All’Info Day di Roma dell’European Innovation Council abbiamo avuto il piacere di intervistare Cristina Vicini-Rademacher, fondatrice di Vicini Strategy e, dal 2022, Ambasciatrice dell’European Innovation Council (Consiglio Europeo per l’Innovazione), il fondo d’investimento Deep-Tech da 10 miliardi di euro della Commissione Europea e della BEI, parte del programma Horizon Europe.
Con il termine Deep-Tech, lo ricordiamo, s’intendono quelle tecnologie avanzate basate su scoperte scientifiche e innovazioni ingegneristiche dirompenti. Tecnologie che hanno il potenziale di rafforzare la competitività dell’Europa trasformando interi settori e di affrontare grandi sfide globali, come il cambiamento climatico, la salute, l’energia, l’alimentazione e la sicurezza.
Nel corso della sua carriera, Cristina Vicini-Rademacher ha ricoperto vari ruoli all’estero in gruppi tecnologici di primo piano come Microsoft, Siemens, Deutsche Telekom e Volkswagen, oltre a vantare esperienze nel settore pubblico internazionale e come imprenditrice.
Laureata in scienze informatiche con un master di management internazionale e formazioni manageriali in ‘intelligenza artificiale e cybersecurity’ presso la Harvard Kennedy School, ed in strategia d’innovazione presso MIT Sloan, Cristina Vicini-Rademacher vanta un’esperienza decennale come membro di consigli d’amministrazione e come consigliera per aziende tecnologiche, per il settore pubblico internazionale e per enti non-profit basati in Europa e in Nord America.
La persona ideale, insomma, per offrirci la sua visione approfondita sull’operato dell’EIC, il futuro della competitività europea, le sfide del Deep Tech e l’importanza della diversità nella tecnologia.
Qual è il suo bilancio sull’operato dell’European Innovation Council nel supportare l’innovazione tecnologica in Europa, in particolare nel settore deep-tech? Quali sono, secondo lei, le aree di maggiore successo e quelle invece che richiedono ulteriori miglioramenti?
Un risultato notevole è che l’EIC Fund è diventato il più grande fondo per il Deep Tech in Europa, superando tutti i fondi privati. Questo è un traguardo impressionante e significativo in meno di sei anni, poiché dimostra che l’EIC Fund ha acquisito un ruolo di leadership nel settore del Deep-Tech, diventando un’autorità rispettata.
Con un capitale di oltre 10 miliardi di euro ed oltre 3 miliardi di Euro investiti, l’EIC Fund collabora coi più importanti venture capital europei e vanta un board e advisor di altissimo livello. L’EIC punta all’eccellenza europea per un impatto a livello mondiale, e i risultati parlano chiaro, con almeno 8 unicorni in portafoglio (esempi come RELEX Solutions, Rimac Automobili, NEL Hydrogen o SWORD Health) e più di 150 centauri (come Pasqal, Skeleton Technologies, IQM, o Creapaper) emersi dai progetti supportati.
L’EIC è particolare perché apre alle nostre migliori start-ups e scale-ups un ecosistema su scala mondiale con lo scopo di agevolare l’accesso ai mercati e ad opportunità di collaborazione con attori economici importanti, favorire la creazione di nuovi posti di lavoro a livello nazionale e in Europa (aumento del 35%), ed amplificare le potenzialità manageriali dei (spesso giovani) fondatori e fondatrici (19% dei CEO beneficiari sono donne) grazie all’esperienza di business coach e mentori internazionali.
L’EIC ha senz’altro aperto le porte allo sviluppo accelerato e alla crescita recentissima di scale-ups importanti scaturite dalla ricerca fondamentale nei settori del quantum computing, delle biotecnologie e dello stoccaggio energetico, in cui l’Europa vanta per ora un certo vantaggio a livello mondiale.
La situazione è più complessa nel settore digitale in cui l’Europa ha accumulato ritardi rispetto agli Stati uniti e alla Cina. Basti pensare alla dominanza delle piattaforme social come Facebook o TikTok, ed ai modelli LLM di intelligenza artificiale generativa come ChatGPT, Gemini, Midjourney e Dall-e.
L’Europa può comunque mantenere un certo ottimismo, dato che siamo solo all’inizio dell’era dell’IA e che molto resta ancora da fare soprattutto per le applicazioni industriali. È quindi importantissimo continuare ad investire.
Qui la ricerca europea può riguadagnare terreno, da un lato creando modelli alternativi che permettono di ridurre la voracità energetica e l’impatto ambientale importante dell’IA rispetto ai modelli attuali; dall’altro, sviluppando tecniche e sistemi di validazione e conformità dei modelli, nonché di governance dei dati, necessari ad una migliore efficacia ed affidabilità. A ciò contribuirà il nuovissimo programma GenAI4EU dell’ AI Office della Commissione Europea, creato per sviluppare la ricerca europea in GenAI e per stimolare lo sviluppo di modelli GenAI a vocazione industriale.
È da notare che dati recenti indicano che, nel complesso, la potenza di calcolo necessaria per sostenere la crescita dell’IA raddoppia all’incirca ogni 100 giorni, con proiezioni che danno fra gli 85 e i 134 TWh annui come fabbisogno in elettricità entro il 2027 (come una piccola nazione), e consumi importanti d’acqua per il raffreddamento dei data center. Secondo il Washington Post, una bottiglia d’acqua per ogni email).
Mario Draghi ha evidenziato l’urgenza di rilanciare la competitività europea e ha stimato, in via prudenziale, un fabbisogno annuale di 800 miliardi di euro. Ritiene che sia uno scenario realistico? E per colmare il divario con gli Stati Uniti è sufficiente aumentare gli investimenti, o ci sono anche altri aspetti su cui è necessario intervenire?
La competitività va considerata in un contesto globale che va oltre gli Stati Uniti. Esistono infatti altri grandi mercati come la Cina e l’India, che sono realtà enormi e unitarie, laddove in Europa ci troviamo spesso frammentati a causa delle politiche locali e della mancanza di una visione comune. Ma le dinamiche sistemiche sono complesse e l’erba non e sempre piu verde altrove.
È vero che il modello sociale europeo è sempre stato un importantissimo presupposto all’ accesso ad un’istruzione di alta qualità e ad una ricerca scientifica che attira talenti e produce eccellenze.
Un’eccellenza di cui approfittano anche gli Stati Uniti, in grado di attrarre ricercatori europei di altissimo livello, grazie anche ad un sistema fiscale e ad incentivi all’imprenditoria generalmente più favorevoli negli Stati Uniti rispetto all’Europa.
Sebbene il modello sociale europeo sia senza dubbio più vantaggioso per il cittadino, risulta meno efficace per quanto riguarda la finanza e il potere d’acquisto, non solo per le aziende ma anche per gli individui.
Anche il sistema bancario è diverso e chiunque voglia creare una start-up in Europa, spesso si trova di fronte a ostacoli legati alla mancanza di fondi. Le banche tendono a non erogare più finanziamenti in questo ambito, e quindi diventa essenziale rivolgersi al venture capital se si vogliono gettare basi solide e durature per la crescita.
In Europa, il venture capital è spesso distribuito a livello regionale e nazionale, il che costringe gli imprenditori a rivolgersi a molteplici fonti. La frammentazione europea, e in particolare quella italiana, rende difficile raggiungere risultati competitivi a livello globale. Ed è proprio qui che l’EIC trova la sua ragion d’essere: costituisce un ponte tra le start-up e il mondo del venture capital, facilitando l’accesso a investimenti da più fonti, permettendo a diversi venture capital di investire nella stessa azienda.

Andreessen Horowitz (a16z) è uno dei più importanti fondi di venture capital negli Stati Uniti. Secondo Fortune, l’azienda ha raccolto oltre 35 miliardi di dollari negli ultimi sette anni. Foto: TechCrunch
L’EIC stanzia 10 miliardi di euro, una cifra che significativa che però è inferiore a quella del fondo di venture capital americano a16z di Andreessen Horowitz, che è privato. Quale sarebbe l’ammontare ideale per rendere l’Europa realmente competitiva?
La questione è che c’è una competizione, quindi se noi mettiamo 10, loro cercheranno di mettere 100. Non è che ci sia un limite o uno standard. Ci sarà sempre un rilancio dall’altra parte.
La questione diventa allora come trovare delle politiche di collaborazione, in cui ci sono investitori multipli anche per società europee, ed è quello che l’EIC sta cercando di fare.
L’EIC pone grande enfasi sul Deep Tech. Quali tecnologie, all’interno di questo ambito, ritiene che abbiano il maggior potenziale trasformativo per l’industria europea nei prossimi anni?
Sicuramente la tecnologia quantistica, in particolare i computer quantistici.
E per quanto riguarda l’intelligenza artificiale?
Solo se riusciremo a offrire qualcosa di diverso rispetto a quanto esiste già. È fondamentale che troviamo modi per competere a livello globale, mantenendo al contempo i nostri valori, come il rispetto dell’individualità dei cittadini.
Si riferisce alla gestione dei dati?
Sì, per esempio, alla raccolta dei dati ma anche al loro utilizzo. Penso all’uso di dati sensibili, come quelli medici o clinici, che vengono venduti alle compagnie assicurative.
I dati sintetici potrebbero essere una soluzione a questo problema?
Sì, potrebbero aggirare la questione ma il rischio è che i dati sintetici non riflettano più la realtà e che, se reintegrati nelle basi di dati, possano distorcere le informazioni con impatti potenzialmente drammatici, soprattutto se decisioni importanti vengono basate su dati diventati irrealistici e quindi fuorvianti.
Ci vogliono sistemi di validazione delle applicazioni IA, e per questo l’Unione Europea sta creando le strutture adeguate.
Meta ha ottenuto l’approvazione dai regolatori britannici per utilizzare i dati di Instagram e Facebook, inclusi i messaggi privati, per addestrare la sua intelligenza artificiale. Questo sembra in netto contrasto col suo punto di vista.
In Europa ci sono leggi sulla protezione dei dati personali e sulla protezione delle persone più vulnerabili, in particolare degli anziani, dei giovani e dei giovanissimi. E il Regno Unito non fa più parte dell’Unione Europea.
Parlavamo di computer quantistici… L’Europa è competitiva in questo ambito?
Sì, siamo tra i leader mondiali, e questo è anche merito dell’EIC. Abbiamo centri di competenza e poli di eccellenza in paesi come Finlandia, Germania e Olanda. In Italia, con Leonardo, disponiamo di supercomputer. Queste risorse sono fondamentali perché la corsa al quantum, che rivoluzionerà molti settori, è qualcosa che non possiamo perdere.
Lei ha una visione sia nazionale che internazionale. In cosa differisce il panorama tecnologico italiano rispetto al resto d’Europa? Ripensando a tutte le proposte e i pitch che riceve, ci sono degli elementi comuni?
Sì, ci sono delle similitudini. Ciò che colpisce in Italia è l’enorme creatività, d’altronde cresciamo circondati dall’arte e dall’eccellenza storica, e ciò influenza la nostra mentalità, spingendoci a guardare il mondo in modo creativo. All’estero esistono altri stimoli importantissimi perché piu mirati alla performance e a realizzazioni concrete. Essere esposti alle due realtà ha un effetto incredibile sul nostro potenziale imprenditoriale perché impariamo ad essere noi stessi ed essere allo stesso tempo in grado di capire ed adattarci più facilmente a nuove realtà.
È il bello di essere Italiani e allo stesso tempo Europei.
E come si traduce tutto questo nell’imprenditoria?
Si traduce nel fatto che all’estero sono molto più concentrati sugli aspetti finanziari e consapevoli dell’importanza del capitale e del rendimento economico. In Italia, avendo un mercato comunque ampio e relativamente autosufficiente, non sempre sentiamo la necessità di guardare oltre i nostri confini. In altri paesi, invece, c’è una maggiore spinta a cercare opportunità globali.
Quindi ci accontentiamo più facilmente del successo a livello nazionale?
Direi che ci sono molte aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che esportano con successo, specialmente nell’elettromeccanica. Tuttavia, i grandi successi internazionali delle nostre aziende più strutturate oggi sono meno frequenti. All’estero, c’è una maggiore attenzione al sacrificio e agli aspetti finanziari, che spesso qui manca a causa di una percezione di benessere che riduce gli incentivi.
Sta dicendo che ci manca la fame?
Forse è così. C’è sicuramente interesse e voglia di creare ma manca un sistema che supporti concretamente chi ha ambizioni internazionali. Molti, a un certo punto, si rendono conto che per crescere davvero devono andare all’estero, negli Stati Uniti o altrove.
C’è bisogno di rafforzare i messaggi e le strutture che favoriscono l’imprenditorialità. E sia chiaro: oggi il termine “imprenditore” ha acquisito una connotazione più positiva rispetto a dieci anni fa, soprattutto per i giovani e le start-up. Ma è importante dare loro il coraggio e gli strumenti necessari per realizzare i propri sogni.
Su TechTalking ho scritto di Alat, società di investimento sostenuta dal PIF saudita. Gli arabi hanno grandi capitali a disposizione e si stanno proponendo come un nuovo polo tecnologico: quanto sono credibili a suo avviso?
È fondamentale capire che la risorsa finanziaria è essenziale; senza liquidità, non si può andare avanti né crescere. La forza e la capacità finanziaria dietro questo fondo sono rilevanti, perché se anche dovessero fallire nei primi tentativi o nei primi anni, avrebbero la possibilità di continuare a investire a lungo termine. Possono, in qualche modo, perseverare anche grazie alla loro resilienza finanziaria. E giocare su più fronti.
Ho sentito ripetere più volte che “gli Stati Uniti inventano, la Cina copia e l’Europa regola”. Stereotipo o realtà?
Come in tutti gli stereotipi, c’è una parte di verità. È vero che l’Unione Europea si concentra sulla regolamentazione ma anche negli Stati Uniti esistono molte normative, solo che se ne parla meno.
Uno dei nostri problemi è che, in Europa, le regolamentazioni vengono applicate a livello nazionale in modo differente. C’è infatti una certa flessibilità sia nei tempi che nelle modalità di applicazione, il che rende il contesto frammentato e crea incertezza per le imprese.
Le aziende devono affrontare regolamenti diversi in ogni Stato membro, il che implica ulteriori investimenti per adeguarsi. È una situazione che necessita di una revisione, e il rapporto Draghi è stato molto chiaro su questo punto.
Raggiungere un’unità giuridica in Europa sembra davvero complesso.
Sì, forse è difficile arrivare a un’unità giuridica completa ma ci si può concentrare sul famoso principio di Pareto: il 20% degli sforzi può risolvere l’80% dei problemi. Non si tratta di raggiungere la perfezione ma di lavorare a un livello accettabile. Certo, è una regola che potevo spiegare meglio (afferma sorridendo, ndR), ma resta un concetto utile nel business.
A fine agosto, Mark Zuckerberg e Daniel Ek di Spotify hanno espresso preoccupazioni sulle normative europee sull’intelligenza artificiale open-source, avvertendo che un’eccessiva complessità potrebbero farci perdere competitività. Specularmente, la Silicon Valley guarda con interesse a Trump, che promette maggiore deregolamentazione. Quale delle due strade dovrebbe percorrere l’Europa?
Su questo tema sarebbe più adatto un politico a esprimere un’opinione, e forse non sono la persona più qualificata. Tuttavia, c’è una differenza fondamentale tra la ricerca e l’applicazione della conoscenza.
Dal punto di vista della ricerca si può esplorare ogni possibilità, ma quando si tratta di applicare i dati, è essenziale che i diritti fondamentali europei vengano rispettati, soprattutto quelli civili.
Alcuni, ad esempio, potrebbero essere tentati da sistemi come il social scoring ma non credo sia una strada da seguire, specialmente quando si basano su dati che non sono sempre affidabili o accurati, come i dati sintetici che tentano di rappresentare la realtà. C’è il rischio di cadere in scorciatoie che facilitino l’uso improprio di queste applicazioni.
Quindi dobbiamo resistere alla tentazione della deregulation?
Esattamente, dobbiamo fare una distinzione tra l’uso della tecnologia e la sua capacità di generare benefici concreti. Se riusciamo a trovare modi alternativi per raggiungere gli obiettivi che Zuckerberg e altri perseguono, senza però compromettere i nostri valori e il nostro approccio, non vedo perché dovremmo allinearci a ciò che propongono.
In questo summit è stata posta particolare enfasi su gender gap e diversity. Quali azioni ritiene necessarie per promuovere una maggiore diversità, soprattutto in termini di leadership femminile, nel settore della tecnologia e dell’innovazione?
È fondamentale avere esempi positivi, uomini e donne che affrontino il lavoro senza preconcetti legati al genere, concentrandosi solo sul valore del progetto. Persone che giudichino l’idea e il contributo, indipendentemente da chi lo propone.
Devo dire che, lavorando molto all’estero, ho avuto la fortuna di trovarmi in ambienti dove non importava chi fossi o da dove venissi, ma solo se ero efficace. Purtroppo, in molti contesti c’è ancora uno stereotipo persistente.
In alcuni paesi però sono state introdotte le quote rosa, una misura che in Francia, ad esempio, è stata sostenuta da due parlamentari di schieramenti opposti, che l’hanno definita una questione di diritti umani.
Suggerisce “quote rosa” per venture capital che finanziano i progetti o per gli imprenditori che li propongono?
Per entrambe le cose, in realtà, alla fine contano solo i risultati e dare spazio a tutte le potenzialità è oggi un imperativo economico. Pensiamo alle organizzazioni internazionali: ogni paese ha una quota di leadership in base al contributo finanziario che dà, e questa è la ragione per cui ogni nazione ha un commissario: perché vuole avere una voce in capitolo. Le quote, in generale, non sono una novità, però sorprendono quando sono rosa.
L’idea delle quote nasce dalla necessità di colmare un’ingiustizia rispetto a chi ha le capacità di contribuire attivamente all’economia e alla società: esiste una discrepanza tra il potenziale di metà della popolazione, il suo livello di istruzione e il ritorno sull’investimento che questo rappresenta in termini di leadership e di benessere economico per individui e famiglie.
Le donne hanno conquistato il diritto di voto, quindi il diritto di influire sul futuro della società. Allo stesso modo, nel mondo del business, devono poter avere un impatto sulle aziende di cui fanno parte e in cui investono.
In Francia, non solo le donne sono più presenti a tutti i livelli del mondo economico, ma anche il tasso di natalità è cresciuto grazie ad incentivi finaziari e grazie alla creazione di strutture a sostegno delle famiglie. Si può fare.
Dalla conferenza di oggi è emerso un problema importante: ci sono poche donne che scelgono di studiare materie STEM (dall’acronimo inglese Science, Technology, Engineering, and Mathematics, ndR). Il che significa meno imprenditrici nel settore del Deep Tech. Non teme che imponendo delle quote si rischi di comprimere eccessivamente un lato dell’imprenditoria per espandere artificiosamente l’altro?
Partiamo dal fatto che i numeri sono bassi, anche per gli uomini. In generale, ci sono troppi pochi imprenditori nel campo STEM.
È importante includere le donne a tutti i livelli perché è in gioco la nostra sopravvivenza economica sul mercato globale. La penuria sul mercato di profili STEM è un problema che colpisce Europa, Stati Uniti e persino Giappone, il quale ultimamente ha accelerato l’accesso a ruoli dirigenziali anche per le donne.
Secondo il World Economic Forum, in Europa quasi la metà delle imprese sta lottando per assumere persone con le competenze STEM di cui hanno bisogno, siano esse donne o uomini. Negli Stati Uniti, il 45% dei dipendenti STEM con un dottorato di ricerca è nato all’estero. Molti vengono direttamente dall’Europa dove la penuria di profili STEM e dunque accelerata. Il cosiddetto “brain drain”.
È quindi urgente creare le condizioni in Europa per attrarre e trattenere talenti, e quindi anche più donne nelle professioni STEM. Stimolare l’imprenditorialità rappresenta una pista importante perché crea valore e posti di lavoro sul territorio.
Per quanto riguarda le iniziative che potrebbero incoraggiare più donne a intraprendere studi STEM, un approccio multidisciplinare permetterebbe di evidenziare sin dall’inizio l’impatto e le applicazioni della tecnologia combinata ad altre discipline, rendendo il percorso STEM più accessibile grazie a una visione più ampia delle opportunità di applicazione dei talenti di ciascuno. E di talento in Italia ce n’è tanto.
L’importante è creare stimoli, circondarsi di diversità, e capire che una solida conoscenza tecnologica va acquisita fin dall’inizio del percorso di studi, un po’ come imparare le lingue o imparare a creare musica. Dopo è più difficile riuscirci. Collaborazioni precoci con le imprese permetterebbero anche di stimolare lo spirito imprenditoriale evidenziando i molteplici sbocchi della tecnologia sul mondo del lavoro.
Negli Stati Uniti, le imprenditrici si lamentano che le loro attività non ricevono lo stesso sostegno finanziario delle controparti maschili. Sembra però difficile credere che poche donne studino materie STEM perché viene loro proibito l’accesso agli studi. Crede sussista anche una questione culturale?
Una donna può essere interessata alla tecnologia ma ha bisogno di un ambiente che la sostenga. Se, una volta entrata in un settore, si trova di fronte a barriere, discriminazioni o si sente limitata nell’esprimersi, è naturale che si allontani.
Questo è uno dei problemi principali. Ed è per questo che servono più donne sia nel venture capital che nella tecnologia: per creare un ambiente più favorevole alla diversità di genere, dove la collaborazione tra uomini e donne sia vista come la norma, rispecchiando ciò che accade nella società.
Negli Stati Uniti le assunzioni basate su criteri di DEI (diversità, equità e inclusione) stanno rallentando. Alcuni lo attribuiscono al cambiamento politico in corso, altri sostengono che questi programmi non hanno prodotto risultati significativi. Ad esempio, in dieci anni, la percentuale di donne impiegate nel settore tecnologico è aumentata solo dell’1%. Come spiega questo fenomeno?
Dipende da come viene applicata la DEI. Se è fatta solo per conformarsi alle regole o per spuntare caselle, non produrrà risultati. Fino a che la leadership non crederà davvero nell’importanza di questi temi e non imporrà obiettivi chiari al management per promuovere l’apertura e la diversità, le cose non cambieranno.
Un altro fattore è che gli azionisti di oggi hanno un accesso più diretto e immediato all’informazione finanziaria e al rendimento effettivo dei loro investimenti.
Sui mercati, ignorare le realtà economiche e sociali è raramente un’attitudine vincente per un’impresa, ed è al contrario sintomo di mancanza di agilità e gestione insufficiente dei rischi aziendali. Tali attitudini da parte delle leadership, negli USA come in Europa, non sono piu accettabili per gli azionisti e vengono prima o poi sanzionate duramente.
Abbiamo bisogno di donne e uomini competenti che possano rispondere alle sfide tecnologiche del nostro tempo in tutti i settori dell’economia. È un fenomeno globale fortemente accelerato dall’avvento dell’IA in questi ultimi anni.
C’è bisogni di tutte e tutti. Adesso.


