Facciamo un esempio: Amazon costruisce un data center in Virginia e lo alimenta a gas, ventiquattro ore su ventiquattro. Per dichiararlo a “emissioni zero”, acquista certificati che attestano che da qualche parte nel mondo (un parco solare in Spagna, un impianto idroelettrico in Norvegia), è stata prodotta una quantità equivalente di energia rinnovabile nel corso dell’anno.
Sulla carta, il saldo è zero. Nella realtà, il gas viene bruciato adesso, in Virginia. L’energia “rinnovabile” che lo compensa è stata prodotta in agosto, in Europa, e immessa in una rete diversa. Non c’è alcun legame reale tra le due cose.
È questo il meccanismo che Meta, Amazon e Microsoft difendono quando dichiarano di coprire il 100% del proprio consumo fossile con investimenti in rinnovabili. È un sistema di compensazione annuale, slegato dal tempo e dal luogo del consumo reale.
E ora, dopo un’intensa campagna di pressione sul principale organismo privato di certificazione degli obiettivi climatici aziendali, quel meccanismo è al sicuro.
La Science Based Targets initiative (SBTi), standard di riferimento globale per le dichiarazioni net zero delle imprese, ha infatti deciso di abbandonare una proposta che avrebbe cambiato le regole del gioco. Lo hanno confermato al Financial Times quattro persone a conoscenza della decisione.
Cosa sarebbe cambiato con l’abbinamento orario
La regola abbandonata avrebbe richiesto che i certificati rinnovabili corrispondessero allo stesso momento del consumo fossile, e preferibilmente alla stessa area geografica.
Non più surplus solari estivi a compensare gas bruciato di notte d’inverno: se il data center consuma energia fossile alle tre di martedì notte, i certificati devono attestare che in quella stessa ora qualcuno stava immettendo rinnovabili nella stessa rete.
La differenza non è trascurabile. Con il sistema attuale, le ore “difficili” (durante la notte, i picchi invernali e in generale tutti i momenti in cui le rinnovabili non producono), vengono coperte da eccedenze prodotte in condizioni favorevoli, altrove, in altri momenti. Le emissioni reali però restano.
Con l’abbinamento orario, quelle ore non potrebbero più essere mascherate: servirebbero investimenti in accumulo, contratti diversi o una riduzione effettiva del consumo fossile.
Un recente studio pubblicato su The Electricity Journal e condotto da ricercatori dell’Electric Power Research Institute, organizzazione non profit il cui consiglio include rappresentanti di JPMorgan Chase e di grandi utility statunitensi e internazionali, ha calcolato che un sistema di contabilità oraria ridurrebbe le emissioni di CO₂ decine di volte più velocemente rispetto a quello attuale.
Ricercatori dell’Università di Princeton sono arrivati alle stesse conclusioni. Ed è esattamente per questo che Big Tech ha scelto la strada del lobbying.
Un fronte da 4.700 miliardi di dollari
Il mese scorso è stato lanciato formalmente un gruppo di pressione che rappresenta aziende con un fatturato annuo complessivo di 4.700 miliardi di dollari, ossia Amazon, Apple, General Motors, Salesforce, Schneider Electric tra gli altri. Il nome scelto è eloquente: “May not Shall”, ovvero “Può, non Deve”.
L’obiettivo dichiarato è rendere facoltative le regole di abbinamento energetico per ora e per localizzazione. Gli esperti tecnici della SBTi e del Greenhouse Gas Protocol, l’altro grande organismo internazionale di contabilità delle emissioni, hanno ricevuto email che li invitavano a esaminare le proposte del gruppo.
Meta è coinvolta anche in un’iniziativa parallela, l’Emissions First Partnership, e ha finanziato una serie di paper accademici favorevoli a restrizioni più blande. L’organo tecnico decisionale della SBTi ha approvato la settimana scorsa uno standard che rende l’abbinamento orario facoltativo. Il documento sarà pubblicato nelle prossime settimane.
Google dall’altra parte
Non tutta Big Tech si è mossa nella stessa direzione. Google ha dichiarato apertamente di preferire l’abbinamento orario tra consumo energetico e produzione rinnovabile. Ed è, non a caso, il maggiore acquirente aziendale di energia rinnovabile al mondo.
È una posizione che la distingue nettamente da Meta e Amazon, e che riflette una strategia infrastrutturale diversa: chi ha già investito pesantemente in accordi di approvvigionamento diretto, ha interesse a regole più stringenti, che rendano più costosa la scorciatoia dei certificati annuali.
La partita, però, non è chiusa. Il Greenhouse Gas Protocol sta portando avanti una revisione dei propri standard in direzione più stringente. L’Unione Europea si muove nella stessa direzione.
E le dichiarazioni net zero di Big Tech, costruite su un sistema di compensazione che la scienza considera inadeguato, restano sotto pressione. La SBTi ha ceduto, gli altri organismi, per ora, no.
Fonte: Financial Times


