La Cina ha avvertito l’Europa che adotterà “contromisure” se le sue aziende verranno penalizzate dall’Industrial Accelerator Act, la proposta di legge con cui Bruxelles intende rafforzare la base manifatturiera del blocco contro la concorrenza delle importazioni a basso costo. L’avvertimento è arrivato dal ministero del commercio di Pechino.
Quel che rende la dichiarazione cinese degna di nota non è tanto la minaccia in sé, quanto il registro scelto per formularla. Il ministero ha accusato la legge di violare “i principi fondamentali dell’economia di mercato come la volontarietà commerciale e la concorrenza leale”. E anche di andare contro “l’importante consenso dei leader cinesi ed europei sulla corretta gestione delle frizioni”.
Pechino insomma si erge a paladina del libero mercato nei confronti dell’Europa.
Lo ‘specchio’ dell’Europa
L’Industrial Accelerator Act è uno strumento preciso. Gli investimenti esteri superiori a 100 milioni di euro provenienti da paesi che controllano oltre il 40% della produzione globale in settori strategici (batterie, pannelli solari, energia nucleare) saranno soggetti a condizioni vincolanti.
Ossia almeno il 50% della forza lavoro dovrà essere europea, le aziende locali dovranno essere integrate nel processo produttivo e, soprattutto, le imprese straniere dovranno trasferire il proprio know-how tecnologico ai partner europei.
Quest’ultimo punto è il cuore della questione. Per decenni, chiunque volesse investire in Cina ha dovuto farlo attraverso joint venture con partner locali, cedendo tecnologia e competenze ai produttori cinesi. Era una condizione non negoziabile. Era anche, secondo molti, una delle leve principali con cui Pechino ha accelerato la propria ascesa industriale. Oggi l’UE propone una norma speculare e la Cina la definisce “discriminatoria”.
L’obiettivo dichiarato di Bruxelles è portare la quota manifatturiera al 20% del PIL entro il 2035, dal 14,3% attuale. È la risposta a vent’anni di deindustrializzazione accelerata da sussidi pubblici massicci.
L’OCSE ha calcolato che i produttori cinesi ricevono aiuti di Stato pari a un importo compreso tra tre e nove volte quello disponibile per le loro controparti nei paesi ricchi. Il risultato? Un surplus commerciali record e una pressione sui mercati europei che ha messo in crisi settori un tempo solidi, a partire dall’automotive.
Il calcolo della Cina
In questo momento gli Stati Uniti e la Cina stanno negoziando un’estensione alla tregua commerciale che aveva allentato la tensione sui dazi reciproci. Pechino ha tutto l’interesse a mantenere aperti i canali con Bruxelles: l’Europa è un mercato di sbocco imprescindibile per le sue esportazioni, e perdere terreno anche su quel fronte sarebbe un colpo pesante.
Le “contromisure” evocate dal ministero restano volutamente indefinite ma il messaggio è chiaro: la Cina non intende accettare passivamente una legislazione che, nei fatti, replica verso di lei le stesse regole che ha imposto per decenni agli investitori stranieri sul suo territorio.
Pechino aggiunge anche che la legge “rallenterà il processo di transizione verde dell’UE” e “porterà nuovi shock alle regole del commercio multilaterale”. Sono argomenti che suonano più come pressione retorica che come analisi economica, considerato che i settori più colpiti dalla norma (batterie e solare) sono esattamente quelli in cui la Cina ha costruito una posizione dominante globale. Proprio grazie a quel sistema di sussidi ora sotto accusa.
Sic transit…
Prima che la legge diventi operativa, dovrà passare dal negoziato con gli stati membri e il Parlamento europeo. Un percorso tutt’altro che lineare, viste le divergenze interne al blocco su come gestire i rapporti con Pechino. Ma il segnale politico è stato comunque lanciato.
L’UE sta dicendo che l’asimmetria non è più sostenibile. Che il modello basato sull’apertura unilaterale dei mercati europei, mentre la Cina costruiva barriere e trasferiva tecnologia per decreto, ha prodotto una dipendenza strutturale che oggi si chiama vulnerabilità.
Il trasferimento tecnologico obbligatorio, per decenni strumento di ascesa cinese, è ora sul tavolo come strumento di recupero europeo. Il che, a ben guardare, è alquanto ironico.
Fonte: Financial Times


