Gli USA vogliono l’espulsione di un ricercatore sull’odio online, già citato in giudizio da X

da | 28 Dic 2025 | Politica

Il segretario di Stato USA, Marco Rubio Foto: U.S. Embassy Jerusalem/Wikimedia Commons
Tempo di lettura: 4 minuti

Il caso di Thierry Breton, raccontato pochi giorni fa, ha segnato una linea di demarcazione chiara: lo scontro tra gli USA e l’Europa sulla regolazione delle piattaforme è uscito dal perimetro tecnico ed è diventato apertamente politico.

Ora, però, il confronto fa un passo ulteriore e cambia bersaglio. Non più un commissario europeo ma un ricercatore. Non più un visto negato ma il rischio concreto di arresto ed espulsione.

È in questo passaggio, da Breton a Imran Ahmed, che la tensione sulla governance dei contenuti digitali assume un volto personale.

Chi è Imran Ahmed

Imran Ahmed è il fondatore e amministratore delegato del Center for Countering Digital Hate, un’organizzazione che monitora e documenta la diffusione di odio e disinformazione online.

Residente permanente negli Stati Uniti, Ahmed si è ritrovato improvvisamente inserito in una lista di cinque cittadini europei colpiti da misure restrittive adottate dal Dipartimento di Stato, che includono il divieto di ingresso negli Stati Uniti e l’avvio di procedure per l’espulsione dal Paese.

La motivazione ufficiale, spiegata dal segretario di Stato Marco Rubio, è che secondo l’amministrazione Trump, questi ricercatori avrebbero “guidato sforzi organizzati per costringere le piattaforme americane a censurare, demonetizzare e sopprimere punti di vista americani che non condividono”.

È una linea che trasforma il lavoro di analisi e documentazione in un atto ostile verso gli Stati Uniti. Una lettura che ha immediatamente allarmato sia funzionari europei sia i legali di Ahmed, preoccupati per le conseguenze dirette sul suo status giuridico.

Il freno del giudice e la questione costituzionale

Il Dipartimento di Stato motiva il provvedimento sostenendo che Ahmed e altri ricercatori europei concertano pressioni organizzate per spingere le piattaforme americane a censurare o limitare determinati contenuti.

Una lettura che, secondo i legali del ricercatore, apre la strada non solo a restrizioni sui visti ma anche a una possibile detenzione e all’avvio di una procedura di espulsione, nonostante lo status di residente permanente negli Stati Uniti.

A bloccare, almeno temporaneamente, l’iniziativa dell’esecutivo è stato un giudice federale di New York, Vernon S. Broderick, che ha emesso un’ingiunzione che impedisce al governo di arrestare o detenere Ahmed. Riconoscendo in questo modo il rischio di una violazione dei diritti garantiti dal Primo Emendamento.

Gli avvocati del ricercatore hanno paventato una “immediata prospettiva” di un arresto incostituzionale, di una detenzione punitiva e di un’espulsione per l’esercizio della libertà di espressione.

La risposta del Dipartimento di Stato è rimasta fredda e istituzionale: nessun commento diretto sull’ordinanza ma il richiamo a un principio ribadito più volte dalla Corte Suprema e dal Congresso, secondo cui gli Stati Uniti non sono obbligati a consentire a cittadini stranieri di entrare o risiedere nel Paese.

È su questo crinale, tra diritti costituzionali e potere discrezionale dell’esecutivo, che si colloca il caso Ahmed.

Musk, X e la guerra sulla moderazione

Sullo sfondo fondo della vicenda troviamo la figura di Elon Musk e della sua piattaforma X.

Il Center for Countering Digital Hate era già finito nel suo mirino nel 2023, quando la società aveva intentato una causa contro l’organizzazione dopo la pubblicazione di un report che documentava l’aumento dei contenuti d’odio successivo all’acquisizione di Twitter. La causa è stata respinta, anche se è pendente un appello.

Musk non ha mai nascosto la propria ostilità verso i ricercatori e verso qualunque forma di regolazione che limiti l’autonomia delle piattaforme. Non tanto, o non solo, per una militanza politica esplicita, quanto per una visione radicale della libertà di espressione, nella quale la moderazione viene percepita come una sgradita ingerenza.

In questa chiave va dunque letto il post con cui ha celebrato la decisione del Dipartimento di Stato contro Ahmed e gli altri europei: “This is so great”, ha scritto senza mezzi termini.

USA, Europa e lo scontro transatlantico

Il contesto europeo resta centrale. Dal 2022 il Digital Services Act impone alle piattaforme obblighi di trasparenza e la rimozione di contenuti illegali, inclusi quelli razzisti, antisemiti o violenti.

È proprio questo impianto normativo che molti esponenti dell’amministrazione americana e dell’ecosistema tech considerano una minaccia diretta alla libertà di parola.

Non è un caso che l’Unione europea abbia recentemente sanzionato X per pratiche ritenute opache e fuorvianti, né che Musk abbia reagito con toni durissimi, arrivando a invocare l’abolizione dell’UE.

In questo scenario, il lavoro di ricercatori come Ahmed viene letto non come attività indipendente ma come espressione del fronte regolatorio europeo.

Dal singolo caso al messaggio politico

Il dossier anti-vaccini pubblicato dal Center for Countering Digital Hate nel 2021, critico anche verso figure come Robert F. Kennedy Jr., oggi segretario alla Sanità e noto per le sue posizioni scettiche sui vaccini, aggiunge un ulteriore livello di politicizzazione.

Anche Kennedy ha celebrato le misure prese da Rubio definendo gli Stati Uniti “la mecca della libertà di espressione”, e trasformando il caso in un simbolo.

È qui che il passaggio da Thierry Breton ad Ahmed diventa evidente. Dalla pressione su un commissario europeo si è passati alla messa in discussione della legittimità personale di chi studia e denuncia l’odio online.

Un segnale che va oltre il singolo ricercatore e parla direttamente a chi, in Europa, lavora sulla regolazione delle piattaforme: la linea di conflitto ora non è più solo diplomatica ma entra nella vita e nei diritti delle persone.

Fonte: The New York Times

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