La Lombardia ha deciso di entrare nella corsa ai data center. Lo scorso 26 maggio il Consiglio regionale ha approvato la prima legge italiana dedicata in modo specifico all’insediamento dei centri di calcolo, infrastrutture diventate essenziali per cloud, servizi digitali e intelligenza artificiale.
Il progetto di legge è stato presentato dalla Giunta regionale su proposta del presidente Attilio Fontana, insieme agli assessori Massimo Sertori, Gianluca Comazzi, Giorgio Maione e Guido Guidesi.
La formula politica scelta dalla Regione è chiara: “governare la trasformazione digitale, anziché subirla”. L’obiettivo dichiarato è evitare che la crescita dei data center proceda senza regole, provando a indirizzare i nuovi impianti verso aree industriali dismesse, degradate, contaminate o sottoutilizzate.
È un passaggio importante, perché è proprio in Lombardia che la corsa ai data center sta accelerando di più. Stando ai dati, il 63% delle richieste di autorizzazione per nuovi data center in Italia si concentra nella regione, soprattutto nell’area metropolitana milanese.
Le regole su suolo, acqua ed energia
La legge prova a presentarsi come una cornice di equilibrio tra attrazione degli investimenti e tutela del territorio. I progetti dovranno privilegiare l’uso di energia da fonti rinnovabili, prevedere dove possibile il recupero del calore residuo e non potranno usare acqua potabile proveniente dagli acquedotti pubblici per raffreddare i processori.
C’è poi il tema delle aree. La Regione indica come preferenziali quelle già compromesse o da riqualificare. Rispetto alle prime ricostruzioni circolate sul progetto di legge, il testo finale è stato però modificato: non si parla più di un aumento del 50% degli oneri, ma di una maggiorazione del 100% per le aree agricole e del 200% per quelle a tutela speciale.
È una stretta economica, non un divieto assoluto. Per un grande operatore digitale, però, anche oneri raddoppiati o triplicati possono restare una voce sostenibile dentro investimenti che valgono centinaia di milioni di euro.
Per il territorio, invece, la scelta del sito resta decisiva. Una volta costruito l’impianto, energia, rumore, consumo di suolo e pressione sulle reti non sono una voce di bilancio: diventano parte della vita quotidiana di chi abita intorno.
Il caso Rho/Pero
Il caso Rho/Pero mostra quanto la questione sia concreta. Nell’area di via Buonarroti è previsto un grande data center legato ad Amazon, su terreni industriali dismessi tra i comuni di Rho e Pero.
Il progetto ha ottenuto il via libera del Ministero dell’Ambiente, mentre Regione Lombardia ha espresso un parere favorevole condizionato a ulteriori verifiche e misure di mitigazione.
Le preoccupazioni emerse sul territorio riguardano consumi energetici, qualità dell’aria, rumore e campi elettromagnetici. Il comitato locale chiede anche una valutazione complessiva del numero di data center previsti nel Nord Ovest milanese, perché il problema non riguarda soltanto il singolo impianto, ma l’effetto cumulativo di più progetti concentrati nella stessa area.
È proprio qui che la promessa delle aree dismesse incontra il suo limite. Anche quando un data center nasce in un sito teoricamente adatto, perché già industriale o da riqualificare, il conflitto con chi vive intorno può comunque esplodere. Energia, acqua, raffreddamento, rumore, traffico di cantiere e pressione sulle reti restano problemi reali.
Il dubbio sulla promessa di Fontana
Fontana ha presentato la legge sui data center come una scelta per “governare la trasformazione digitale, anziché subirla”. Ma ospitare un data center non significa automaticamente governare l’intelligenza artificiale.
I data center sono i magazzini della nuova economia digitale: i dati entrano, vengono conservati, elaborati e poi rimessi in circolo, un po’ come le merci nella logistica. Ma possedere o ospitare un magazzino non significa controllare Amazon. Allo stesso modo, avere server sul proprio territorio non significa controllare i modelli di IA, i chip, le piattaforme, i dati e i servizi che generano il vero valore.
Il rischio, quindi, è che la Lombardia metta a disposizione suolo, energia, acqua, rete elettrica e autorizzazioni, ma continui a subire le scelte industriali dei grandi operatori che useranno quelle infrastrutture. Più che governare la trasformazione digitale, potrebbe finire per farsi carico dei costi concreti dell’IA senza controllarne il valore.
Il problema dell’energia in Lombardia
Anche perché c’è poi un’altra domanda da farsi: con quale energia verranno alimentati questi data center? La Lombardia non è la Francia, che può usare il nucleare come argomento industriale per attirare centri di calcolo, come ad esempio ha appena fatto con Softbank.
Nel 2024 la regione ha avuto una richiesta elettrica di 65,9 TWh e un deficit tra produzione e richiesta di 16,8 TWh, pari al 25,4%. La produzione lombarda resta inoltre molto legata al termoelettrico tradizionale: 33,7 TWh, contro 13,5 TWh di idroelettrico e circa 4 TWh di fotovoltaico.
Questo significa che i nuovi data center non arrivano in una regione con energia in eccesso, men che meno ‘green’. Arrivano in una regione che consuma già più elettricità di quanta ne produca e che, quando produce, dipende ancora in larga parte dal gas.
Per questo parlare genericamente di rinnovabili, come fa la legge voluta da Fontana, non basta: se non si costruisce nuova energia pulita insieme ai data center, la domanda dei centri di calcolo si somma a quella esistente e aumenta la pressione su una rete centrale per famiglie e imprese.
Fonti: L’Indipendente, Il Giorno, Consiglio regionale della Lombardia / PDL 150


