Gli attacchi iraniani sul Qatar hanno fermato il secondo esportatore mondiale di gas naturale liquefatto. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante degli scambi energetici globali, è di fatto bloccato. E in pochi giorni, i prezzi europei del gas sono saliti del 70%. “È un doppio colpo”, ha dichiarato Henning Gloystein dell’Eurasia Group, ai microfoni del Financial Times. “L’Europa sta appena uscendo da una stretta energetica industriale e ora ne arriva un’altra.”
Il problema è che l’Europa non è arrivata a questa crisi in forma. Le riserve di gas negli stoccaggi del blocco sono inferiori al 30% della capacità, contro una media storica del 45% per questo periodo dell’anno. Un inverno particolarmente freddo ha infatti esaurito le scorte e la stagione di ricarica (che inizia ora) dovrà avvenire a prezzi che nessuno si aspettava.
“Le scorte non sono mai state così basse in questo periodo dell’anno”, ha detto Simeone Tagliapetra di Bruegel. “Se il riempimento degli stoccaggi deve avvenire a questi prezzi, sarebbe un onere enorme per l’Europa”. Nel frattempo, la prima petroliera atlantica carica di GNL nigeriano originariamente diretta in Francia ha già invertito la rotta verso l’Asia: la competizione globale per le forniture è aperta, e l’Europa non parte in vantaggio.
La questione energetica e quella climatica
Se la crisi dovesse prolungarsi, i governi europei si troverebbero davanti a scelte scomode. La più immediata è il ritorno temporaneo al carbone in alcune centrali elettriche, esattamente come la Germania fece nel 2022. È un’opzione che esiste, funziona nel breve periodo ma rimette in discussione tre anni di politica climatica.
Parallelamente, la Commissione europea si troverebbe sotto pressione per allentare o rinviare l’aggiornamento del sistema di scambio delle quote di emissione (ETS), lo strumento principale con cui Bruxelles punta ad aumentare il costo del carbonio per l’industria pesante. L’aggiornamento previsto per aprile ridurrebbe drasticamente le quote gratuite: l’industria chiede da tempo di fermarlo, e la crisi ha rafforzato quelle voci.
Un eurodeputato tedesco che si occupa di politica climatica, Peter Liese, ha già detto di aspettarsi che la Commissione “mostri moderazione” nell’applicare le norme sugli aiuti di Stato. “L’Europa è sempre stata flessibile nei momenti di crisi”, ha aggiunto.
C’è però una leva che nel 2022 non era disponibile: il nucleare francese. Tre anni fa, circa metà dei 56 reattori gestiti da EDF era ferma per ispezioni e sostituzioni di tubi a causa di problemi strutturali, portando la produzione ai minimi storici.
Quella situazione aveva costretto la Francia a importare elettricità, spesso prodotta con il gas, contribuendo all’impennata dei prezzi. Oggi le centrali sono tornate operative, il che rappresenta un cuscinetto che allora mancava.
Chi vende e chi blocca
La diversificazione avviata dopo il 2022 ha reso l’Europa meno dipendente dal gas russo ma non l’ha resa indipendente dai capricci del mercato globale. L’Europa importa solo circa il 10% del suo GNL dal Qatar, ma la fiammata dei prezzi si trasmette comunque attraverso i contratti spot e la concorrenza con l’Asia. Italia e Germania, tra i paesi più esposti alle importazioni di gas liquefatto, rischiano un’impennata dell’inflazione in un momento in cui la crescita industriale è già fragile.
In questo scenario, alcuni analisti hanno avanzato l’ipotesi estrema: riaprire le importazioni di gas russo, sospendendo il divieto che l’UE stava per introdurre ad aprile. L’idea è stata archiviata quasi subito come “estremamente improbabile”. Le ragioni sono due, e vale la pena separarle.
La prima è politica: tornare al gas russo dopo tre anni di sforzi per emanciparsene sarebbe una resa simbolica difficile da sostenere. La seconda è commerciale, e riguarda Washington. Dal 2022, gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore alternativo di GNL all’Europa, conquistando un mercato che prima non avevano.
Una riapertura al gas russo lo danneggerebbe direttamente e non è un dettaglio di poco conto: Trump infatti ha già usato questa leva in modo esplicito, chiedendo all’Europa di aumentare le importazioni di GNL americano sotto minaccia di dazi.
Cosa succede adesso?
Nessuna misura immediata è prevista, ma il tema è in cima all’agenda di Bruxelles. Venerdì il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, parteciperà a una discussione sulla politica energetica con la presidente della Commissione von der Leyen. Nel frattempo, Giorgia Meloni aveva già proposto (prima ancora della crisi attuale), di tagliare le bollette scorporando il prezzo del carbonio dai prezzi all’ingrosso dell’elettricità, una misura sotto esame della Commissione per compatibilità con le norme sugli aiuti di Stato.
Diversi funzionari europei hanno ribadito che la risposta strutturale passa dall’elettrificazione: più reti, più fonti rinnovabili, meno gas che detta i prezzi. È la risposta giusta nel lungo periodo. Nel breve, l’Europa si trova di nuovo a scegliere tra emergenza e transizione, e la crisi del 2022 ha dimostrato che quando si tratta di scegliere, il Green Deal può attendere.
Fonte: Financial Times


