Sam Altman “si illumina” quando parla di spazio. Ad affermarlo è Axios, second cui il CEO di OpenAI starebbe esplorando l’acquisizione di Stoke Space, una startup dell’area di Seattle che costruisce razzi completamente riutilizzabili.
L’obiettivo? Costruire una propria flotta orbitale per data center. Secondo fonti vicine ai piani, Altman sarebbe infatti pronto a spendere miliardi per rivendicare una posizione fuori dal pianeta.
La mossa segna dunque l’ingresso di un terzo attore nella corsa ai data center spaziali, finora dominata dalla rivalità tra SpaceX e Google con il suo Project Suncatcher.
Un investitore della Silicon Valley ha sintetizzato così la situazione: “Lo spazio è una frontiera talmente essenziale nella corsa all’IA che OpenAI deve fare qualcosa relativamente in fretta. Altrimenti corre un rischio reale di restare indietro. Sam non permetterà che accada. Ragiona sul lunghissimo periodo.”
C’è comunque anche un elemento personale. Altman e Musk sono in causa e per quanto il CEO di OpenAI concordi con il fondatore di SpaceX sulla fisica dei data center orbitali, sa che i due difficilmente collaboreranno. Da qui la necessità di una via autonoma verso l’orbita.
OpenAI e il fattore Starship
Il vantaggio di Musk ha un nome preciso: Starship, il veicolo di lancio più potente mai costruito. È l’elemento che trasforma i data center spaziali da teoria a possibilità concreta.
I razzi attuali non possono sollevare i pesanti sistemi di raffreddamento richiesti dai chip per l’IA. Starship invece può.
SpaceX intende usarlo per creare una costellazione di satelliti simile a Starlink ma con una funzione diversa: non router per internet, bensì supercomputer orbitanti.
Posizionati in orbite ad esposizione solare costante, questi satelliti potrebbero raccogliere energia 24 ore su 24. Niente notte, niente nuvole, niente bollette elettriche.
Musk ha già annunciato che la prossima generazione di satelliti Starlink V3 potrebbe ospitare moduli di calcolo per l’intelligenza artificiale. E intende usare l’imminente offerta pubblica di SpaceX per finanziare questa visione.
La scommessa ‘coperta’ di Google
Google possiede circa il 7% di SpaceX, una partecipazione che alla valutazione stimata di 1.500 miliardi di dollari equivale a circa 100 miliardi. È quello che in finanza si chiama hedge: una copertura che garantisce un ritorno qualunque sia l’esito della competizione.
Se Project Suncatcher funziona, Google domina con la propria infrastruttura orbitale. Se Musk arriva primo, Google incassa comunque dall’apprezzamento della sua quota in SpaceX.
Nel frattempo, per lanciare i satelliti di Suncatcher, Mountain View dovrà probabilmente affidarsi proprio ai Falcon 9 di Musk, pagando un pedaggio al suo principale rivale, ma recuperandone comunque una parte come azionista.
È una logica da fondo speculativo applicata alla corsa tecnologica. Google non scommette su un cavallo: scommette sulla corsa stessa.
Le incognite tecniche
Resta il problema del raffreddamento. Sulla Terra l’aria dissipa il calore dei processori. Nel vuoto dello spazio non c’è aria, e i chip si surriscaldano.
Musk sostiene che SpaceX ha progettato enormi radiatori pieghevoli che si dispiegano in orbita per dissipare il calore nello spazio profondo. Gli scettici invece lo considerano l’ostacolo ingegneristico più grande dai tempi del razzo riutilizzabile.
C’è poi la questione della manutenzione. A terra, aggiornare un data center significa sostituire dell’hardware. In orbita servirebbero innovazioni robotiche enormi, altrimenti ogni guasto o ciclo di upgrade comporterà lanciare satelliti nuovi e smaltire i vecchi.
La dipendenza da SpaceX non è comunque assoluta. Blue Origin di Jeff Bezos, Ariane 6 di Arianespace e Vulcan Centaur di ULA, stanno cercando di erodere la supremazia logistica di Musk. Ma oggi, chi vuole andare in orbita dipende ancora in gran parte dai suoi razzi.
La posta in gioco
Le grandi aziende di data center prevedono di spendere oltre 500 miliardi di dollari solo quest’anno per l’espansione delle strutture terrestri. Aggiungere satelliti e lanci moltiplica le cifre in modo difficile da quantificare.
La ragione di questa corsa è semplice: le reti elettriche terrestri sono al limite. I data center competono già per l’elettricità con fabbriche e abitazioni. Musk, Altman e Google scommettono che l’unico modo per scalare l’IA senza far crollare le infrastrutture energetiche sia spostare l’elaborazione fuori dal pianeta.
Se SpaceX ci riuscirà per prima, non controllerà solo il trasporto verso lo spazio: avrà un vantaggio enorme sulla potenza di calcolo del futuro.
Fonte: Axios


