Giovedì, un razzo Vega-C decollerà dal porto spaziale europeo nella Guyana Francese portando in orbita un satellite da 2,3 tonnellate chiamato Smile. La traiettoria lo porterà fino a 121.000 chilometri sopra il Polo Nord. Ma la vera anomalia non è l’orbita: è chi ha costruito quel satellite.
L’Agenzia Spaziale Europea e l’Accademia Cinese delle Scienze hanno infatti lavorato fianco a fianco per quasi un decennio su un progetto scientifico comune. Nel 2025, con la competizione tecnologica tra Occidente e Cina ai massimi storici, una simile collaborazione è diventata una rarità che fa notizia in sé.
Josef Aschbacher, direttore generale dell’ESA, lo dice senza giri di parole: “Bisogna vedere le origini di Smile in quel periodo.” Il periodo è il 2016, quando l’accordo fu firmato. Un’altra epoca, con un altro clima diplomatico.
I team scientifici, precisa, “hanno lavorato molto bene insieme”. Ma aggiunge subito: “Al momento non c’è nessuna discussione su una missione di follow-up”. Smile insomma non è solo una missione scientifica. È, con ogni probabilità, l’ultimo grande progetto spaziale congiunto tra Europa e Cina per molto tempo.
Quando il Sole mette in ginocchio le reti
Smile studierà la magnetosfera terrestre, ossia lo scudo di campo magnetico che protegge la superficie del pianeta dalle particelle e dalle radiazioni più aggressive emesse dal Sole.
L’obiettivo è capire meglio il cosiddetto “meteo spaziale”, ovvero le perturbazioni generate dall’attività solare che, quando sono abbastanza intense, non rimangono confinate nello spazio.
Le conseguenze concrete di una tempesta geomagnetica intensa possono includere l’interruzione delle comunicazioni radio, il degrado dei segnali GPS e, nei casi più gravi, il collasso delle reti elettriche.
Nel 1989 una tempesta solare lasciò sei milioni di persone in Quebec senza corrente per nove ore. La grande tempesta del maggio 2024 ha disturbato le comunicazioni in tutto il mondo, pur producendo spettacolari aurore visibili a latitudini insolitamente basse.
Il parametro di riferimento per il rischio estremo rimane l’evento Carrington del 1859, che distrusse le reti telegrafiche globali: una ripetizione oggi costerebbe migliaia di miliardi di dollari, con danni alle infrastrutture digitali e fisiche difficilmente quantificabili.
Smile non risolverà questo rischio ma contribuirà a prevederlo con più anticipo e precisione, dando agli operatori (si spera) il tempo di mettere in sicurezza i sistemi più vulnerabili.
Smile, una missione nata in un altro mondo
Il percorso di Smile verso il lancio è stato tutt’altro che semplice. I controlli sull’esportazione di tecnologia sensibile, i regolamenti di sicurezza e una serie di problemi tecnici hanno accumulato almeno un anno di ritardi.
Trasferire la piattaforma satellitare e gli strumenti cinesi fino al Centro Europeo di Ricerca e Tecnologia Spaziale nei Paesi Bassi, ha richiesto infatti l’approvazione di numerose autorità. Persino l’ammoniaca nei tubi di calore del satellite ha creato complicazioni burocratiche, con i componenti classificati come “merci pericolose”.
Il ciclo di attività solare di undici anni, per fortuna, è ancora vicino al suo massimo: Smile potrà così osservare la magnetosfera in condizioni di massima turbolenza solare, esattamente quelle più utili alla ricerca. Il tempismo, nonostante i ritardi, resta favorevole.
Ciò che non avevamo mai visto
I quattro strumenti scientifici a bordo sono stati progettati per colmare lacune che trent’anni di missioni precedenti non avevano ancora chiuso. Tra questi c’è un imager a raggi X sviluppato dall’Università di Leicester che per la prima volta mapperà i confini della magnetosfera in modo diretto e continuo.
“Saremo in grado di vedere come la nostra bolla magnetica cambia forma, se lo fa in modo fluido o a gradini, e come viene compressa quando le eruzioni del Sole passano vicino alla Terra”, spiega Colin Forsyth dello University College di Londra. “Non abbiamo mai fatto nulla di simile prima”.
L’imager ultravioletto, invece, potrà osservare le aurore boreali sul Polo Nord in modo ininterrotto fino a 45 ore consecutive — una finestra temporale senza precedenti per questo tipo di osservazione.
Una finestra che si chiude
A gennaio l’ESA ha incontrato i vertici della China National Space Administration. Le due agenzie hanno concordato di “cercare ulteriori opportunità di cooperazione”. Nulla di concreto è però emerso.
Nel frattempo l’ESA resta un partner centrale della NASA nella missione lunare Artemis, e la distanza politica tra Occidente e Cina nello spazio, come in molti altri settori tecnologici, tende ad allargarsi, non a ridursi.
Jing Li, responsabile del progetto per la CAS, descrive la collaborazione con l’ESA come caratterizzata da “un’eccellente intesa reciproca per tutto il tempo”. È una valutazione positiva, e probabilmente sincera. Ma le buone relazioni scientifiche non bastano, da sole, a generare nuovi accordi quando il contesto geopolitico si muove nella direzione opposta.
Smile decollerà giovedì. Ma il tipo di cooperazione che lo ha reso possibile sembra, per ora, rimanere a terra.
Fonte: Financial Times


