Trump minaccia Musk, ma l’America non può fare a meno di SpaceX

by | 6 Giu 2025 | Aerospace, Politica

Tempo di lettura: 3 minuti

Ieri, il presidente Donald Trump ha scritto un post su Truth Social che ha scosso SpaceX e tutto il settore aerospaziale. “Il modo più semplice per risparmiare denaro nel nostro bilancio, miliardi e miliardi di dollari, è terminare i sussidi e i contratti governativi di Elon“.

Il messaggio è arrivato nel pieno di una lite politica di cui abbiamo appena scritto, innescata dalle critiche di Musk a un disegno di legge fiscale, e si è trasformato in una minaccia diretta verso l’intero impero industriale del magnate.

Ma a rendere ancora più incandescente lo scontro è intervenuto Steve Bannon, ex stratega capo della Casa Bianca, figura centrale dell’estrema destra americana e megafono della base più radicale del trumpismo.

In un’intervista al New York Times, Bannon ha affermato: “Dovrebbero avviare un’indagine formale sul suo status di immigrazione, perché sono fermamente convinto che sia un immigrato illegale e dovrebbe essere deportato immediatamente dal paese”.

Nel suo podcast War Room, è andato oltre: ha chiesto al presidente di usare il Defense Production Act per sequestrare SpaceX, ha invocato indagini sull’uso di droghe da parte di Musk e ha suggerito di revocare ogni contratto e autorizzazione di sicurezza.

Le sue parole, pur prive di fondamento giuridico immediato, sono il segnale che attorno a Musk si sta addensando una tempesta ideologica. Il fondatore di SpaceX è passato, nel giro di pochi giorni, da alleato funzionale dell’establishment conservatore a bersaglio prioritario di chi vuole ridefinire i rapporti tra potere pubblico e imprenditoria tecnologica.

La risposta (immediata) di Musk: “decommissioniamo Dragon”

Poche ore dopo, Musk ha risposto su X con una dichiarazione che ha lasciato tutti senza fiato: «Alla luce della dichiarazione del Presidente sull’annullamento dei miei contratti governativi, @SpaceX inizierà immediatamente a dismettere la sua navicella Dragon”.

La Dragon è l’unica capsula attualmente operativa in grado di trasportare astronauti statunitensi sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS).

Dopo un’ondata di reazioni pubbliche e pressioni istituzionali, Musk ha poi ritrattato, rispondendo a un utente che suggeriva a entrambi di prendersi una pausa e darsi una calmata: “Buon consiglio. Ok, non dismetteremo la Dragon”.

Ma la minaccia, pur rientrata, ha fatto emergere un nodo strutturale cruciale per la strategia spaziale americana.

La NASA non ha alternative a SpaceX

Oggi, SpaceX è il pilastro attorno al quale ruotano quasi tutte le attività spaziali degli Stati Uniti, sia civili che militari. Non si tratta solo di un fornitore di razzi: è il cuore pulsante del sistema.

La NASA utilizza le capsule Crew Dragon per inviare astronauti e cargo alla ISS. È lo stesso mezzo che ha riportato a casa in sicurezza gli astronauti della missione Boeing Starliner, rimasti in orbita per mesi a causa di problemi tecnici.

Ed è sempre SpaceX che ha il contratto per costruire la versione lunare del razzo Starship, destinata a riportare due astronauti americani sulla superficie della Luna nel contesto della missione Artemis III.

Le alternative, al momento, sono solo sulla carta. Boeing non ha ancora risolto i guasti dello Starliner, e i prossimi lanci non sono previsti prima del 2026. Northrop Grumman, altro partner storico della NASA, ha dovuto annullare l’ultima missione Cygnus per danni subiti durante il trasporto.

Sierra Space, che dovrebbe contribuire con il mini shuttle Dream Chaser, non ha ancora effettuato il volo inaugurale. E la possibilità di acquistare nuovamente posti sulle capsule Soyuz russe, come fatto tra il ritiro dello Shuttle e l’ingresso in servizio della Crew Dragon, oggi è geopoliticamente e logisticamente complicata.

Anche sul fronte militare, SpaceX è centrale. L’azienda è incaricata di lanciare satelliti classificati per il Pentagono e l’intelligence, oltre che di sviluppare una versione avanzata e sicura della costellazione Starlink per le comunicazioni delle forze armate.

Missioni scientifiche ambiziose della NASA, come Dragonfly, il drone nucleare destinato a sorvolare Titano, la luna di Saturno, dipendono da lanciatori SpaceX.

I nuovi attori non sono ancora pronti: il razzo Vulcan della United Launch Alliance ha debuttato solo di recente, così come il New Glenn di Blue Origin. Entrambi hanno costi più elevati e non possono vantare lo stesso storico di affidabilità.

Il problema non è tecnico, è politico (e di fiducia)

È chiaro che il presidente Trump non possa realisticamente permettersi di chiudere tutti i contratti federali con SpaceX, almeno non senza mettere in crisi l’intera infrastruttura spaziale americana.

Ma proprio questa dinamica mette in luce un problema più profondo: la concentrazione di così tanto potere industriale e tecnologico nelle mani di un singolo imprenditore, che ora minaccia la sicurezza nazionale per regolare i propri conti politici (e ormai anche personali).

Quand’anche la crisi si sgonfiasse, resterà in molti il dubbio su quanto sia sostenibile una strategia spaziale che dipende in modo così radicale dalla volontà e dall’umore di un uomo solo. Elon Musk ha fornito risultati straordinari, ma ha anche lanciato un segnale allarmante: se si sente attaccato, può decidere di spegnere i motori.

Un futuro più equilibrato per il programma spaziale americano dovrà necessariamente passare per una maggiore diversificazione degli attori e delle soluzioni tecnologiche. Altrimenti, la prossima crisi non sarà solo una questione di dichiarazioni sui social.

E con una Tesla in caduta libera, Elon Musk deve stare molto attento a non giocarsi anche SpaceX.

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