La Federal Trade Commission non si arrende. L’agenzia antitrust statunitense ha infatti annunciato l’appello dopo la sconfitta di novembre, quando un giudice federale ha stabilito che Meta non detiene un monopolio nel settore dei social network.
È una mossa che riapre una delle partite più importanti nella storia della regolamentazione delle Big Tech americane.
Il caso, avviato nel 2020 con l’obiettivo dichiarato di smembrare l’impero di Mark Zuckerberg, sembrava chiuso. Invece riparte, con implicazioni che vanno ben oltre i confini di Menlo Park.
Cos’è davvero un monopolio nel 2025
Al centro della disputa c’è una questione tutt’altro che accademica. Il tribunale ha ritenuto che Meta non abbia monopolizzato illegalmente il mercato perché oggi compete con YouTube e TikTok.
La FTC contesta questa impostazione: secondo l’agenzia, il giudice avrebbe dovuto valutare le condizioni di mercato al momento delle acquisizioni di Instagram e WhatsApp, non quelle attuali.
Un funzionario dell’agenzia ha precisato che, ancora oggi, Instagram non compete direttamente né con YouTube né con TikTok, che operano in mercati distinti. Se venisse confermata questa tesi, l’argomento del tribunale (Meta affronta concorrenza agguerrita) perderebbe fondamento, e il colosso di Zuckerberg tornerebbe a essere un monopolista nel suo segmento.
Le ricadute non sono trascurabili: se la FTC vincesse, il metro di giudizio antitrust si sposterebbe dal mercato attuale a quello esistente al momento dell’acquisizione.
Per le Big Tech significherebbe non poter più difendere un’operazione dicendo ‘oggi c’è più concorrenza di quando abbiamo effettuato l’acquisizione’.
Le acquisizioni preventive, ossia il modello con cui i colossi tech hanno storicamente neutralizzato i concorrenti emergenti, diventerebbero così molto più rischiose.
Le posizioni in campo
I toni dello scontro sono netti. “Meta ha violato le nostre leggi antitrust quando ha acquisito Instagram e WhatsApp”, ha dichiarato il portavoce della FTC. “Lo straordinario potere di mercato era sotto gli occhi di tutti nel 2020”.
Da Menlo Park la replica è altrettanto decisa: “La decisione del tribunale di respingere le argomentazioni della FTC è corretta e riconosce la feroce concorrenza che affrontiamo. Continueremo a concentrarci sull’innovazione e sugli investimenti in America”.
Sono due narrative inconciliabili: da una parte il gigante che ha fagocitato i rivali, dall’altra l’azienda che lotta ogni giorno in un mercato affollato.
Meta e il fattore Trump
C’è però un convitato di pietra in questa vicenda: la politica. Il caso nasce durante la prima amministrazione Trump, nel 2020. Oggi, con Trump di nuovo alla Casa Bianca, il contesto è però radicalmente mutato.
Mark Zuckerberg ha trascorso l’ultimo anno a costruire ponti con il presidente e il suo entourage, attraverso scelte aziendali dal forte valore simbolico: l’eliminazione delle regole sull’hate speech, lo smantellamento del fact-checking esterno, l’abbandono delle iniziative sulla diversità.
Il riposizionamento ha reso quantomeno singolare la posizione della FTC, agenzia federale che risponde all’esecutivo, nel portare avanti una battaglia legale contro un’azienda il cui CEO si è così visibilmente allineato all’amministrazione in carica.
L’esito dell’appello avrà comunque ripercussioni che trascendono il destino di Meta. Se la sentenza favorevole al colosso di Zuckerberg venisse confermata, si consoliderebbe il principio secondo cui le acquisizioni di concorrenti emergenti non costituiscono di per sé una violazione antitrust, purché il mercato resti formalmente competitivo.
Sarebbe un precedente che le Big Tech accoglierebbero con sollievo e che i regolatori, a Washington come a Bruxelles, guarderebbero con preoccupazione. La partita, insomma, è tutt’altro che chiusa.
Fonte: Bloomberg


