Quello delle assunzioni DEI è un tema molto caldo negli Stati Uniti. L’acronimo, che sta per Diversity, l’Equity e l’Inclusion, indica tre concetti cruciali per creare un ambiente di lavoro più giusti e rappresentativi all’interno delle un’organizzazioni.
La Diversità riguarda la presenza di una vasta gamma di differenze tra le persone in un’organizzazione, tra cui razza, etnia, genere, orientamento sessuale, età, disabilità, background culturale e altre caratteristiche che rendono unici gli individui.
L’Equità si concentra sull’assicurare che tutte le persone abbiano accesso alle stesse opportunità e risorse, indipendentemente dalle loro differenze. Per farlo, vuole rimuovere le barriere sistemiche che possono svantaggiare alcuni gruppi rispetto ad altri.
L’Inclusione consiste nel creare un ambiente in cui tutte le persone si sentano accolte, rispettate, supportate e valorizzate, indipendentemente dalle loro differenze. L’inclusione va oltre la semplice presenza di diversity, assicurandosi che tutti i membri dell’organizzazione possano partecipare pienamente e contribuiscano al successo dell’organizzazione.
I sostenitori delle assunzioni DEI affermano che in questo modo il processo di reclutamento è il più equo e inclusivo possibile, promuovendo una forza lavoro diversificata. I detrattori lo considerano l’antitesi della meritocrazia in quanto i candidati non sono valutati in base alle proprie capacità bensì per, appunto, a razza, etnia, genere, orientamento sessuale, età e disabilità. Il che è una forma speculare di discriminazione.
Al di là delle opinioni personali, è però in atto una tendenza importante negli USA. Dopo che le assunzioni DEI sono diventate la norma presso le grandi aziende americane, ora è in corso il trend opposto.
Il passo indietro di Harley Davidson
Il caso Harley Davidson è in tal senso esemplare. Il celebre produttore di motociclette ha infatti annunciato ieri importanti modifiche alle proprie politiche sulla diversity. Forse in seguito a pressioni online guidate dall’attivista conservatore Robby Starbuck.
L’azienda ha dichiarato che non parteciperà più al sistema di valutazione della Human Rights Campaign, un’organizzazione che assegna punteggi alle aziende basati sull’inclusione LGBTQ+ sul posto di lavoro.
Harley-Davidson ha inoltre affermato che rivedrà tutte le sue sponsorizzazioni, concentrandosi sul mantenimento della propria “comunità di motociclisti fedeli“. L’azienda ha anche eliminato gli obiettivi di spesa per fornitori di proprietà di minoranze o donne.
Secondo la dichiarazione dell’azienda su X, Harley-Davidson aveva già posto fine alla sua politica DEI ad aprile, in seguito a una revisione interna delle politiche condotta dagli stakeholder all’inizio dell’anno. “Oggi non abbiamo una funzione DEI”, ha affermato l’azienda.
We remain committed to listening to all members of our community as we continue on our journey together as one Harley-Davidson. United We Ride. pic.twitter.com/0feGYhTUMh
— Harley-Davidson (@harleydavidson) August 19, 2024
Torniamo ora a Robby Starbuck. La sua campagna contro Harley-Davidson è iniziata il 23 luglio su X, con le accuse piuttosto circostanziate che trovate nella loro interezza qui sotto.
It’s time to expose Harley Davidson.@harleydavidson has been one of the most beloved brands in America but recently on CEO Jochen Zeitz’s watch, they’ve gone totally woke.
Here’s some of what we found:
• Openly supports “the equality act” which would allow men into girl’s… pic.twitter.com/15kPUy8WVY
— Robby Starbuck (@robbystarbuck) July 23, 2024
I fatti più significativi sono che l’azienda sosterrebbe apertamente l’equality act, che permetterebbe agli uomini di accedere a bagni, sport e spogliatoi femminili. Che ha finanziato un evento pride per tutte le età che includeva una “rage room” e un’ora di lettura con drag queen.
Milleottocento dipendenti hanno dovuto seguire una formazione virtuale su come diventare “alleati” LGBTQ+. Infine, che Harley Davidson ha inviato alcuni dipendenti a un programma di formazione sulla diversity “woke”. I dipendenti in questione erano solamente maschi bianchi.
Difficile dire se e quanto siano attendibili le fonti che Robby Starbuck cita nel suo post. Né se la sua opinione abbia effettivamente avuto un peso nella vicenda. Ma la notizia che riportiamo è pur sempre del The Wall Street Journal e saremmo stupiti se l’autorevole testata avesse dato voce a uno dei tanti troll da social network.
Resta il fatto che ieri Harley Davidson, nel comunicate i cambiamenti alle sue politiche sociali, ha dichiarato: “Siamo rattristati dalla negatività sui social media nelle ultime settimane”.
La crisi di Girls In Tech e Women Who Code
A risentire dell’abbandono delle politiche di assunzione DEI sono anche le donne. O almeno questo è quanto afferma Girls In Tech, un’organizzazione no-profit fondata per promuovere l’inserimento delle donne nel settore tecnologico.
Faceva parte di un ampio network di organizzazioni e consulenti sorti nei primi anni 2010 per promuovere la diversità razziale e di genere nella Silicon Valley, e molte grandi aziende vi avevano aderito con entusiasmo dal suo lancio nel 2007. Verso la fine del 2023, però, in una sola settimana, cinque importanti donatori hanno ritirato i loro finanziamenti, citando le incertezze economiche del momento.
Per salvare l’organizzazione, la fondatrice Adriana Gascoigne ha proposto una fusione con Women Who Code, un’altra no-profit con una missione simile, sostenuta da colossi come Microsoft, Google e Boeing. Tuttavia, pochi giorni dopo aver avanzato l’idea, Women Who Code ha chiuso improvvisamente.
Con i fondi in esaurimento, a luglio, Gascoigne è stata costretta a sciogliere Girls In Tech, che contava 130.000 membri.
Politica o mancata convenienza?
Per alcuni, il declino del supporto ai programmi che le aziende tech un tempo promuovevano come dimostrazione del loro impegno a includere più donne, persone nere e ispaniche, è il risultato di una campagna della destra volta a contestare legalmente queste iniziative.
“DEI deve MORIRE”, ha scritto Elon Musk su X a dicembre. E il popolare podcast All-In, condotto da quattro investitori tecnologici, ha invece definito la “morte” del DEI la “migliore tendenza politica” del 2023.
DEI must DIE.
The point was to end discrimination, not replace it with different discrimination.
— Elon Musk (@elonmusk) December 15, 2023
Per altri, è la conseguenza dei budget sempre più ridotti che stanno spingendo molte aziende tecnologiche a prendere le distanze da queste iniziative, costringendo i gruppi di sostegno a chiudere, licenziare personale o rivedere le loro strategie per sopravvivere.
Alcuni esperti attribuiscono invece questi risultati deludenti alle carenze dei programmi DEI aziendali, che, secondo i critici, non riescono a integrare adeguatamente le esigenze del personale. Stando al The Washington Post, queste iniziative finora non hanno sortito gli effetti sperati, lasciando pressoché invariata la demografia del settore tecnologico.
Nel 2022, solo il 26% dei lavoratori nei campi STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) erano donne, un incremento di appena un punto percentuale rispetto al 2000, secondo il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti.
Analogo il discorso se si guarda la presenza di lavoratori neri negli uffici statunitensi di Google, tra le aziende più attente a queste tematiche sociali. Essa è infatti aumentata di soli 2,4 punti percentuali tra il 2019 e il 2024, e oggi rappresentano meno del 6% del totale.
Premesso che secondo il censimento del 2020 gli afroamericani rappresentano il 12,7% della popolazione statunitense, verrebbe da pensare che ciò sia dovuto al fatto che questi abbiano meno possibilità di accedere a un’educazione di altro livello.
In tal senso va ricordato che la Corte Suprema americana ha invalidato le ammissioni basate sulla razza ad Harvard e in altre istituzioni. La decisione, presa con una maggioranza di 6 a 3, ha stabilito che l’uso della razza come criterio nelle ammissioni universitarie viola la Costituzione degli Stati Uniti, in particolare la clausola di uguale protezione del Quattordicesimo Emendamento.
Grazie al sostegno di figure di spicco nel settore tecnologico e dell’amministrazione Obama, le organizzazioni avevano promesso di trasformare il settore tecnologico identificando, formando e supportando nuovi talenti per diversificare una forza lavoro in gran parte omogenea. I fatti oggi raccontano un’altra storia: le aziende tecnologiche licenziano i team DEI, i cui sforzi sono sempre meno sostenuti dal management.
Che sia la fine di un’epoca o un processo transitivo verso un nuovo assetto strategico per queste organizzazioni non profit, è una cosa che ci dirà il tempo.


