NASA, Isaacman promette: “sulla Luna entro il 2029”

by | 30 Dic 2025 | Aerospace

Jared Isaacman, 15° amministratore della NASA. | Foto: NASA/Bill Ingalls, Wikimedia Commons
Tempo di lettura: 3 minuti

Quando Jared Isaacman dice che l’America tornerà sulla Luna entro il 2029, non sta parlando di piantare una bandiera, scattare una foto e tornare a casa. Sta parlando di restarci. Di costruirci infrastrutture. Di trasformare il satellite in un avamposto economico, non solo in una meta turistica per astronauti.

In una delle sue prime dichiarazioni pubbliche da amministratore della NASA, Isaacman ha detto a CNBC che il rinnovato impegno di Trump per l’esplorazione lunare è la chiave per sbloccare quella che ha definito “economia orbitale”.

“Vogliamo avere l’opportunità di esplorare e realizzare il potenziale scientifico, economico e di sicurezza nazionale sulla Luna”, ha spiegato. Non è retorica da conferenza stampa. È un cambio di paradigma.

Il miliardario che Trump ha ritirato (e ripescato)

Isaacman non è un burocrate spaziale qualunque. È un imprenditore diventato astronauta civile nel 2021, quando ha comandato una missione orbitale a bordo della capsula Crew Dragon di SpaceX. Ed è, soprattutto, uno stretto alleato di Elon Musk.

È proprio questo legame ad aver complicato la sua nomina. Trump lo aveva scelto per guidare la NASA a dicembre 2024 ma a maggio ha bruscamente ritirato la candidatura citando vaghe “associazioni precedenti”. Sebbene il presidente non abbia mai specificato di cosa si trattasse, il timing ha coinciso con la faida estiva tra Trump e Musk.

A novembre, però, il dietrofront: Isaacman è stato rinominato e quindi confermato nel suo ruolo dal Senato. Una saga che non è solo gossip politico ma il segno di un nuovo equilibrio di potere, dove i confini tra pubblico e privato, tra governo e Silicon Valley, diventano sempre più sfumati.

La NASA oggi ha un capo che è anche cliente di SpaceX. E che parla di Luna come di un’opportunità di business.

NASA: la Luna come avamposto economico

Cosa significa, concretamente, “economia orbitale”? Isaacman lo ha spiegato con una precisione che non sfigurerebbe in un pitch.

Sulla Luna si costruiranno data center spaziali e infrastrutture. Si minerà Elio-3, un gas raro presente sulla superficie lunare che potrebbe diventare un combustibile fondamentale per l’energia da fusione nucleare. Si installeranno basi permanenti da cui partire per missioni verso Marte e oltre.

Non si tratta più di esplorare per il gusto della scoperta ma di colonizzare con un piano industriale. “Dopo aver costruito una base lunare”, ha aggiunto Isaacman, “la NASA valuterà investimenti nell’energia nucleare e nella propulsione nucleare spaziale per proseguire l’esplorazione.”

È un linguaggio nuovo per la NASA. Non più sogni e frontiere ma investimenti e rendimenti. La Luna non è più il simbolo di un’ambizione collettiva: è un business plan.

Artemis, SpaceX e Blue Origin: la corsa spaziale è privata

Il programma che dovrebbe rendere tutto questo possibile si chiama Artemis. Ed è già in movimento, alimentato dai 9,9 miliardi di dollari stanziati da Trump all’inizio dell’anno.

La missione Artemis II, il primo volo di prova con equipaggio a bordo del razzo Space Launch System e della navicella Orion, dovrebbe decollare nel prossimo futuro. Sarà seguita da Artemis III, la missione che riporterà gli esseri umani sulla superficie lunare, e per cui SpaceX ha il contratto per costruire il sistema di atterraggio.

Ma non c’è solo SpaceX. Accanto alla creatura di Musk c’è Blue Origin di Jeff Bezos, e persino Boeing. Tutti impegnati a perfezionare veicoli di lancio per carichi pesanti con trasferimento criogenico di propellente in orbita, tecnologie che rendono i razzi più facilmente riutilizzabili.

“È questo che ci permetterà di andare e tornare dalla Luna in modo economicamente sostenibile, con grande frequenza, e di prepararci per missioni verso Marte e oltre”, ha concluso Isaacman.

Economicamente sostenibile. È questa l’espressione chiave. Perché il ritorno sulla Luna, questa volta, non è un gesto simbolico. È l’inizio di qualcosa che assomiglia sempre più a una colonizzazione industriale, dove il confine tra esplorazione scientifica e sfruttamento economico si fa sottile fino a sparire.

Fonte: CNBC

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