Gli Usa negano il visto a Breton: lo scontro sul digitale diventa un caso diplomatico

by | 25 Dic 2025 | Politica, Tech War

Thierry Breton. | Foto: European Parliament/Wikimedia Commons
Tempo di lettura: 5 minuti

Il blocco all’ingresso negli Stati Uniti imposto dall’amministrazione di Donald Trump a Thierry Breton e ad altri ricercatori e attivisti europei, segna un salto di qualità nello scontro transatlantico sulla regolazione del digitale.

Non siamo più infatti di fronte a una disputa tecnica ma a un atto politico che trasforma la gestione dei contenuti online in terreno di confronto diplomatico.

Washington accusa regolatori, ricercatori e attivisti europei di aver guidato “sforzi per costringere le piattaforme americane a censurare” voci statunitensi sgradite. Bruxelles respinge l’accusa e parla di intimidazione. Al centro non c’è solo la libertà di espressione ma la questione di chi debba decidere le regole del gioco nell’ecosistema digitale globale.

Dal Digital Services Act al caso X

La miccia dello scontro è il Digital Services Act, la legge europea che impone obblighi di trasparenza e moderazione alle piattaforme quando i contenuti violano le leggi nazionali.

Per l’amministrazione Trump, il suo quadro normativo equivale a una “censura extraterritoriale” che colpisce aziende e utenti americani. L’Europa però nega: le regole valgono nello spazio digitale europeo e non mirano a imporre standard globali.

La tensione è esplosa lo stesso giorno in cui la Commissione europea ha inflitto a X la prima sanzione ai sensi del Digital Services Act, contestando alla piattaforma pratiche ritenute opache: dalla vendita delle spunte di verifica, che consentono di trarre in inganno sull’identità degli utenti, al rifiuto di garantire ai ricercatori un accesso adeguato ai suoi dati.

La risposta di Elon Musk è stata frontale, fino a evocare l’abolizione dell’Unione europea, mentre Washington ha letto la multa come un attacco all’industria tecnologica statunitense. E, probabilmente, come un affronto diretto a Trump, anche perché nelle stesse ore gli Stati Uniti pubblicavano la propria Strategia per la sicurezza nazionale, accusando l’Unione europea di censurare la libertà di espressione.

La “coincidenza” temporale, non priva di significato politico, ha finito col trasformare una decisione regolatoria in un caso diplomatico.

È con questo background che il segretario di Stato Marco Rubio ha esplicitato la linea dell’amministrazione Trump, accusando direttamente l’Europa di portare avanti una strategia organizzata di censura. “Per troppo tempo ideologi in Europa hanno guidato sforzi coordinati per costringere le piattaforme americane a punire punti di vista americani che non condividono”, ha scritto su X. “L’amministrazione Trump non tollererà più questi atti eclatanti di censura extraterritoriale”.

Rubio ha quindi annunciato che il Dipartimento di Stato adotterà misure per “impedire l’ingresso negli Stati Uniti alle figure di primo piano del complesso globale della censura”, aggiungendo che la lista potrebbe essere ampliata qualora altri non cambiassero rotta.

Breton, il volto europeo dello scontro con le Big Tech

La presenza di Thierry Breton tra i destinatari del divieto di ingresso non è casuale.

Da commissario europeo per il mercato interno, Breton è stato uno dei principali artefici della linea più dura dell’Unione europea nei confronti delle grandi piattaforme tecnologiche statunitensi, sostenendo e difendendo l’applicazione rigorosa del Digital Services Act e del Digital Markets Act.

Durante il suo mandato è intervenuto più volte pubblicamente contro X, Meta, Google e Apple, rivendicando il diritto dell’Europa di imporre obblighi su trasparenza, concorrenza e responsabilità dei contenuti.

Lo scontro con Elon Musk si è reso manifesto nel 2024, quando Breton intervenne pubblicamente dopo l’annuncio di un’intervista tra Musk e Donald Trump su X.

In quell’occasione ricordò che anche eventi politici di grande risonanza rientrano negli obblighi del Digital Services Act e avvertì che la mancata gestione dei rischi di disinformazione avrebbe potuto esporre la piattaforma ad indagini formali e a multe potenzialmente molto elevate, come previsto dalla normativa europea.

Musk e la destra repubblicana non presero bene un intervento arrivato prima ancora che l’intervista avesse luogo e che venne interpretato come un’ingerenza europea nella politica americana, contribuendo a irrigidire ulteriormente lo scontro tra Bruxelles, la piattaforma e l’amministrazione Trump.

I ricercatori e gli attivisti nel mirino di Washington

Accanto a Breton, il provvedimento statunitense colpisce una rete di ricercatori e attivisti europei che negli ultimi anni hanno costruito il proprio lavoro sul contrasto alla disinformazione, all’odio online e alle minacce digitali.

Josephine Ballon e Anna-Lena von Hodenberg guidano HateAid, un’organizzazione tedesca che assiste le vittime di abusi online offrendo supporto legale, consulenza sulla sicurezza e sostegno economico per azioni giudiziarie contro gli autori degli attacchi.

Clare Melford è alla guida del Global Disinformation Index, che fornisce valutazioni di rischio agli inserzionisti per evitare che la pubblicità finanzi siti accusati di diffondere disinformazione o contenuti dannosi.

Imran Ahmed dirige invece il Center for Countering Digital Hate, noto per aver documentato l’aumento dei discorsi d’odio sulle piattaforme social, incluso X dopo l’acquisizione da parte di Elon Musk, un lavoro che nel 2023 portò Musk a intentare una causa poi respinta da un tribunale statunitense.

L’amministrazione Trump accusa queste organizzazioni di aver orchestrato campagne di censura contro utenti e aziende americane; i diretti interessati replicano parlando di intimidazione politica e di un tentativo di colpire chi, attraverso ricerca e advocacy, chiede maggiore responsabilità alle piattaforme.

Soggetti che in Europa operano come attori civici e di supporto alle vittime, vengono così ridefiniti da Washington come strumenti di pressione ostile, trasformando il dibattito sulla moderazione dei contenuti in una questione di politica estera.

La risposta europea e l’asimmetria americana

La reazione di Bruxelles e delle capitali europee è stata immediata. Il presidente francese Emmanuel Macron ha parlato di misure che “equivalgono a intimidazioni e coercizioni volte a indebolire la sovranità digitale europea”, ribadendo che “le regole che governano lo spazio digitale dell’Unione europea non sono destinate a essere determinate al di fuori dell’Europa”.

Sulla stessa linea Thierry Breton, che ha risposto su X evocando un ritorno a logiche del passato: “Soffia di nuovo un vento di maccartismo? A titolo di promemoria: il 90% del Parlamento europeo — democraticamente eletto — e i 27 Stati membri all’unanimità hanno votato il DSA. Ai nostri amici americani: ‘La censura non è dove pensate che sia’”.

Per l’Europa resta centrale il diritto di regolamentare mercati e contenuti all’interno del proprio spazio giuridico. Per Washington, invece, la priorità dichiarata è la difesa della libertà di espressione e dell’autonomia delle piattaforme americane.

Una linea che però mostra tutte le sue ambiguità se si guarda a oriente: esistono nazioni, come Russia e Cina, in cui i social statunitensi sono semplicemente bloccati, senza che questo abbia finora portato a misure analoghe contro i loro rappresentanti politici o istituzionali.

È un segnale che rafforza l’idea di una strategia di pressione crescente degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa, manifestatasi col discorso di JD Vance lo scorso febbraio a Monaco, e oggi resa più esplicita dal caso dei visti. Una strategia asimmetrica, visto che che colpisce chi regola senza bloccare come l’Europa, ma risparmia realtà ben più censorie che però rappresentano interessi geopolitici considerati prioritari da Washington.

“Non hai le carte”, disse Trump a Volodymyr Zelensky per forzare una resa negoziale alla Russia. La sensazione, oggi, è che alla Casa Bianca si ritenga che quelle carte non le abbia nemmeno l’Europa. E il confronto sul digitale è uno dei modi per ricordarcelo.

Fonti: The New York Times, Axios

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