La competizione globale nell’intelligenza artificiale la si sta giocando anche in Paesi in cui imprese e sviluppatori devono ottenere il massimo da risorse economiche e informatiche limitate.
In Africa, ad esempio,la Cina sembra aver compreso questa dinamica prima della Silicon Valley. I suoi modelli non sono sempre i migliori in assoluto, soprattutto nella programmazione e nelle attività che richiedono la massima precisione. Sono però economici, scaricabili e personalizzabili.
E nel caso dei modelli a pesi aperti, possono essere eseguiti direttamente sui server dell’azienda che li utilizza, senza dipendere continuamente dalle API e dalle tariffe di OpenAI, Anthropic o Google.
Il risultato è che, secondo un’analisi del New York Times, i modelli cinesi rappresentano ormai circa la metà dell’utilizzo registrato su OpenRouter, rispetto a meno del 25 per cento di un anno fa. Diciannove dei 25 modelli aperti più scaricati su Hugging Face provengono inoltre dalla Cina.
La Cina vende anche controllo
Il vantaggio dei modelli cinesi emerge soprattutto quando la possibilità di controllare la tecnologia conta più delle prestazioni assolute.
Gli sviluppatori intervistati dal New York Times hanno descritto la differenza con una metafora efficace: utilizzare un modello cinese scaricabile è come possedere una casa, mentre affidarsi a un sistema americano chiuso è come prenderla in affitto.
Nel primo caso il modello può essere conservato, modificato e adattato ai dati dell’azienda. Nel secondo, il cliente rimane esposto alle decisioni del fornitore, che può cambiare prezzi, condizioni o disponibilità del servizio.
In Uganda, per esempio, lo sviluppatore Ernest Mwebaze ha scelto un modello di Alibaba per creare Sunflower, un sistema utilizzato anche dagli agricoltori per ricevere informazioni meteorologiche e consigli sulle coltivazioni nelle lingue locali.
Mwebaze ha raccontato al quotidiano americano che il modello cinese gestiva le numerose lingue ugandesi meglio delle alternative di Meta e Google, costava meno e poteva essere personalizzato con i suoi dati.
È un esempio di ciò che sta accadendo in tutto il continente. In Kenya i modelli cinesi vengono impiegati nei servizi legali e aziendali, in Nigeria negli strumenti educativi e in Ghana nella realizzazione di chatbot locali.
Non serve necessariamente una Ferrari, ha spiegato un imprenditore di Nairobi al New York Times, quando una Toyota compatta può svolgere lo stesso compito a un prezzo molto più basso. Secondo le testimonianze raccolte dal giornale, includendo anche i costi dell’infrastruttura, un modello cinese può arrivare a costare fino al 90 per cento in meno.
Venticinquemila dollari contro un milione
Il divario economico può determinare se un progetto sia sostenibile oppure no. Sentai Simons, fondatore di una start-up di Nairobi, ha utilizzato modelli cinesi per trasformare circa un milione di documenti legali cartacei in un archivio consultabile. Il prodotto, chiamato JibuDocs, occupa circa 140 gigabyte ed è costato 25.000 dollari tra realizzazione e manutenzione.
Secondo la stima fornita da Simons al New York Times, sviluppare lo stesso sistema ricorrendo a un servizio come Claude di Anthropic sarebbe costato più di un milione di dollari. “È la differenza tra avere un’impresa e non averla”, ha spiegato al quotidiano.
Non significa che le aziende africane scelgano sempre la Cina. I modelli americani continuano a essere preferiti quando la precisione, la velocità o le capacità di programmazione giustificano una spesa superiore.
Craft Silicon, società keniota che produce un software bancario, ha utilizzato Claude Code per ricostruire parte dei propri sistemi. Un gruppo di dieci persone ha completato nella metà del tempo un progetto che in precedenza avrebbe richiesto cento ingegneri. Il costo era elevato ma secondo l’amministratore delegato Kamal Budhabhatti la velocità valeva la spesa.
La scelta non è quindi ideologica. Come ha spiegato al New York Times Michael Michie, che sviluppa sistemi per banche ed enti pubblici del Kenya, la provenienza del modello interessa meno della sua capacità di svolgere il lavoro richiesto. “La questione dovrebbe essere: offre le capacità di cui avete bisogno?”.
Huawei era in Africa prima dell’IA
La Cina, come spesso accade, la prende da lontano. Da circa vent’anni, infatti, le sue aziende costruiscono reti di telecomunicazioni, strade e infrastrutture digitali nel continente africano.
Uno dei simboli di questa presenza è Konza Technopolis, una città tecnologica progettata a circa 80 chilometri da Nairobi. Gran parte dell’iniziativa è rimasta incompleta ma all’interno dell’area è operativo un data center finanziato attraverso prestiti cinesi e costruito da Huawei.
La struttura fornisce capacità di calcolo al governo del Kenya. Anche M-Pesa, il sistema di pagamenti tramite cellulare che ha trasformato l’economia keniota, funziona su tecnologia Huawei.
Questi rapporti hanno dato alle aziende cinesi un punto d’appoggio commerciale e politico che oggi può essere utilizzato per diffondere l’intelligenza artificiale. Tra i progetti annunciati a Konza ce n’è uno che prevede l’impiego della tecnologia di DeepSeek per contrastare le frodi nelle telecomunicazioni.
La Cina può quindi proporre un pacchetto completo: infrastrutture, server, servizi cloud, modelli e assistenza tecnica. I laboratori americani, al contrario, vengono spesso percepiti come fornitori lontani, interessati soprattutto ai mercati più ricchi.
Capacità di calcolo e viaggi pagati
La concorrenza cinese non si limita a quanto scritto finora. Huawei, Alibaba e le altre aziende del Paese corteggiano direttamente gli sviluppatori africani con incentivi difficili da eguagliare.
Huawei ha offerto a Budhabhatti un anno di capacità di calcolo gratuita e un viaggio presso la sede centrale dell’azienda, nel tentativo di convincere Craft Silicon a utilizzare i suoi sistemi. “È molto difficile dire di no”, ha raccontato l’imprenditore al New York Times.
Molti sviluppatori sentiti dal quotidiano hanno affermato di essere trattati dalle aziende cinesi come clienti strategici, mentre le società statunitensi risultano quasi assenti.
Ahmet Acar, ex consulente di Amazon Web Services residente a Nairobi, ha raccontato che entrare in un programma per sviluppatori di Anthropic richiedeva una lunga procedura di selezione. L’iscrizione a quello di Alibaba era durata pochi minuti. “Coi cinesi è più o meno così: “Sei in grado di farlo? Ti trovi qui? Va bene, amico, divertiti””, ha spiegato al giornale.
Anche ByteDance ha contattato direttamente i fondatori della start-up keniota Sanifu, offrendo loro l’accesso al proprio modello. In quel caso la tecnologia cinese non si è dimostrata abbastanza precisa ma l’approccio commerciale ha lasciato comunque il segno: dalle aziende americane, secondo i fondatori, non arrivavano proposte comparabili.
Il vuoto lasciato da Meta
La diffusione dei modelli cinesi a pesi aperti è anche una conseguenza indiretta delle restrizioni imposte dagli Stati Uniti.
Escluse dall’accesso ai chip più avanzati attraverso i controlli americani sulle esportazioni, le aziende cinesi non potevano battere la Silicon Valley semplicemente investendo più denaro nella capacità di calcolo. Hanno quindi scelto di distribuire i propri modelli, permettendo agli sviluppatori di scaricarli, modificarli e costruirci sopra nuovi prodotti.
All’inizio sembrava una strategia destinata a fallire. Il mercato dei modelli aperti era dominato dagli Stati Uniti, soprattutto grazie a Llama di Meta. Dopo le difficoltà incontrate dalle versioni più recenti, tuttavia, Mark Zuckerberg ha orientato maggiormente l’azienda verso lo sviluppo di sistemi chiusi.
Secondo Lucas Atkins, cofondatore della società americana Arcee AI, questa scelta ha lasciato “un vuoto enorme”» nel quale le aziende cinesi hanno potuto espandersi. La Cina ha quindi trasformato una debolezza, ossia l’accesso limitato ai chip, in una strategia di distribuzione. Non potendo concentrare la competizione soltanto sulla potenza, ha puntato sull’accessibilità.
Il rischio di dipendere dagli Stati Uniti
Per i Paesi africani, la possibilità di scaricare un modello non è soltanto una questione economica. È anche una forma di protezione dalle decisioni politiche prese altrove.
Il New York Times racconta che John Tanui, alto funzionario del ministero keniota dell’Informazione, delle Comunicazioni e dell’Economia digitale, è rimasto sorpreso quando Anthropic ritirò l’accesso a Fable su richiesta dell’amministrazione Trump.
Per Tanui fu è stato un “campanello d’allarme”: affidarsi a un servizio americano significa accettare che la Casa Bianca o un’azienda statunitense possano interromperne improvvisamente l’utilizzo.
Il funzionario, che in passato ha lavorato per Huawei e guidato il progetto Konza Technopolis, ha comunque spiegato al quotidiano che tanto la Cina quanto gli Stati Uniti hanno spinto il Kenya a scegliere uno schieramento.
Gli sviluppatori costruiscono prodotti basati su sistemi controllati all’estero, che possono essere modificati, rincarati o ritirati senza preavviso. Alcuni temono di dipendere dagli Stati Uniti. Altri non si fidano della Cina.
La Cina avanza, gli Stati Uniti incassano
Nonostante la crescita dei modelli cinesi, gran parte del denaro speso per l’intelligenza artificiale in Kenya continua a raggiungere le aziende statunitensi.
Gli utenti comuni utilizzano soprattutto ChatGPT e Claude. Secondo un’indagine citata dal New York Times, nel 2025 il 42 per cento dei 23 milioni di utenti Internet del Kenya aveva utilizzato ChatGPT nel mese precedente, una delle percentuali più elevate al mondo.
Persino l’adozione di un modello cinese può produrre ricavi per le aziende americane. Molte imprese keniote eseguono infatti questi sistemi sui servizi cloud di Amazon e Microsoft, pagando i colossi statunitensi per utilizzare server e data center.
In Africa, la Cina sta conquistando terreno perché offre tecnologia sufficiente a un prezzo sostenibile e tratta il continente come un mercato strategico. La Silicon Valley conserva i sistemi più avanzati e gran parte delle infrastrutture sulle quali anche i modelli cinesi vengono eseguiti.
Ma rischia di scoprire che costruire il prodotto migliore non basta, quando il concorrente è disposto a portarlo dove serve, lasciarlo scaricare e aiutare i clienti a utilizzarlo.
Fonte: The New York Times


