Al vertice di Washington di martedì, davanti a Jacob Helberg, l’Unione europea ha messo la firma su Pax Silica. Con lei Germania, Paesi Bassi e Grecia.
Quattro adesioni annunciate insieme e che valgono su due piani diversi: c’è l’ingresso del blocco, deciso dalla Commissione a nome dei Ventisette, e ci sono le firme nazionali di singole capitali. Una distinzione, questa che racconta più di quanto sembri.
Diversi Stati membri si erano già mossi per conto loro nelle settimane precedenti (Grecia, Finlandia e Svezia avevano aderito in ordine sparso), e Bruxelles ha spinto per l’adesione collettiva soprattutto per non lasciare che ognuno trattasse da solo con gli americani. L’Europa insomma entra compatta dopo essere arrivata divisa.
Cosa chiede Washington
Pax Silica è l’iniziativa lanciata dal Dipartimento di Stato a dicembre per coordinare le filiere dell’intelligenza artificiale tra alleati: minerali critici, energia, chip, infrastrutture di calcolo.
Helberg, che ne è l’architetto, la presenta come la risposta a un vuoto. “Non esiste un raggruppamento costruito appositamente per gestire l’economia dell’IA in un momento in cui l’IA sta rivoluzionando la forma dell’economia globale”, ha detto al Financial Times, archiviando G7 e G20 come strumenti inadatti.
Il punto interessante arriva però quando attacca il modello europeo. Helberg contrappone la “sovranità dell’innovazione” alla “sovranità digitale”, il principio su cui l’UE ha costruito la propria politica tecnologica, dall’AI Act in giù.
Investire in autonomia, Paese per Paese, porterebbe secondo lui a “una sorta di mediocrità sincronizzata”. Tradotto: meglio affidarsi alla tecnologia americana che provare a costruirne una propria. È la stessa amministrazione che bolla le multe europee alle aziende statunitensi come punitive, che alza dazi e controlli all’export. E l’Europa, mentre viene attaccata, firma.
Pax Silica: il prezzo del biglietto
Secondo la dichiarazione congiunta, l’UE acquisterà almeno 40 miliardi di dollari (circa 37 miliardi di euro) di chip IA americani, senza però dire chi li metterà e chi comprerà cosa. Non c’è infatti un fondo europeo di quelle dimensioni, né una regola che divida la spesa tra i Ventisette.
L’orizzonte temporale è poi stato spostato al 2028, accompagnato da una clausola di sicurezza che lega l’accesso ai chip a controlli decisi da Washington, con approvazioni per singolo sito e obblighi di conformità.
Il che un precedente che l’Europa conosce bene. A gennaio 2025 l’amministrazione Biden aveva diviso il mondo in tre fasce per l’accesso ai chip IA più avanzati: gli alleati stretti senza limiti, Cina e Russia escluse, e in mezzo una fascia intermedia con tetti e licenze in cui finivano anche Paesi europei come il Portogallo e la Polonia.
Si chiamava Diffusion Rule, e Bruxelles protestò perché relegava in seconda fascia anche membri dell’Unione e della NATO come Portogallo e Polonia, declassati a clienti di secondo livello. Trump la cancellò due giorni prima che entrasse in vigore ma diversi analisti leggono nella clausola di sicurezza di Pax Silica il ritorno mascherato di quella stessa gerarchia, scritta ora con un altro nome.
La morsa sull’Olanda
I Paesi Bassi ospitano ASML, l’unica azienda al mondo a produrre le macchine per la litografia a ultravioletti estremi senza cui i chip più avanzati non esistono, il principale collo di bottiglia europeo della filiera.
È la carta che dà all’Aja un peso che nessun altro Stato membro possiede. Ed è la stessa carta su cui Washington preme da mesi, fino alle accuse di pochi giorni fa sul presunto arrivo di un suo macchinario in Cina, che l’azienda ha respinto e di cui abbiamo già scritto.
La logica vorrebbe che un Paese sotto pressione (e da tempo) da Washington tenesse le distanze da iniziative come Pax Silica. Invece l’Aja firma, e firma da sola. L’unica spiegazione è che l’Olanda abbia deciso che restare fuori non avrebbe alleggerito la pressione.
Con il MATCH Act in discussione al Congresso, che imporrebbe agli alleati di allineare i controlli all’export a quelli americani, l’allineamento arriverebbe comunque, per via legislativa invece che negoziale. Entrare, promette sulla carta un posto al tavolo dove quelle regole si scrivono ma le leve restano a Washington, che attraverso componenti, software e licenze americane dentro la filiera può rendere impraticabile qualsiasi linea diversa dalla propria, a prescindere da chi sieda al tavolo.
La Francia ha letto la mossa americana e l’ha chiamata un tentativo di “colonizzare” l’Europa. Germania, Italia e gli stessi Paesi Bassi hanno preferito un altro racconto, quello dell’Unione che si presenta unita.
La trappola del debito
Helberg accusa la Belt and Road cinese di essere guidata da entità statali opache, inefficienti, costruite su “trappole del debito predatorie”. Poi annuncia zone di sicurezza economica a guida americana: una in Kazakhstan, per ampliare l’accesso ai minerali in una regione, l’Asia centrale, da cui Washington dice di essere stata “completamente assente”; una nelle Filippine, sul modello della certezza giuridica garantita agli investitori.
Strumenti diversi nella forma, identica logica nella sostanza: legare i partner a un sistema di cui gli Stati Uniti controllano i punti di strozzatura. Sul fronte cinese la posta è esplicita, perché Pechino domina l’estrazione e soprattutto la raffinazione delle terre rare, e su quel monopolio può stringere o allentare la presa a piacimento.
Helberg rivende tutto con il vocabolario della Silicon Valley. “Come diceva Steve Jobs, incanta e delizia gli utenti a miliardi in tutto il mondo: questa è la nostra ricetta segreta”, dice, prima di ammettere la sostanza di sempre, lo Stato americano che lavora “in perfetta sintonia” con le proprie aziende private.
La sovranità in soffitta
Resta la domanda che l’Europa a quanto pare preferisce non porsi. Entrando in Pax Silica per non restare fuori dai chip che le servono, Bruxelles accetta che siano gli Stati Uniti a fissare ritmo e regole dello sviluppo dell’IA, proprio mentre quella stessa amministrazione ne contesta le leggi e ne tassa le merci.
La sovranità digitale era la cornice con cui l’Unione provava a non dipendere da nessuno, americani inclusi. Oggi la mette in soffitta in cambio di un posto nella filiera altrui.
Fonte: Financial Times


