Più di duecento dipendenti di alcune delle aziende tecnologiche più potenti del pianeta hanno firmato una lettera pubblica per chiedere ai propri CEO di “alzare il telefono e chiamare la Casa Bianca” affinché l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, ritiri i propri agenti dalle città americane.
Tra i firmatari ci sono lavoratori di Google, Amazon, Meta, TikTok e Salesforce: una minoranza della forza lavoro complessiva ma sufficiente a rappresentare la prima protesta organizzata dall’interno della Silicon Valley nel secondo mandato di Donald Trump.
A innescare la mobilitazione sono stati probabilmente i fatti di Minneapolis, dove i raid dell’ICE hanno provocato proteste di piazza e scontri violenti. La lettera chiede ai leader delle Big Tech di replicare quanto fatto a ottobre, quando alcuni di loro convinsero Trump a rinviare un’operazione analoga a San Francisco. “Esortiamo i nostri CEO ad alzare di nuovo il telefono,” recita il testo, “e a chiedere che l’ICE lasci le nostre città.”
La risposta della Casa Bianca è stata secca. La portavoce Abigail Jackson ha definito l’iniziativa “fuorviante,” difendendo gli agenti dell’ICE come professionisti che “agiscono eroicamente per far rispettare la legge.” Chi punta il dito contro le forze dell’ordine, ha aggiunto, “sta semplicemente facendo il gioco degli immigrati illegali criminali.”
Dal Muslim ban alla corte di Trump
Il parallelo col 2017 non potrebbe essere più illuminante. Quando la prima amministrazione Trump impose il divieto di ingresso ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana, Apple e Amazon valutarono apertamente di trascinare il governo in tribunale.
Sergey Brin, co-fondatore di Google, si presentò a una manifestazione di protesta all’aeroporto di San Francisco. I vertici del tech erano in prima linea, e i dipendenti potevano contare sul sostegno esplicito dei propri leader.
Otto anni dopo, il quadro è speculare. Sundar Pichai e Mark Zuckerberg hanno presenziato come ospiti d’onore alla seconda inaugurazione di Trump. Le aziende tecnologiche hanno donato milioni di dollari per finanziare eventi della Casa Bianca.
A dicembre i principali leader del settore, da Zuckerberg a Bill Gates, da Sam Altman di OpenAI a Sundar Pichai, si sono riuniti a Mar-a-Lago per una cena con il presidente, a immagine di una Silicon Valley che ha deciso di abbracciare il trumpismo. Elon Musk è diventato una pedina importante del presidente; David Sacks, investitore di lungo corso, è stato nominato “zar” della Casa Bianca per l’intelligenza artificiale e le criptovalute.
La base dei dipendenti è rimasta in larga parte progressista. I vertici hanno invece cambiato rotta.
Licenziamenti e ritorsioni politiche
A frenare le proteste non è solo il cambio di orientamento dei CEO. C’è un fattore materiale: i licenziamenti di massa che hanno investito il settore tra il 2022 e il 2024, dopo le assunzioni eccessive della pandemia e l’accelerazione sull’intelligenza artificiale.
“Il mercato del lavoro è meno rigido, e i datori di lavoro sono meno pronti a cambiare posizione in risposta alle proteste dei dipendenti,” ha spiegato al Washington Post Margaret O’Mara, storica del tech all’Università di Washington.
Ma c’è anche una paura più sottile, che riguarda i piani alti. Diversi firmatari hanno dichiarato di ritenere che i CEO si stiano trattenendo non per convinzione ma per timore di ritorsioni.
L’amministrazione Trump ha infatti avviato indagini del Dipartimento di Giustizia contro diversi avversari politici del presidente, e ha fatto capire di voler usare le leve economiche (dazi, controlli sulle esportazioni, approvazioni antitrust) come strumenti di pressione.
“Molti dei miei ex colleghi mi hanno detto privatamente che sono davvero indignati per quello che sta succedendo”, ha raccontato Pete Warden, veterano di Apple e Google oggi alla guida della startup Moonshine AI, “ma hanno troppa paura di perdere il lavoro se parlano apertamente.”
ICE, business e principi
AnnE Diemer, consulente HR di San Francisco e autrice della lettera, ha spiegato di voler sfatare lo stereotipo secondo cui l’intero settore tech sia schierato con Trump.
“Molte aziende tech hanno contratti con l’ICE, e c’è questo stereotipo che tutto il settore sia allineato con Trump,” ha spiegato. “Volevo dimostrare che non è così: insieme abbiamo un potere enorme”. La lettera chiede ai CEO non solo di fare pressione sulla Casa Bianca ma anche di rescindere i contratti con l’agenzia per l’immigrazione e di denunciare pubblicamente “la violenza dell’ICE”.
Alcuni firmatari hanno inquadrato la questione in termini pragmatici, non solo etici. “C’è una coalizione più ampia di capitalisti che tengono allo stato di diritto e a evitare la deriva verso l’autoritarismo,” ha osservato Lisa Conn, fondatrice di una startup e ex dipendente di Meta.
Il suo argomento è semplice: l’instabilità sociale è un male per gli affari. “Quando le persone vengono uccise per strada, il business va a rotoli. E ci vogliono decenni per riprendersi”.
Fonte: Washington Post


