Un azionista gli ha chiesto se SoftBank avesse in cantiere qualcosa di simile ai piani spaziali di Elon Musk. Masayoshi Son ha risposto liquidando l’idea. Costruire data center in orbita, ha detto il fondatore del gruppo giapponese durante l’assemblea annuale della divisione mobile, ha scarso valore, perché la corsa all’IA si vincerà con le risorse di calcolo sulla Terra.
E ha chiuso con una dichiarazione d’intenti: “chi colpisce per primo, vince”.
Contano i chip
Il ragionamento parte dai conti. Il principale vantaggio dello spazio sarebbe abbattere la bolletta elettrica. Ma l’energia incide poco sul costo complessivo di un data center, dove a dominare è l’hardware, i chip su tutti.
A fronte di un risparmio marginale sulla corrente, ha spiegato Son, andrebbero messe in conto le tariffe per portare tutto in orbita, la manutenzione e i ritardi nelle comunicazioni.
È un’obiezione che collima con i numeri già messi sul tavolo da Arvind Krishna, amministratore delegato di IBM: come abbiamo raccontato, riempire un data center da un gigawatt costa circa 80 miliardi di dollari (poco meno di 75 miliardi di euro) tra hardware, strutture e raffreddamento, e le GPU vanno sostituite ogni cinque anni. In un’equazione del genere, la voce energia non decide la partita.
Il colpo a SpaceX
L’affermazione di Masayoshi Son per mirata a un bersaglio preciso. Una parte della valutazione di SpaceX si regge infatti proprio sul racconto dei data center orbitali.
Musk ha dichiarato che “l’IA spaziale è l’unica via per soddisfare la domanda di calcolo”, e su quella promessa ha costruito la narrazione che giustifica un’IPO da 1.770 miliardi di dollari, la più grande della storia.
Se Son ha ragione, e l’orbita resta una frontiera antieconomica, salta una fetta di quel racconto. E non solo per Musk: anche Jeff Bezos con Blue Origin e Google con Project Suncatcher, come abbiamo scritto, hanno annunciato piani per spostare i server fuori dall’atmosfera. E lo stesso ha fatto Sam Altman.
Gli interessi di Masayoshi Son
C’è però un dettaglio che invita alla prudenza. Son non è un osservatore neutrale. SoftBank ha impegnato circa 65 miliardi di dollari (poco meno di 60 miliardi di euro) in OpenAI ed è tra i pilastri di Stargate, il piano per costruire data center negli Stati Uniti.
Tutto il suo capitale, in altre parole, scommette sul calcolo terrestre. Demolire l’orbita e difendere la Terra conviene a chi ha già piazzato lì le proprie fiches, esattamente come esaltare lo spazio conviene a chi quel racconto lo sta vendendo a Wall Street.
Nessuno dei due parla da una posizione disinteressata e nulla, oggi, ci dice con certezza chi dei due abbia ragione. Su un punto, almeno, Son tocca un dato solido: il costo maggiore di un data center resta quello dei chip, e l’orbita non lo cambia.
Il costo del pubblico
Resta un fattore che non compare in nessuna delle due narrazioni. Sulla Terra, sempre meno comunità vogliono un data center accanto a casa. Il che non compare tra le voci di spesa dirette, eppure diventa un vincolo via via più pesante.
A Memphis, come abbiamo raccontato, le 35 turbine a gas installate da xAI per alimentare Colossus hanno acceso le proteste dei quartieri vicini, in gran parte abitati da famiglie povere e afroamericane, mentre le autorità concedevano deroghe ai permessi ambientali.
Negli Stati Uniti oltre duecento organizzazioni hanno chiesto al Congresso di fermare le nuove autorizzazioni, tra consumi d’acqua, bollette in salita e tensioni sociali.
Più la politica stringe sui permessi e più i territori si mobilitano, più la scommessa “tutto sulla Terra” incontra un ostacolo che nessuno, per ora, ha messo a bilancio.
Son promette capacità “formidabile” e una crescita dell’IA “di dieci volte, di cento volte”. La domanda è dove quei server verranno costruiti, e a spese di chi.
Fonte: Bloomberg


