La Commissione Europea vuole che il continente smetta di dipendere dalla tecnologia americana, e mercoledì ha presentato il piano per riuscirci.
Sul tavolo c’è più intervento pubblico nell’industria tecnologica, l’accelerazione dei data center, il rilancio dei semiconduttori e una spinta perché governi e imprese comprino da fornitori europei.
Sui contratti di cloud, considerati critici per la sicurezza, le aziende statunitensi potrebbero restare fuori.
Il timore dell’interruttore
Dietro l’iniziativa c’è una paura precisa, che i leader europei la chiamano “kill switch”, l’interruttore di spegnimento. Ossia la possibilità che Washington, oggi con l’amministrazione Trump o domani con un altro presidente, limiti l’accesso ai servizi tecnologici da cui dipendono ospedali, reti elettriche e amministrazioni.
Secondo le stime della Commissione, oltre l’80% di prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale nel digitale arriva da fornitori esteri.
Il cloud europeo è in mano a tre nomi americani: Amazon, Google e Microsoft. I chip arrivano da Stati Uniti e Asia. E persino nell’IA i riferimenti citati da Bruxelles sono Anthropic e OpenAI, entrambe della Silicon Valley.
“Non possiamo permetterci di dipendere da altri per le tecnologie che tengono in funzione i nostri ospedali, stabili le nostre reti energetiche e sicuri i nostri servizi”, ha dichiarato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Europa: dieci anni di multe non bastano
Per oltre dieci anni Bruxelles ha fatto una cosa sola con i giganti americani: regolarli. Inchieste, multe, obblighi ad Apple, Google, Meta: il continente li ha disciplinati senza però generare alternative proprie.
Ora cambia il registro. La Commissione valuta un fondo per entrare direttamente nel capitale di imprese nazionali, dai semiconduttori alla manifattura avanzata, in cambio di quote.
Riserva ai fornitori europei i contratti pubblici più sensibili. Promette permessi rapidi, elettricità garantita e fondi pubblici per i data center. Lo Stato torna in campo come investitore, non solo come arbitro.
Il cortocircuito con Washington
La tempistica dice molto più delle dichiarazioni. Il Parlamento Europeo, i cui 720 membri dovranno pronunciarsi sul pacchetto, dovrebbe votare a metà giugno. Ossia pochi giorni prima del 4 luglio, la scadenza fissata da Trump per chiudere l’accordo commerciale con l’Unione.
Bruxelles rivendica autonomia tecnologica mentre tratta sotto pressione, con le tensioni già aperte su commercio e dossier geopolitici. L’industria americana, ovviamente, protesta.
La Computer and Communications Industry Association ha bollato il pacchetto come “discriminatorio”, accusando la Commissione di costringere gli utenti a una selezione molto più limitata di prodotti digitali escludendo fornitori affidabili in base alla sede e alla struttura organizzativa.
L’Europa, intanto, resta stretta tra il predominio statunitense nella tecnologia e la forza cinese nella manifattura.
Cosa cambia, e cosa resta sulla carta
Nei nomi delle norme s’intravvede l’ambizione continentale. Il Cloud and AI Development Act vuole rafforzare le aziende europee di cloud e triplicare la capacità dei data center entro il 2030. Il Chips Act 2.0 punta a far crescere la domanda di semiconduttori tra le imprese dell’auto e della difesa.
A beneficiarne dovrebbero essere campioni come la tedesca SAP, la francese Mistral nell’IA e OVHcloud nel cloud. La Commissione precisa di non voler sostituire la tecnologia americana, ma costruire resilienza, perché governi e aziende non dipendano da un unico fornitore estero.
“L’Unione Europea si trova a un momento decisivo per affermare la propria sovranità tecnologica e riconquistare il proprio posto nella corsa globale al potere geoeconomico”, si legge nella proposta.
Tra l’ambizione e la legge, però, c’è un iter che richiede l’accordo dei governi e del Parlamento e può durare un anno o più.
Nel frattempo qualcosa si muove davvero: mercoledì il Parlamento Europeo ha annunciato che lascerà Google per il motore di ricerca francese Qwant. Un piccolo gesto, ma nella direzione indicata da Bruxelles.
Fonte: The New York Times


