Un tribunale federale della Virginia ha stabilito che Google detiene un monopolio illegale nella compravendita di pubblicità online, infliggendo all’azienda una nuova pesante sconfitta dopo la condanna dello scorso anno per abuso di posizione dominante nel mercato dei motori di ricerca.
A pronunciarsi è stata la giudice Leonie M. Brinkema, che ha accolto le accuse mosse dal Dipartimento di Giustizia e da diversi procuratori generali statali.
Il procedimento si è aperto a settembre 2024 e si è chiuso il mese scorso con le arringhe finali.
La giudice Brinkema aveva più volte sollecitato le parti a procedere rapidamente con le testimonianze, anche a fronte di accuse pesanti contro Google: la distruzione sistematica di chat interne e l’occultamento di email attraverso un uso estensivo del segreto professionale.
“Potrebbe aver distrutto delle prove”, ha ammonito la giudice, definendo il comportamento dell’azienda “un problema molto serio per la sua credibilità”.
Asta truccata: chi ci perde sono gli editori e gli utenti
Il cuore del caso riguarda il sistema con cui Google gestisce la vendita di annunci pubblicitari agli editori di notizie e ai gestori di siti web.
Secondo l’accusa, l’azienda ha “truccato le regole delle aste”, danneggiando così gli editori, gli inserzionisti e i consumatori.
In aula, Google ha replicato di detenere una posizione dominante non per pratiche scorrette, ma per la qualità superiore dei propri servizi.
Non resta dunque che guardare i numeri, e quelli di eMarketer raccontano che Google è il leader assoluto nel mercato pubblicitario digitale negli Stati Uniti, con una quota del 25,6% su un totale da 303 miliardi di dollari.
Seguono Meta (21,3%) e Amazon (13,9%). Ma i pubblici ministeri sostengono che in alcuni sottosettori Google raggiunga quote anche del 90%, come nel caso degli annunci display forniti ai siti web.
Sanzioni esemplari per Google: anche Android e Chrome sotto esame
Ora la palla passa di nuovo alla giudice Brinkema, che dovrà decidere quali rimedi imporre per ristabilire la concorrenza.
Una delle opzioni sul tavolo è lo smembramento totale o parziale della divisione pubblicitaria di Google, tra le più redditizie del gruppo.
Non sarebbe la sola misura in discussione: in un’altra causa ancora aperta, quella sul monopolio nella ricerca, il Dipartimento di Giustizia ha proposto di costringere l’azienda a cedere il browser Chrome e, forse, anche il sistema operativo Android.
Sarebbero le sanzioni più dure applicate a una Big Tech da decenni a questa parte. Google, dal canto suo, intende fare ricorso: il processo d’appello potrebbe durare anni, ma il verdetto della Virginia rappresenta un segnale forte – e forse anticipatore – della nuova linea americana contro le posizioni dominanti nel digitale.
Sul futuro dell’azienda pesa anche il cambio di amministrazione. Con Donald Trump tornato alla Casa Bianca, le priorità potrebbero cambiare. Il nuovo presidente ha infatti espresso perplessità sul fatto che lo smembramento di Google possa indebolire gli Stati Uniti nella competizione tecnologica globale, in particolare con la Cina.
Un segnale che la guerra tra antitrust e Big Tech potrebbe diventare anche una questione geopolitica.


