In Europa la raffinazione sta lavorando quasi al massimo della capacità e generando profitti elevatissimi a causa delle carenze di carburante provocate dalla guerra americana con l’Iran. Eppure, passata l’emergenza, la direzione dovrebbe tornare quella degli ultimi anni: meno capacità di trasformare il petrolio in benzina, diesel e carburante per aerei.
Secondo S&P Global Energy, nel decennio fino al 2035 la capacità europea scenderà del 20%, a poco più di 9 milioni di barili al giorno. All’inizio del secolo erano 14 milioni. Negli Stati Uniti il calo previsto nello stesso periodo è del 7%, fino a 16,7 milioni di barili al giorno.
La guerra ha quindi cambiato la percezione politica del problema, ma non le previsioni economiche. “Le recenti interruzioni hanno spinto a ripensare l’importanza strategica della raffinazione in Occidente. Ma cambiano i fondamentali nel lungo periodo? Direi probabilmente di no”, ha spiegato al Financial Times Daniel Evans, responsabile globale della raffinazione di S&P.
Il petrolio serve a poco se manca chi lo raffina
Avere accesso al greggio è solo una parte del problema. Prima di arrivare nei serbatoi delle automobili, degli aerei o dei mezzi militari, quel petrolio deve essere trasformato. Ed è proprio questa capacità industriale che Europa e Nord America stanno progressivamente riducendo.
L’anno scorso l’Europa ha perso circa 500.000 barili al giorno di capacità di raffinazione. Nel solo Regno Unito hanno chiuso due delle sei raffinerie esistenti.
Dev Sanyal, amministratore delegato di VaroPreem, le cui raffinerie forniscono circa un decimo dei carburanti stradali europei, sostiene che questa sequenza di chiusure abbia reso il continente molto più dipendente dalle importazioni di prodotti già raffinati.
La guerra ha riportato il problema sui tavoli dei governi e potrebbe salvare temporaneamente alcuni impianti. Eugene Lindell, responsabile dei prodotti raffinati della società di consulenza FGE NexantECA, ritiene infatti improbabili nuove chiusure nei prossimi 18 mesi.
Ma avverte che le forze economiche che spingono il settore nella direzione opposta rimangono al loro posto.
L’auto elettrica cambia i conti degli investitori
Una raffineria vecchia richiede periodicamente investimenti nell’ordine di centinaia di milioni per manutenzione e aggiornamenti. È spesso in quel momento che il proprietario deve decidere se spendere ancora oppure chiudere. E la scelta dipende soprattutto da quanta benzina e quanto diesel pensa di poter vendere negli anni successivi.
Qui entra in gioco la crescita dell’auto elettrica. Secondo ACEA, l’associazione europea dei costruttori, nella prima metà del 2026 le immatricolazioni di auto completamente elettriche sono aumentate del 62,9% in Francia e del 48% in Germania. Nell’intera Unione le elettriche pure hanno raggiunto il 20,7% delle nuove immatricolazioni, contro il 15,6% di un anno prima.
Anche l’Italia, pur partendo molto più indietro, sta accelerando. Secondo Motus-E, nei primi sei mesi del 2026 sono state immatricolate 78.819 auto elettriche pure, il 76,3% in più rispetto alle 44.710 dello stesso periodo del 2025. La quota sul mercato italiano è salita dal 5,2% all’8,4%.
Per chi investe nelle raffinerie, questo significa dover impegnare capitali oggi mentre una parte della domanda di carburanti stradali è destinata progressivamente a ridursi.
La raffinazione si sposta fuori dall’Occidente
La raffinazione del petrolio, però, non sta scomparendo. Anzi, altrove sta crescendo. Mentre Europa e Nord America chiudono impianti vecchi e relativamente piccoli, Cina, Medio Oriente, India e Africa hanno costruito grandi raffinerie moderne e competitive. La conseguenza è che una parte maggiore dei carburanti consumati in Occidente potrebbe essere prodotta fuori dall’Occidente.
Ed è qui che la questione industriale incontra quella della sicurezza. Sanyal lo sintetizza con un esempio molto concreto: “La realtà è che quando si comincia a pensare agli F-35 e ai carri armati Leopard, questi non funzionano a idrogeno, funzionano con energia convenzionale”. Una riduzione dei consumi civili di petrolio non elimina insomma il bisogno di carburanti per aviazione, logistica e difesa.
Tant’è che negli Stati Uniti Donald Trump sta cercando di andare controtendenza, annunciando il progetto della prima grande nuova raffineria americana degli ultimi cinquant’anni, in Texas, e spingendo per riavviare l’impianto di Saint Croix nelle Isole Vergini americane.
Per ora, però, S&P non vede abbastanza investimenti da modificare la traiettoria generale: mentre una crisi ricorda all’Occidente quanto le raffinerie siano strategiche, le ragioni economiche che hanno portato a chiuderle continuano a pesare.
Fonte: Financial Times


