Il lungo processo antitrust contro Google si avvia verso le battute finali, col giudice Amit Mehta che ha lasciato intravedere un possibile ammorbidimento dei rimedi richiesti per porre fine al monopolio dell’azienda nella ricerca online.
Le argomentazioni finali si sono tenute venerdì a Washington, al termine di un processo iniziato lo scorso aprile e destinato a concludersi con una sentenza entro l’estate.
La proposta del Dipartimento di Giustizia è chiara: costringere Google a cessare i pagamenti miliardari a Apple e ad altri produttori per restare il motore di ricerca predefinito e obbligarla a condividere i dati delle ricerche.
Ma il giudice sembra più prudente. Secondo Mehta, “dieci anni possono sembrare pochi ma in questo settore tutto può cambiare nel giro di settimane”. Il riferimento è al ritmo accelerato dell’innovazione, trainato da nuove soluzioni di intelligenza artificiale che stanno già mettendo in discussione il modello tradizionale dei motori di ricerca.
L’ascesa dell’intelligenza artificiale e il futuro della ricerca
Durante l’udienza, Mehta ha osservato che la vera minaccia per il predominio di Google potrebbe non arrivare da motori di ricerca alternativi come DuckDuckGo o Bing, ma da tecnologie basate su IA capaci di offrire risposte complesse e interattive.
“Se mai sarà uno di questi attori dell’IA, capaci di fare più cose oltre la semplice ricerca. Forse perché la gente non vuole più dieci link blu”, ha commentato il giudice, riferendosi al classico layout della pagina risultati di Google.
È in questo contesto che si inserisce la testimonianza di Nick Turley, responsabile prodotto di ChatGPT presso OpenAI, il quale ha dichiarato che la sua azienda è ancora lontana dall’obiettivo di rispondere all’80% delle query con una propria tecnologia, ma che l’accesso ai dati di Google aiuterebbe a migliorare ChatGPT.
Non solo: Turley ha anche ammesso che OpenAI sarebbe interessata a comprare il browser Chrome, se Google fosse costretta a dismetterlo.
Google si difende: “Niente regali alla concorrenza”
La replica di Google è arrivata attraverso i suoi legali, che hanno sottolineato come l’azienda abbia già interrotto gli accordi di esclusiva con produttori di smartphone e operatori telefonici, tra cui Samsung.
Questo, secondo la difesa, dimostrerebbe l’intenzione di aprire il mercato ad alternative nella ricerca e nell’IA. Condividere la tecnologia sviluppata in vent’anni di lavoro con aziende emergenti come OpenAI, hanno aggiunto, sarebbe “completamente sproporzionato rispetto a quanto in discussione in questo processo”.
Il giudice, peraltro, ha messo in dubbio che strumenti come ChatGPT e Perplexity possano rientrare a pieno titolo nel perimetro delle “search engine competitors” e ha chiesto chiarimenti su quanto i rimedi dovrebbero riguardare anche queste nuove tecnologie.
“Mi sembra che stiate cercando di includere queste altre tecnologie nella definizione di motore di ricerca generale ma non sono certo che ci rientrino davvero”, ha detto il giudice all’avvocato del DOJ, Adam Severt.
Il quale ha ribattuto che, sebbene il processo si sia basato su fatti pregressi, i rimedi devono guardare al futuro. Un futuro in cui la ricerca potrebbe avere forme e protagonisti del tutto diversi rispetto a oggi.


