Donald Trump ha un messaggio per le comunità americane che non vogliono nuovi data center: rischiano di diventare “arretrate e povere”. E soprattutto stanno facendo un favore alla Cina, che secondo il Presidente “non potrebbe essere più felice di questo movimento contro i data center”.
Il problema è che la protesta che Trump sta cercando di ricondurre alla competizione con Pechino nasce da questioni molto più vicine a casa. Ci riferiamo a bollette elettriche, consumo d’acqua, nuove linee e centrali e utilizzo del territorio. E la questione attraversa ormai entrambi gli schieramenti politici.
Tanto che Marjorie Taylor Greene, ex deputata e ormai apertamente in rotta con Trump, gli ha risposto che sarà difficile vincere le elezioni di metà mandato se MAGA finirà per significare “data center di massa, telecamere Flock e Stato di sorveglianza”.
Il controsenso è evidente: la Casa Bianca sta usando contro una protesta che coinvolge anche una parte della propria base, la stessa arma retorica usata da tempo per attaccare la sinistra. Ossia Cina, socialismo e sicurezza nazionale.
Com’è nata la pista cinese
A giugno OpenAI ha dichiarato di aver bloccato un gruppo di account ChatGPT probabilmente provenienti dalla Cina. Gli account producevano contenuti destinati ai social nei quali utenti apparentemente americani sostenevano che i data center stessero facendo aumentare le bollette dell’elettricità. OpenAI ha chiamato l’operazione “Data Center Bandwagon”.
La stessa OpenAI ha poi aggiunto un dettaglio non trascurabile: non ha trovato prove che quella campagna sia riuscita a uscire in modo impattante dalla propria rete. Alcuni dei post sospetti individuati avevano “tipo tre visualizzazioni”.
Albert Zhang, del team che indaga sugli abusi dei modelli, ha poi chiarito che l’azienda non sostiene affatto che le critiche americane ai data center abbiano origine all’estero.
Ma la politica non guarda certo a queste minuzie. Il 4 giugno i repubblicani Brett Guthrie, John Joyce e Bob Latta hanno chiesto all’FBI di indagare su campagne straniere che avrebbero cercato di “rallentare il progresso americano nell’IA” e bloccare la costruzione delle infrastrutture necessarie.
Sei giorni dopo John Moolenaar, presidente repubblicano della commissione della Camera sulla Cina, ha accusato il Partito Comunista Cinese di sfruttare l’apertura della società americana per dividerla.
Poi la tesi è arrivata direttamente nelle campagne elettorali. Jay Feely, candidato repubblicano sostenuto da Trump in Arizona, ha spiegato il proprio sostegno ai data center dicendo che bisogna capire “la battaglia nazionale con la Cina” e suggerendo che dietro parte dell’opposizione potesse esserci una campagna di influenza cinese.
Era già, in sostanza, la linea che oggi usa Trump.
Data center: dalle bollette alla sicurezza nazionale
Anche la Silicon Valley sta cercando di spostare il terreno dello scontro. Sam Altman ha paragonato recentemente il consumo d’acqua dell’IA a quello dell’agricoltura, sostenendo tra l’altro che una mandorla richieda più acqua di migliaia di richieste a ChatGPT.
Il Segretario al Commercio Howard Lutnick è stato ancora più categorico. Parlando alla CNBC, ha dichiarato che i data center “non usano acqua” e ha liquidato le accuse sui consumi come “propaganda dei nostri avversari per cercare di rallentarci”.
Eppure le preoccupazioni locali non sono un’invenzione recente. Già a gennaio abbiamo raccontato come Microsoft abbia promesso che i propri data center non avrebbero fatto aumentare le bollette degli americani, proprio mentre Trump chiedeva alle Big Tech di pagare direttamente i costi energetici della loro espansione.
Se le aziende sentono il bisogno di fare queste promesse, significa che il problema politico esiste indipendentemente da qualsiasi operazione cinese.
Un copione americano già visto
La Cina, d’altra parte, rappresenta un concorrente reale. La leadership nell’IA dipende anche dalla capacità di costruire chip, centrali, reti elettriche e data center. Più lentamente crescono queste infrastrutture negli Stati Uniti, più spazio può guadagnare Pechino.
Ma trasformare questa realtà in una risposta universale alle critiche segue uno schema che la politica americana conosce bene.
Ricordiamo che durante la Guerra Fredda, la competizione con l’Unione Sovietica trasformò lo spazio da campo scientifico a questione di prestigio e sicurezza nazionale, accelerando enormemente gli investimenti americani. Oggi l’avversario è la Cina e il terreno di scontro è l’IA. Ma le dinamiche sono pressoché le stesse.
Lo spauracchio cinese va ormai ben oltre i data center. Come abbiamo raccontato pochi giorni fa, il Dipartimento di Giustizia si è schierato con OpenAI nella causa sul copyright intentata dal New York Times sostenendo che norme capaci di rallentare l’industria americana dell’IA potrebbero minacciare la sicurezza nazionale e favorire gli avversari stranieri.
Lo schema quindi si allarga: copyright, organi regolatori, energia, data center. Questioni diverse finiscono progressivamente dentro la stessa cornice. Se qualcosa rallenta l’IA americana, aiuta la Cina.
Ma gli elettori protestano davvero
Questa strategia può diventare però politicamente pericolosa. In Michigan, uno Stato decisivo alle elezioni, un sondaggio EPIC-MRA ha rilevato che il 51% degli elettori ha un’opinione sfavorevole del socialismo (solo il 22% che lo vede favorevolmente).
Un’altra rilevazione dello stesso istituto ha poi mostrato che il 62% degli elettori si oppone allo sviluppo dei data center. Sono due dati, questi, che messi insieme complicano parecchio la retorica secondo cui chi protesta contro questi impianti sarebbe semplicemente un socialista manipolato dalla propaganda cinese.
La frattura politica attraversa ormai apertamente anche il Partito Repubblicano. Governatori e candidati conservatori hanno chiesto moratorie, maggiori vincoli o garanzie contro l’aumento delle bollette.
Nel frattempo Trump e la Silicon Valley spingono nella direzione opposta, perché senza nuovi impianti diventa molto più difficile sostenere la crescita sulla quale poggiano gli investimenti e, in ultima istanza, le valutazioni miliardarie dell’industria dell’IA.
La Cina può certamente provare a sfruttare questa divisione, e OpenAI ha trovato le prove che qualcuno ci ha provato. Ma è tutt’altra cosa sostenere che le divisioni di cui abbiamo più volte scritto esistano perché Pechino le ha create.
Le bollette arrivano agli americani, l’acqua viene consumata nei loro territori e i data center vengono costruiti vicino alle loro case.
Se Trump e Silicon Valley vogliono convincerli ad accettarli, prima o poi dovranno rispondere a queste preoccupazioni senza liquidarle tutte come propaganda straniera.
Fonte: Wall Street Journal


