Project Suncatcher: così Google vuole portare l’IA nello spazio

da | 6 Nov 2025 | Tecnologia

illustrazione: chatgpt
Tempo di lettura: 3 minuti

L’intelligenza artificiale non si accontenta più della Terra. Mentre le grandi tech company faticano a soddisfare l’insaziabile fame di energia e potenza di calcolo dei loro modelli, Google vuole riscrivere le regole con Project Suncatcher.

L’intuizione dell’azienda capitanata da Sundar Pichai è una visione radicale: spostare i centri di calcolo equipaggiati con le TPU (Tensor Processing Units) di Google direttamente nello spazio, trasformando l’orbita terrestre nella prossima frontiera del calcolo.

Il sogno (quasi) infinito dell’energia solare orbitale

L’obiettivo di Google è tanto visionario quanto pragmatico. Nello spazio, liberi dal ciclo giorno/notte, dalle nuvole e dai filtri atmosferici, i pannelli solari possono generare una potenza fino a otto volte superiore rispetto a quella ottenibile sulla Terra.

I satelliti di Suncatcher voleranno infatti in orbita solare-sincrona “dawn-dusk”, dove la luce è praticamente continua. In questo scenario, l’energia solare diventa una risorsa “quasi infinita” e permette di alimentare senza interruzioni le TPU progettate da Google per il machine learning.

Google stima che entro la metà degli anni Trenta, con costi di lancio inferiori ai 200 dollari per chilogrammo, il costo per kilowatt-anno di calcolo spaziale potrebbe diventare comparabile a quello di un data center terrestre.

Ma la promessa più interessante non riguarda solo l’energia. Suncatcher nasce infatti per affrontare la crisi di sostenibilità dei data center terrestri, strutture che consumano quantità crescenti di elettricità e acqua per alimentare e raffreddare i server.

Project Suncatcher: l’infrastruttura orbitale per l’IA

Project Suncatcher non è un progetto fantascientifico, ma un’iniziativa concreta del team Google Research, sviluppata in collaborazione con Planet Labs. L’azienda prevede di lanciare due satelliti prototipo entro l’inizio del 2027, con l’obiettivo di testare le TPU in orbita e verificare la resistenza dei chip alle radiazioni.

I primi test a terra hanno già fornito risultati promettenti: le TPU hanno resistito fino a 15 krad(Si) di radiazione ionizzante totale senza danni permanenti, con la memoria HBM indicata come la parte più vulnerabile.

Inoltre, i satelliti voleranno in formazione compatta, a poche centinaia di metri di distanza, collegati da canali ottici e laser in grado di raggiungere decine di terabit al secondo. È un’architettura di rete completamente nuova, in cui i satelliti si comportano come nodi di un unico supercomputer distribuito, sospeso sopra la Terra.

Il che ci riporta all’impiego del termine “moonshot”, usato in apertura. Che è l’espressione con cui gli americani intendono un progetto estremamente ambizioso, visionario e ad alto rischio, che mira a risolvere un problema di portata globale e a raggiungere un obiettivo che, al momento dell’annuncio, appare quasi impossibile o folle.

Come, appunto, lo fu il famoso annuncio del Presidente John F. Kennedy nel 1961, di portare un uomo sulla Luna e riportarlo indietro sano e salvo entro la fine del decennio, un obiettivo che all’epoca sembrava irrealizzabile.

Musk, i data center spaziali e l’ironia della logistica

Nonostante Google abbia presentato Suncatcher come un esperimento di ricerca, il progetto si inserisce inevitabilmente nel confronto con Elon Musk, che da tempo sogna infrastrutture di calcolo orbitale. Solo pochi giorni dopo l’annuncio di Suncatcher, Musk ha dichiarato che “SpaceX lo farà”, lasciando intendere che la futura generazione di satelliti Starlink V3 potrebbe ospitare moduli di calcolo per l’intelligenza artificiale.

In questo scenario, emerge un paradosso: per lanciare i propri satelliti, Google dovrà probabilmente affidarsi proprio a SpaceX, che oggi domina il mercato dei lanci commerciali. Il primo test di Suncatcher, previsto con Planet Labs, sarà verosimilmente portato in orbita da un Falcon 9. In altre parole, Google dovrà pagare il “pedaggio spaziale” al suo più temibile rivale nel settore dell’AI.

La dipendenza non è però totale. Nuovi vettori come Blue Origin di Jeff Bezos, Ariane 6 di Arianespace e Vulcan Centaur di ULA stanno cercando di ridurre la supremazia logistica di SpaceX. Resta il fatto che, almeno oggi, chi vuole andare in orbita dipende ancora in gran parte dai razzi di Musk.

L’orbita bassa terrestre diventa ogni giorno che passa il nuovo terreno di conquista, dove energia, potenza di calcolo e geopolitica si fondono. E se qualcuno in passato si è domandato per quale ragione Elon Musk e Jeff Bezos abbiano alzato il loro sguardo imprenditoriale al cielo, ora ha una risposta. Il successo, spesso, è una questione di lungimiranza.

Fonte: Google

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