Bill Gates la propose nel 2017, Sam Altman la sostenne nel 2021. Oggi, mentre i modelli di intelligenza artificiale entrano nei flussi di lavoro di milioni di persone, l’idea di una “compute tax”, ossia di tassare il calcolo computazionale, la potenza elaborativa che fa girare l’IA, è tornata al centro del dibattito economico americano con un’urgenza che fino a pochi mesi fa non aveva.
“Sei mesi fa era qualcosa di cui si sentiva parlare solo in cerchie molto ristrette”, dice Anton Korinek, professore di economia all’Università della Virginia. “Negli ultimi tre mesi è diventata davvero molto più diffusa”.
Il motore di questa riscoperta è innanzitutto politico. Con la prossima stagione elettorale americana alle porte e un’opinione pubblica sempre più inquieta di fronte all’accelerazione dell’automazione, la compute tax si sta trasformando da proposta accademica a tema di campagna.
Il mese scorso il miliardario texano John Arnold ha rilanciato l’idea su X con una formula diretta: “L’unico modo per limitare il contraccolpo politico che si avvicina sull’IA è cominciare a spostare le tasse dal lavoro al calcolo computazionale. L’elettore medio ha bisogno di vedere benefici tangibili dall’IA”.
È una frase che riassume bene le due anime del dibattito, ovvero la redistribuzione della ricchezza generata dall’automazione e la gestione del consenso politico intorno a una tecnologia che sta cambiando il mercato del lavoro più velocemente di quanto le istituzioni riescano a elaborare.
Le ragioni di chi vuole la compute tax
Il fronte favorevole alla compute tax parte da una constatazione semplice: l’IA sta spostando valore dal lavoro al capitale, e il sistema fiscale non è attrezzato per seguire questa transizione.
Andrew Yang, da anni sostenitore del reddito universale di base come risposta all’automazione, è esplicito: “Siamo a un punto in cui dobbiamo cercare di preservare i posti di lavoro. L’IA farà a pezzi l’occupazione dei colletti bianchi e poi si espanderà alla guida di camion e a molti altri lavori molto comuni.”
La tesi non è solo distributiva ma anche strutturale. Nell’attuale sistema fiscale americano, un’azienda con mille dipendenti paga più tasse totali (inclusi i contributi previdenziali) rispetto a un’azienda che produce lo stesso fatturato con mille macchine.
“Stiamo scoraggiando l’approccio che amplifica gli esseri umani e incoraggiando quello che li sostituisce”, dice Erik Brynjolfsson, direttore dello Stanford Digital Economy Lab. “Non so se fosse l’intenzione ma questo è l’effetto”.
La compute tax, in questa ottica, non sarebbe la correzione di un’asimmetria fiscale che già esiste e che l’IA sta amplificando.
Simon Johnson, premio Nobel e professore al MIT, aggiunge una dimensione ulteriore: una tassa sul calcolo computazionale renderebbe meno allettante, economicamente, licenziare decine di migliaia di lavoratori per costruire data center. “Si vogliono creare nuovi compiti, stimolare la domanda di lavoro. Ed è esattamente qui che il settore tech sta mancando l’obiettivo.”
C’è poi la questione della ricchezza generata. Yang è netto: “Se anche si generassero decine di miliardi di nuovo gettito fiscale e però questo finisse semplicemente nel bilancio federale senza che nessuno ne vedesse un centesimo, non farebbe sentire meglio nessuno”.
Il punto è la visibilità della redistribuzione, non solo la sua esistenza.
Le ragioni di chi si oppone
Gli scettici non mancano e le loro obiezioni sono fondate. Korinek rileva che la spesa complessiva per il calcolo computazionale dell’IA, per ora, non è abbastanza grande da generare un gettito fiscale significativo. “Raccoglierebbe un po’ di soldi ma non avrebbe davvero un impatto rilevante”, dice.
Il problema più profondo lo pone Pascual Restrepo, professore associato di economia a Yale: l’IA non serve solo ad automatizzare gli uffici. Viene già usata nella scoperta di farmaci, nelle previsioni meteorologiche, nei modelli epidemiologici, nel rilevamento delle frodi. Una tassa generalizzata sul calcolo computazionale aumenterebbe il costo di tutto questo indiscriminatamente. “Perché volete aumentare il costo di tutto ciò?” chiede Restrepo.
E aggiunge un argomento geopolitico che in Europa conosciamo bene: tassare il calcolo computazionale potrebbe semplicemente spingere l’industria americana verso altri mercati. È la stessa logica che viene agitata ogni volta che Bruxelles prova a regolamentare le big tech, ovvero la minaccia implicita (se non esplicita) che una pressione fiscale o normativa troppo alta spinga investimenti e infrastrutture altrove.
“Se si chiedesse agli economisti, la maggior parte pensa che questa misura sia inutile o troppo grossolana”, conclude Restrepo.
Chi pagherebbe, e come
Sul piano tecnico, la compute tax può funzionare in due modi. Il primo colpisce le aziende che gestiscono i data center, quindi i grandi operatori cloud come Amazon, Microsoft, Google.
Il secondo tassa il consumo di token, l’unità di misura con cui si quantifica l’utilizzo dei modelli di IA: più elaborazione si consuma, più si paga. “È come la tassa sull’elettricità”, spiega Restrepo. “La si può applicare ai distributori oppure agli utenti finali.” In entrambi i casi, il costo dell’IA aumenta. La differenza è chi lo anticipa e chi lo assorbe lungo la catena.
Il punto politicamente più delicato riguarda Sam Altman. Nel 2021 scrisse che “abbiamo bisogno di progettare un sistema che tassi le attività che costituiranno la maggior parte del valore in quel mondo per distribuire equamente parte della ricchezza in arrivo”.
Oggi, alla guida dell’azienda più influente nel settore, ha dichiarato a The Atlantic di non credere più nel reddito universale di base “quanto ci credeva una volta.” Non è una retromarcia trascurabile.
Correggere il fisco senza bloccare la tecnologia
La posizione più articolata, e forse più utile al dibattito europeo, è quella di Brynjolfsson: il problema non è l’esistenza dell’IA ma la struttura fiscale che la incentiva nella sua forma più sostitutiva. Riallineare le tasse tra lavoro e capitale, riducendo l’asimmetria che oggi premia le macchine rispetto alle persone, potrebbe essere più efficace di una tassa specifica sul calcolo computazionale. “La compute tax prende di mira la cosa sbagliata”, dice.
La compute tax rimane sul tavolo ma al momento pare una leva politica, più che uno strumento regolatorio fondato su basi solide. E in un anno elettoralmente sensibile come questo, si dovrà fare attenzione che la pressione elettorale non trasformi proposte tecnicamente deboli in misure adottate per mostrare reattività a scapito dell’efficacia.
Fonte: The Wall Street Journal


