Le telecamere montate sui motoscafi autonomi della Royal Navy mandavano segnali a un indirizzo cinese, e per mesi nessuno se n’è accorto.
La scoperta, rivelata dal Telegraph, sarebbe avvenuta al quartier generale dello Special Boat Service a Poole, nel Dorset, dopo che i mezzi erano entrati in servizio a marzo con reparti dei Royal Marines. Il Ministero della Difesa ha reagito staccando ogni collegamento a internet dalle telecamere.
In quei pacchetti viaggiavano le cosiddette “heartbeat communications”, cioè i segnali con cui un apparecchio comunica a intervalli regolari di essere acceso e funzionante. Li manda qualunque telecamera di sorveglianza domestica al server di chi l’ha prodotta.
Dunque nessuna immagine, nessun video, nessuna coordinata. Il problema è unicamente dispositivo che invia segnali in Cina, senza che nessuno sappia chi c’è dall’altro capo della linea.
Il Ministero contesta apertamente la lettura dei giornali. Un portavoce ha spiegato che il problema è emerso durante una normale valutazione delle vulnerabilità informatiche su un sottosistema del mezzo Kraken usato dalla Royal Navy. E aggiunge che “un’indagine approfondita non ha trovato prove che dati o sistemi del Ministero siano stati consultati, compromessi o trasmessi all’esterno”.
Dove si iterrompe la catena
Il K3 Scout lo costruisce Kraken Technology Group, azienda britannica nata alla fine del 2020 con sede a Fareham, nell’Hampshire. La telecamera invece arriva da un fornitore terzo che aveva rilasciato le sue garanzie di sicurezza. E dentro quella telecamera c’erano componenti cinesi.
E qui sta il punto. Il controllo si ferma al fornitore principale, quello che firma il contratto e mette il proprio marchio sullo scafo. Chi rifornisce il fornitore, resta fuori dal campo visivo.
Il meccanismo lo abbiamo già raccontato dal lato americano, quando le startup della difesa californiane hanno scoperto di dipendere da telai, batterie e moduli radio prodotti a Shenzhen, mentre promettevano al Pentagono mezzi liberi da componentistica cinese.
Venti scafi e una missione nel Golfo
I mezzi coinvolti fanno parte del progetto Beehive, un contratto da 12,3 milioni di sterline (circa 14,4 milioni di euro) per venti unità assegnate al Coastal Forces Squadron e al 47 Commando dei Royal Marines.
Il K3 Scout è lungo 8,4 metri, tocca i 55 nodi e può restare in mare fino a trenta giorni. Prima di Beehive la Royal Navy aveva sperimentato la flottiglia Rattler, sette mezzi forniti da SYOS Aerospace e operati in controllo remoto.
Il programma stava andando a gonfie vele. E a luglio Kraken, insieme all’azienda americana Capewell e con il sostegno della Royal Navy, ha lanciato un K3 Scout da un aereo da trasporto militare A400M, con paracadute, da quattrocento metri di quota e su mare forza 4. Poi, però, è arrivata la comunicazione a Pechino.
Amburgo prepara duecento scafi l’anno
La faccenda smette di essere britannica appena si guarda a dove verranno costruiti i prossimi. Kraken ha creato con Rheinmetall Naval Systems la joint venture Rheinmetall Kraken. E ad aprile la produzione in serie del K3 Scout è partita ai cantieri Blohm+Voss di Amburgo. La capacità iniziale prevista è di duecento unità l’anno, con l’opzione di salire fino a mille se la domanda lo richiederà.
Un componente sbagliato su venti prototipi è un incidente da correggere. Lo stesso componente su mille scafi l’anno diventa una questione industriale che riguarda ogni marina europea che comprerà quella piattaforma.
Londra ha stanziato cinque miliardi di sterline (quasi 5,9 miliardi di euro) per la tecnologia dei droni e rivendica una politica di acquisti dichiaratamente favorevole all’industria nazionale. I conservatori hanno chiesto un controllo generale su tutti gli equipaggiamenti militari alla ricerca di componenti cinesi non dichiarati.
Resta da capire chi lo farebbe, e con quali strumenti. Verificare la nazionalità di un fornitore è semplice. Verificare cosa c’è dentro un sensore, acquistato da un fornitore che a sua volta l’ha comprato da un altro fornitore, richiede competenze e tempi che nessuna procedura d’appalto europea prevede oggi.
Fonte: The Telegraph


