La luna di miele di SpaceX con Wall Street è durata pochi giorni. Dopo il debutto da record dell’11 giugno, il titolo della società di Elon Musk ha perso lunedì il 16,4%, chiudendo a 154,60 dollari.
In una sola seduta sono stati bruciati circa 400 miliardi di dollari di valore di mercato, una delle peggiori perdite giornaliere mai registrate da una società quotata.
Il dato va però letto con attenzione: SpaceX resta ancora sopra il prezzo di collocamento dell’IPO, fissato a 135 dollari, ma si trova ormai il 31,5% sotto il massimo toccato dopo l’esordio. La capitalizzazione è scesa a circa 2.030 miliardi di dollari, dopo aver sfiorato i 3.000 miliardi nel picco intraday del 16 giugno.
Il mercato, insomma, non ha cancellato la scommessa su Musk. Ha però iniziato a prezzarla con meno entusiasmo. E quando una società viene valutata oltre 100 volte i ricavi dell’anno precedente, basta un cambio di aspettative per rendere fragile anche una storia raccontata come inevitabile.
Perché i Treasury fanno male a SpaceX
La causa immediata del ribasso è arrivata dal mercato obbligazionario. I rendimenti dei Treasury, i titoli di Stato americani considerati tra gli investimenti più sicuri al mondo, sono saliti sulla prospettiva che la Federal Reserve debba aumentare i tassi nei prossimi mesi per frenare l’inflazione.
Il rendimento del Treasury a due anni, molto sensibile alle attese sulla politica monetaria, è arrivato al 4,23%, il livello più alto da oltre un anno, secondo il Financial Times.
Il meccanismo è semplice: se un investitore può ottenere un rendimento più alto comprando bond americani e assumendosi poco rischio, diventa meno disposto a pagare prezzi estremi per aziende che promettono profitti molto lontani nel tempo. Le società tecnologiche più care soffrono proprio per questo: la loro valutazione dipende spesso da ricavi e utili attesi tra anni, non dai numeri già prodotti oggi.
Per SpaceX il problema è ancora più evidente. Il mercato non sta pagando soltanto razzi, lanci e Starlink, bensì anche l’idea che la divisione IA, ereditata dall’integrazione con xAI, possa diventare una macchina enorme. Quando i tassi salgono, quella promessa vale meno nei calcoli finanziari, perché i profitti futuri vengono scontati di più.
Il debito rende il quadro più delicato
C’è poi un effetto molto concreto. Tassi più alti significano anche debito più caro. E SpaceX, secondo il Financial Times, sta valutando una vendita di bond fino a 20 miliardi di dollari per rimborsare un prestito ponte dello stesso importo, contratto a marzo quando Musk ha fuso dentro la società spaziale la sua start-up di IA xAI e la piattaforma social X.
Il punto è importante perché sposta la vicenda dal terreno dell’umore della Borsa a quello dei conti. SpaceX non deve solo convincere gli investitori che la sua valutazione sia giustificata. Deve anche finanziare una struttura diventata molto più complessa, costosa e indebitata rispetto alla SpaceX “classica” dei razzi e dei satelliti.
Va detto che il ribasso non ha colpito soltanto Musk. Il Nasdaq Composite ha perso l’1,3%, mentre grandi nomi tech come Google, Amazon e Broadcom sono scesi di oltre il 4%. In Asia la pressione è proseguita martedì: il Kospi sudcoreano ha perso oltre l’8%, con sospensione degli scambi, mentre SK Hynix e Samsung sono arretrate con forza.
Il segnale è chiaro: quando il costo del denaro risale, le valutazioni più aggressive dell’IA diventano le prime a essere messe sotto esame.
Colossus 2 cambia la lettura della scommessa IA
La parte più interessante, però, riguarda l’IA. Ieri SpaceX ha accettato di fornire capacità di calcolo alla start-up Reflection AI attraverso il data center Colossus 2. Secondo Reuters e Axios, l’accordo prevede l’accesso a chip Nvidia GB300 e pagamenti da 150 milioni di dollari al mese a partire dal primo luglio 2026 fino al 2029.
Finora una delle difese più usate dai sostenitori di Musk era che SpaceX stesse affittando soprattutto Colossus 1, un’infrastruttura enorme ma meno pregiata, costruita con generazioni diverse di GPU e quindi meno efficiente per l’addestramento più spinto. Colossus 2, nella lettura dei sostenitori di Musk, restava invece il vero asset strategico per Grok.
L’accordo con Reflection AI incrina questa lettura. Il segnale non basta per dire che Grok non abbia domanda ma basta per togliere forza alla narrativa secondo cui Musk starebbe affittando solo la capacità meno strategica, tenendo il meglio per sé.
Il confronto con Anthropic aiuta a capire la differenza. xAI ha indicato esplicitamente l’accordo con Anthropic come legato a Colossus 1. Nel caso di Reflection AI, invece, le fonti parlano di Colossus 2.
Le promesse devono diventare ricavi
Musk sta cercando di trasformare la capacità di calcolo in una nuova linea di business. Il modello assomiglia a quello di CoreWeave: comprare chip, concentrare potenza di calcolo e affittarla ad aziende che sviluppano modelli di intelligenza artificiale. SpaceX ha già chiuso accordi di questo tipo con Anthropic e Alphabet.
La corsa all’IA richiede enormi quantità di potenza di calcolo e chi controlla data center pieni di GPU può trasformarli in ricavi ricorrenti. Ma è anche una strategia che racconta quanto la nuova valutazione di SpaceX dipenda da attività molto diverse dai lanci spaziali.
La divisione IA, secondo il Financial Times, ha perso 6,4 miliardi di dollari nel 2025, ma la valutazione del gruppo poggia anche sull’ipotesi che il suo mercato potenziale possa arrivare a 26.500 miliardi. È una promessa gigantesca e Grok, il chatbot di xAI, finora è rimasto meno popolare di ChatGPT, Gemini e Claude.
Fonte: Financial Times


