Ieri, nei commenti su Facebook alla nostra notizia sull’accelerazione di IRIS², ponevamo una domanda tutt’altro che secondaria: va bene costruire 348 satelliti, ma con quali razzi li porteremo in orbita?
La risposta è arrivata molto più rapidamente del previsto. E purtroppo, da europei, non è quella che avremmo voluto sentire.
Secondo Josef Aschbacher, direttore generale dell’Agenzia spaziale europea, intorno al 2030 l’Europa rischia infatti di non avere abbastanza capacità di lancio per mettere in orbita tutti i satelliti che ha in programma.
Il tempismo è quasi perfetto, nel senso peggiore del termine. L’ESA prevede che proprio tra il 2029 e il 2031 si concentrerà il picco della domanda europea di lanci. E il 2029 è esattamente l’anno al quale Bruxelles ha appena anticipato l’avvio progressivo di IRIS².
SpaceX ha fatto 170 lanci, l’Europa 8
A rendere immediatamente evidente la distanza tra Europa e Stati Uniti basta un numero. Nel 2025 SpaceX ha effettuato 170 lanci. L’Europa appena otto. Il confronto restituisce bene la differenza nella capacità industriale.
SpaceX ha costruito attorno al Falcon 9 un sistema nel quale lo stesso primo stadio può essere recuperato e riutilizzato numerose volte, aumentando enormemente la frequenza dei voli e riducendo i costi. Ariane 6 e Vega-C, invece, sono razzi spendibili: una volta effettuato il lancio, non vengono recuperati per essere utilizzati nuovamente.
E qui la storia presenta un conto piuttosto ironico all’Europa. Nel 2013 Richard Bowles, dirigente di Arianespace, liquidava con scetticismo i piani di SpaceX per i razzi riutilizzabili, sostenendo che l’azienda di Musk stesse sostanzialmente “vendendo un sogno”. L’anno successivo l’Europa scelse di sviluppare Ariane 6 senza riutilizzabilità.
Quel “sogno” è poi diventato uno dei principali motivi per cui SpaceX riesce oggi a volare con una frequenza che l’industria europea non è in grado di avvicinare. Ed per queste ragioni che il problema europeo non consiste semplicemente nel “non avere abbastanza razzi”.
Ariane 6 esiste, Vega-C è tornato operativo, ma il numero di vettori che possono essere prodotti e lanciati ogni anno rischia di non essere sufficiente rispetto alla quantità di satelliti che l’Europa vuole mettere in orbita.
IRIS² è solo una parte del problema
La nuova costellazione europea è il caso più evidente. Pochi giorni fa l’Unione europea ha deciso di aggiungere altri 66 satelliti a IRIS², portandone il numero complessivo a 348 e anticipandone l’entrata in servizio al 2029.
Ma IRIS² non sarà certo l’unico cliente dei razzi europei. Nei prossimi anni dovranno essere lanciati nuovi satelliti per Galileo, il sistema europeo di navigazione satellitare, per Copernicus, il programma di osservazione della Terra, e per diverse missioni scientifiche e militari.
A questo si aggiungono i progetti dei singoli Stati. La Germania, per esempio, ha proposto una propria costellazione nazionale, mentre ESA sta realizzando satelliti destinati anche ai ministeri della Difesa di Grecia, Spagna e Polonia.
Emerge così un problema tipicamente europeo: proprio nel momento in cui la necessità di costruire una capacità spaziale comune dovrebbe spingere a concentrare risorse e investimenti, diversi Paesi continuano a sviluppare anche programmi nazionali.
Non significa che queste iniziative siano incompatibili con IRIS², ma significa che la domanda di satelliti e di lanci continua a crescere attraverso programmi paralleli, proprio mentre la capacità europea di portarli nello spazio rischia di diventare il collo di bottiglia dell’intero sistema.
Ariane 6 deve aumentare la produzione
ESA è convinta che il problema possa essere risolto, ma per farlo bisognerà aumentare rapidamente il numero dei lanci disponibili.
L’Agenzia ha chiesto ai produttori europei di stimare quanto costerebbe espandere i rispettivi programmi. Nel caso di Ariane 6, la produzione dovrebbe arrivare inizialmente a circa nove o dieci lanci all’anno. L’obiettivo allo studio è portarla a circa quindici. Discussioni analoghe sono in corso per Vega-C.
Il problema è che l’Europa arriva a questa nuova corsa allo spazio dopo aver attraversato una delle fasi più difficili della propria storia recente nel settore dei lanciatori.
Quando Ariane 5 ha effettuato il suo ultimo volo nel 2023, Ariane 6 non era ancora pronto a sostituirlo. Per circa un anno l’Europa si è quindi ritrovata senza un proprio grande lanciatore operativo e ha dovuto affidare alcune missioni a SpaceX.
Ariane 6 ha finalmente effettuato il primo volo nel luglio 2024, mentre Vega-C è tornato nello spazio nel dicembre dello stesso anno. L’accesso autonomo allo spazio è stato quindi recuperato: ora però bisogna renderlo abbastanza grande da soddisfare le ambizioni europee.
L’Europa e il paradosso della sovranità
Ed è qui che questa storia torna inevitabilmente a IRIS². L’Unione europea sta investendo oltre 15 miliardi di euro in una costellazione satellitare pensata anche per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti nelle comunicazioni strategiche.
I 66 satelliti aggiuntivi annunciati pochi giorni fa serviranno soprattutto ad aumentare le capacità destinate a governi, sicurezza e difesa. Ma prima di poter utilizzare quei satelliti bisogna portarli nello spazio.
Se Ariane 6, Vega-C e gli altri futuri lanciatori europei non riusciranno a garantire una capacità sufficiente, l’Europa potrebbe trovarsi nuovamente di fronte alla scelta di affidare una parte delle proprie missioni a operatori stranieri. E il candidato più ovvio sarebbe proprio SpaceX.
Sarebbe un paradosso notevole: costruire una costellazione satellitare per conquistare maggiore indipendenza dagli Stati Uniti e poi dover chiedere a un’azienda americana di portarla in orbita.
Ma la sovranità nello spazio non consiste soltanto nel costruire i satelliti. Significa anche essere in grado di mandarli nello spazio.
Fonte: Financial Times


