Anche la Repubblica Ceca verso il divieto social per gli under-15

by | 9 Feb 2026 | Legal, Politica

Il primo ministro della Repubblica Ceca, Andrej Babiš. | Foto: Wikimedia Commons
Riassunto IA
  • La Repubblica Ceca prepara una legge per vietare i social media agli under-15, allineandosi a Spagna, Grecia, Francia e Gran Bretagna in una stretta continentale coordinata.
  • L’Australia è stata la prima nazione a introdurre il divieto per gli under-16 a dicembre, ma l’implementazione effettiva resta da verificare per tutte le misure annunciate.
  • Le restrizioni inaspriscono lo scontro tra governi europei e Big Tech, con Musk che ha attaccato le misure spagnole e la Commissione UE che contesta a TikTok design progettati per creare dipendenza.
Tempo di lettura: 2 minuti

La Repubblica Ceca si prepara a vietare l’uso dei social media ai minori di 15 anni. Il primo ministro Andrej Babiš ha annunciato ieri il suo sostegno a una restrizione che il governo sta seriamente considerando di trasformare in legge entro il 2025.

“Sono favorevole perché gli esperti che conosco dicono che è terribilmente dannoso per i bambini. Dobbiamo proteggere i nostri figli”, ha dichiarato Babiš in un video pubblicato sui suoi account social.

Il primo vice primo ministro Karel Havlíček ha confermato in un’intervista all’emittente CNN Prima News che l’esecutivo sta valutando concretamente una proposta legislativa.

Stretta ai social: da caso isolato a movimento

Praga si allinea così a un’ondata europea che sta ridefinendo l’approccio alla regolamentazione delle piattaforme digitali. Spagna e Grecia hanno proposto divieti simili la scorsa settimana, mentre Francia e Gran Bretagna stanno lavorando a misure equivalenti.

La Francia punta a vietare i social agli under-15, la Gran Bretagna valuta un divieto sul modello australiano per gli under-16. Quello che fino a dicembre sembrava un esperimento isolato dell’Australia (la prima nazione al mondo a introdurre il divieto per i minori di 16 anni) si sta trasformando in un cambio di paradigma regolatorio.

Dopo anni di auto-regolamentazione affidata alle piattaforme stesse, i governi europei stanno prendendo il controllo diretto della questione.

Lo scontro con Big Tech si inasprisce

La stretta europea non sta passando inosservata. Le misure annunciate dal primo ministro spagnolo Pedro Sánchez hanno scatenato la reazione di Elon Musk, proprietario di X. L’episodio evidenzia la tensione crescente tra i governi del continente e i giganti tecnologici statunitensi, in un confronto che va oltre la singola questione dei minori.

Al centro c’è la narrativa della dipendenza progettata: l’accusa, sempre più condivisa a livello istituzionale, che le piattaforme siano strutturate deliberatamente per massimizzare il tempo di permanenza degli utenti, compresi i più giovani.

Non è un’ipotesi generica: la Commissione europea ha già contestato formalmente a TikTok di utilizzare meccanismi di design che creano dipendenza, chiedendo modifiche sostanziali alla piattaforma.

L’implementazione resta critica

Dichiarare un divieto è una cosa, farlo rispettare è un’altra. L’Australia ha aperto la strada ma l’efficacia concreta della sua legge è ancora tutta da verificare.

Come si controlla l’età degli utenti su piattaforme globali? Chi è responsabile della verifica: le aziende, i provider, lo Stato? Quali sanzioni si applicano in caso di violazione, e a chi: ai minori, ai genitori, alle piattaforme?

Queste domande tecniche e giuridiche non hanno ancora risposte condivise. Il rischio è che i divieti restino sulla carta o che si creino sistemi di controllo facilmente aggirabili, trasformando la misura in un esercizio simbolico piuttosto che in uno strumento di tutela effettivo.

Salute mentale e consenso scientifico

Dietro le decisioni politiche c’è un dibattito scientifico ancora aperto ma con evidenze crescenti. Governi e regolatori di tutto il mondo stanno esaminando l’impatto del tempo trascorso davanti allo schermo sullo sviluppo cognitivo e il benessere psicologico dei minori.

Il consenso non è unanime ma la direzione è chiara: le preoccupazioni sui danni potenziali stanno superando la fiducia nell’autoregolamentazione del settore.

La questione non è solo quantitativa (quante ore passano i ragazzi sui social) ma qualitativa. Ossia quali meccanismi di engagement vengono utilizzati, come influenzano la formazione dell’identità, quali conseguenze hanno sulla capacità di attenzione e sulle relazioni sociali.

La stretta europea sui minori rappresenta il tentativo di rispondere a queste domande non con la ricerca accademica ma con la norma giuridica.

Fonte: Reuters

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