Perché dovrebbe interessarci quello che accade dall’altra parte del mondo?
Si tratta di una domanda che ci poniamo al momento di scegliere quali articoli pubblicare su TechTalking. E alle volte, effettivamente, non raccontiamo certe notizie perché prive di implicazioni dirette per noi.
In questo caso, però, decidiamo di soffermarci su quanto segue perché potrebbe avere ripercussioni dirette anche in Europa.
L’Australia infatti ha approvato una delle leggi più rigide al mondo sui social media, vietando ai minori di 16 anni l’accesso a piattaforme come TikTok, Snapchat e Instagram.
Il provvedimento è stato adottato in risposta a crescenti preoccupazioni sull’impatto delle piattaforme digitali sui giovani, ma ha sollevato critiche per il suo approccio che molti ritengono troppo semplicistico e potenzialmente controproducente.
La normativa, che sarà pienamente operativa tra un anno, stabilisce multe fino a 33 milioni di dollari australiani (poco più do 20 milioni di euro, al cambio attuale) per le aziende che non rispetteranno l’obbligo di bloccare l’accesso ai minori.
Nonostante l’ampio sostegno politico, le principali aziende tecnologiche, tra cui Meta, Snapchat e X, hanno sollevato obiezioni, definendo il piano poco realistico.
Perché il governo australiano punta sui divieti
Il ministro delle Comunicazioni Michelle Rowland ha spiegato che l’obiettivo della legge è proteggere i giovani da contenuti potenzialmente dannosi.
Secondo i dati del governo, quasi due terzi degli adolescenti australiani tra i 14 e i 17 anni hanno avuto accesso a materiale dannoso, come immagini violente o che promuovono autolesionismo e abuso di droghe.
Il primo ministro Anthony Albanese ha presentato il provvedimento come una risposta concreta alle preoccupazioni delle famiglie australiane. “Questa legge è per i genitori,” ha dichiarato. “Siamo qui per garantire la sicurezza dei nostri ragazzi online.”
Una legge poco chiara
Sebbene il disegno di legge sia stato approvato, molti aspetti restano poco chiari. La normativa non specifica infatti come le piattaforme debbano verificare l’età degli utenti, lasciando spazio a interpretazioni e dubbi tecnici.
Una possibile soluzione potrebbe essere la richiesta di un’identificazione governativa, ma questa opzione ha sollevato preoccupazioni legate alla privacy e alla sicurezza dei dati, che alla prima falla di sicurezza informatica finirebbero in mano agli hacker.
Le piattaforme coinvolte, tra cui Snapchat e Meta, hanno poi sottolineato le difficoltà logistiche di implementare sistemi di verifica così estesi.
Albanese, però, ha minimizzato le complicazioni tecniche, paragonando il divieto a quello per l’acquisto di alcolici da parte dei minorenni.
Quali piattaforme saranno coinvolte?
Il divieto non si applica a tutti i social media, ma prende di mira specificamente Snapchat, TikTok, Facebook, Instagram e X. Bluesky non risulta invece inclusa nel novero.
Sono escluse invece piattaforme dedicate all’istruzione e al supporto psicologico, come Google Classroom, Headspace e YouTube, oltre ai servizi di messaggistica e giochi online.
Tra i sostenitori di queste esenzioni ci sono i Wiggles, un popolare gruppo musicale per bambini, che ha affermato che gli australiani hanno guardato i suoi programmi su YouTube oltre un miliardo di volte.
Le reazioni delle aziende tecnologiche
Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, ha espresso preoccupazione per la velocità con cui la legge è stata approvata, accusando il governo di non aver consultato adeguatamente l’industria e i giovani.
Anche TikTok e Snapchat hanno criticato il provvedimento, definendolo “inapplicabile” e privo di soluzioni concrete. X, dal canto suo, ha lasciato intendere che potrebbe portare la questione in tribunale.
Nonostante le critiche, le aziende saranno obbligate a rispettare la normativa o a pagare sanzioni pesanti.
Meta ha annunciato che utilizzerà strumenti di intelligenza artificiale per identificare gli utenti che mentono sulla loro età, mentre Snapchat ha promesso di collaborare con i regolatori.
Altri paesi potrebbero seguire l’esempio dell’Australia
Arriviamo quindi a quanto scritto in apertura, cioè perché quello che accade dall’altra parte del mondo dovrebbe interessarci.
Negli Stati Uniti, diversi stati hanno introdotto leggi che obbligano le piattaforme a tenere conto della privacy e della protezione dei bambini nella progettazione dei servizi a loro destinati, oltre a regolare le modalità e i termini di accesso ai social media da parte dei minori.
Va però detto che in diversi casi i tribunali hanno annullato queste normative, giudicandole incostituzionali.
Volgendo lo sguardo all’Europa, la Norvegia sta considerando di fissare un limite di 15 anni, dopo che dati recenti hanno rivelato che molti bambini sotto i 13 anni, attualmente il limite consentito, continuano a utilizzare piattaforme molto popolari, secondo quanto riferito da The Guardian e altre testate a ottobre.
Nel Regno Unito, il segretario alla Tecnologia Peter Kyle ha dichiarato alla BBC che un possibile divieto per i minori di 16 anni è “in discussione”.
Nel 2023, il governo francese ha approvato una legge che richiede il consenso dei genitori per consentire ai minori di 15 anni di aprire un account sui social media.
La ministra dell’Istruzione francese, Anne Genetet, ha proposto che l’Unione Europea segua l’esempio dell’Australia, stabilendo un’età minima per l’accesso alle piattaforme social, come riportato da Politico.
È la soluzione giusta?
Secondo gli esperti, vietare semplicemente l’accesso ai social media potrebbe spingere i giovani verso ambienti digitali meno regolamentati e più pericolosi.
Lisa Given, professoressa di scienze dell’informazione presso l’RMIT University di Melbourne, ha definito il provvedimento “una soluzione semplice a un problema complesso”.
L’Unicef ha espresso una posizione simile, sottolineando l’importanza di responsabilizzare le aziende tecnologiche nella creazione di ambienti sicuri e adeguati all’età, piuttosto che penalizzare i giovani.
Negli USA, aziende come Meta, ByteDance e Snap sono al centro di centinaia di cause intentate da famiglie e scuole, che accusano i social media di causare danni psicologici e interferenze nell’apprendimento.
Questi casi potrebbero servire da esempio per valutare gli effetti di normative più severe in Australia e altrove.


