L’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale responsabile dei rimpatri negli Stati Uniti, ha riattivato un contratto da 2 milioni di dollari con Paragon Solutions, società specializzata in spyware e strumenti di sorveglianza digitale.
Il contratto era stato sospeso durante l’amministrazione Biden, che aveva imposto un freno agli accordi con fornitori ritenuti non etici. Ora, con il cambio alla Casa Bianca, quel blocco è stato revocato e Paragon torna al fianco delle agenzie americane.
Il segnale politico è chiaro: se la precedente amministrazione aveva guidato una campagna internazionale contro gli abusi di spyware, quella di Donald Trump sembra orientata a una maggiore tolleranza, se non a un utilizzo diretto di queste tecnologie.
La notizia ha subito acceso le critiche di chi da anni denuncia la durezza delle politiche anti-immigrazione negli Stati Uniti, e il senatore democratico Ron Wyden non ha usato mezzi termini.
«ICE sta già distruggendo il diritto a un giusto processo e rovinando vite nella sua corsa a incarcerare bambini, cuochi e vigili del fuoco che non rappresentano alcuna minaccia per nessuno», ha scritto in un’email, aggiungendo: «Sono estremamente preoccupato per come ICE userà lo spyware di Paragon per calpestare ulteriormente i diritti degli americani e di chiunque Donald Trump etichetti come nemico».
Le parole di Wyden vanno oltre la denuncia politica: riportano in primo piano il tema della sorveglianza digitale come strumento di repressione interna, che rischia di colpire non solo gli immigrati ma anche cittadini americani.
Paragon e l’ombra di Graphite sui giornalisti italiani
Paragon Solutions non è un nome nuovo quando si parla di spyware. L’azienda è stata spesso descritta come una versione “più etica” della NSO Group, la società israeliana responsabile del famigerato Pegasus.
Ma la reputazione di Paragon ha subito un duro colpo quando sono emerse tracce del suo strumento Graphite sui dispositivi di giornalisti italiani, attivisti a favore dei migranti e persino persone vicine a Papa Francesco. Un’inchiesta successiva ha portato le autorità italiane ad ammettere la responsabilità per alcune violazioni, pur negando coinvolgimento in altre.
A seguito di quello scandalo, Paragon ha dichiarato di aver interrotto ogni collaborazione con le agenzie governative italiane. L’episodio ha però sollevato interrogativi sull’effettiva capacità dell’azienda di garantire un uso “responsabile” delle proprie tecnologie.
Dal bando di Biden al via libera di Trump
Il contratto con ICE non è il primo firmato da Paragon con il governo statunitense. Già nel 2024 l’agenzia aveva scelto di affidarsi ai suoi strumenti per gestire le attività di sorveglianza legate ai rimpatri.
La collaborazione era però stata interrotta dopo un’inchiesta giornalistica e una revisione della Casa Bianca, che aveva richiamato l’ordine esecutivo del 2023: un provvedimento che vietava all’amministrazione americana di servirsi di spyware distribuito in maniera irresponsabile nel resto del mondo.
Il ritorno in campo di Paragon non è stato accompagnato da spiegazioni ufficiali. Nessun portavoce di ICE ha commentato la decisione e l’azienda stessa mantiene un profilo riservato.
Quel che appare evidente è che la sospensione è stata revocata a favore del fornitore, segnando una netta discontinuità con l’approccio dell’amministrazione precedente.
Il caso Paragon è un termometro politico per capire come la nuova amministrazione intenda muoversi sul terreno, delicatissimo, dello spyware. Biden aveva promosso un’alleanza internazionale volta a isolare i fornitori accusati di abusi contro giornalisti, difensori dei diritti umani e dissidenti politici.
Con Trump, la prospettiva cambia: la riattivazione del contratto con Paragon suggerisce che lo spyware non verrà più trattato come un pericolo da arginare ma come uno strumento da utilizzare e potenziare.
Non a caso Michael De Dora, policy manager per il gruppo per i diritti digitali Access Now, ha lanciato un avvertimento diretto: «La tecnologia di Paragon è stata usata impropriamente da altri governi nel mondo per prendere di mira difensori dei diritti umani e dissidenti politici. Gli americani dovrebbero essere profondamente preoccupati per il modo in cui l’amministrazione potrebbe utilizzare questo nuovo strumento a fini di repressione interna, e anche l’amministrazione dovrebbe essere molto cauta».


