’è poi una proposta ancora più interessante: alcuni lavori potrebbero essere “riservati agli esseri umani”. Le società, sostiene Gates, possono scegliere di non automatizzare determinate mansioni anche quando tecnicamente potrebbero farlo.
Alcune potrebbero essere protette perché si ritiene indispensabile la presenza di una persona, soprattutto quando entrano in gioco cura ed empatia; altre potrebbero esserlo durante la transizione, quando chiedere a chi ha svolto lo stesso mestiere per decenni di riqualificarsi semplicemente per un altro lavoro non rappresenta una soluzione realistica.
Nel farlo, porta un esempio personale molto forte: suo padre, morto di Alzheimer nel 2020, fu assistito da persone capaci di capire i suoi bisogni anche quando non riusciva più a esprimerli. Secondo Gates, quella cura era “insostituibilmente umana”.
Il rischio di delegare anche il pensiero
Le ricadute sul mondo del lavoro sono solo una parte del monito di Gates, che cita anche attacchi informatici contro reti elettriche, ospedali e banche, frodi, sorveglianza e sistemi che potrebbero permettere ai governi di usare forza letale senza una decisione umana diretta.
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Aggiunge il rischio biologico: la stessa IA che può accelerare la scoperta di farmaci e vaccini può rendere più facile progettare nuovi agenti patogeni. E richiama anche la possibilità che sistemi sempre più capaci finiscano per agire contro gli interessi umani fino a diventare difficili da controllare.
Poi ci sono i chatbot. Gates teme soprattutto il loro effetto sui bambini: una compagnia sempre disponibile, senza attriti e portata ad assecondare l’utente può diventare una camera dell’eco e ridurre lo sforzo necessario per sviluppare capacità sociali e pensiero critico.
Gates vede qui una sorta di tempesta perfetta: mentre deepfake e disinformazione personalizzata rendono più difficile capire che cosa sia vero, i chatbot rischiano contemporaneamente di abituare le persone a delegare una parte crescente del proprio ragionamento.
Per Gates la risposta non può essere affidata alle stesse aziende che stanno sviluppando la tecnologia. Le decisioni su lavoro, sicurezza, istruzione, fisco e salute devono passare dai governi e da un processo pubblico.
E le strutture attuali, sostiene, non sono state progettate per affrontare una tecnologia che interviene contemporaneamente in così tanti settori: per questo chiede nuovi strumenti di coordinamento a livello nazionale.
Sul piano internazionale Gates chiede un coordinamento che coinvolga anche Stati Uniti e Cina, richiamando i precedenti delle armi nucleari, dell’aviazione e della protezione dell’ozono. E arriva a sostenere che, se qualcuno gli presentasse un piano credibile per rallentare a livello globale lo sviluppo dell’IA, probabilmente lo appoggerebbe.
Il problema, aggiunge, è che non crede che un simile piano sia oggi realistico, proprio per gli enormi incentivi economici e geopolitici ad andare avanti. La tecnologia quindi continuerà ad avanzare.
E per la prima volta Gates sembra molto meno preoccupato di quanto velocemente arriverà l’IA e molto più di quanto lentamente si stia preparando la società.
Fonte: Wall Street Journal; Axios


