La Commissione Europea ha emesso venerdì una decisione preliminare che definisce TikTok illegale. Non per i contenuti, non per violazioni della privacy, ma per il suo funzionamento di base: lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica dei video, l’algoritmo di raccomandazione che tiene incollati gli utenti allo schermo.
Secondo Bruxelles, questi meccanismi costituiscono un “‘design che crea dipendenza” che viola il Digital Services Act, la normativa europea sulla sicurezza online, e rappresentano un danno potenziale per il “benessere fisico e mentale” degli utenti, soprattutto minori e adulti vulnerabili.
È la prima volta al mondo che un’autorità regolatoria applica uno standard legale specifico sulla dipendenza indotta dai social media. Il paradosso è però evidente: infinite scroll, autoplay e raccomandazioni personalizzate non sono peculiarità di TikTok, ma caratteristiche comuni a Instagram, YouTube, Facebook, X e praticamente ogni altra piattaforma sociale moderna. Eppure è ByteDance a finire per prima sul banco degli imputati.
Cosa contesta Bruxelles: il cervello in pilota automatico
L’accusa della Commissione si concentra su come TikTok sfrutterebbe i dati disponibili sull’uso compulsivo della piattaforma senza intervenire.
I regolatori citano il tempo che i minori trascorrono sull’app durante la notte, la frequenza con cui gli utenti la aprono nell’arco della giornata, il modo in cui il sistema “ricompensa” chi continua a scorrere con contenuti sempre nuovi e perfettamente calibrati sui gusti individuali. Il risultato, secondo l’UE, è mettere il cervello degli utenti in “pilota automatico”, in uno stato di fruizione passiva e compulsiva.
Le richieste sono radicali: TikTok deve limitare le funzionalità di scorrimento infinito, introdurre nuovi limiti di tempo sullo schermo e modificare il sistema di raccomandazione. In sostanza, smantellare il cuore stesso del modello che ha reso la piattaforma un fenomeno globale con oltre 200 milioni di utenti solo in Europa.
Le sanzioni previste dal DSA arrivano fino al 6% del fatturato globale. TikTok ha già annunciato che contesterà le conclusioni “attraverso tutti i mezzi disponibili”, definendo le accuse “categoricamente false e del tutto infondate”.
Perché proprio TikTok?
Se i meccanismi contestati sono comuni a tutto il settore, perché l’Europa parte da TikTok? Le interpretazioni possibili sono due, non necessariamente alternative.
La prima: TikTok come caso pilota, un banco di prova per stabilire un precedente giuridico da applicare poi all’intera industria dei social media. La seconda: la dimensione geopolitica. ByteDance è un’azienda cinese, non americana, e questo conta in un momento di forti tensioni tra Bruxelles e l’amministrazione Trump.
Washington accusa da tempo l’Unione Europea di colpire ingiustamente le aziende tecnologiche statunitensi attraverso normative stringenti. I funzionari europei hanno risposto indicando proprio l’indagine su TikTok come dimostrazione che il loro controllo normativo non si limita alle Big Tech americane.
Il timing non sembra casuale: arriva mentre ByteDance ha appena concluso un accordo negli Stati Uniti con investitori non cinesi per creare una “TikTok americana”, nel tentativo di rispondere alle preoccupazioni di sorveglianza e manipolazione da parte di Pechino.
La disputa si è allargata in un dibattito più ampio su libertà di espressione e su chi ha l’autorità di stabilire le regole per piattaforme che operano oltre i confini nazionali.
La pressione globale: da Big Tobacco ai social media
TikTok non è sola sotto tiro. Negli Stati Uniti sono pendenti migliaia di cause legali contro la piattaforma cinese ma anche contro Meta, YouTube e Snap.
Le accuse ricalcano quelle europee: feed infiniti, video in autoplay e raccomandazioni personalizzate avrebbero causato uso compulsivo, depressione, disturbi alimentari e comportamenti autolesionistici tra i giovani.
Il modello è quello delle cause contro le compagnie del tabacco, con l’obiettivo di stabilire una responsabilità diretta delle piattaforme per i danni alla salute mentale degli utenti. Le aziende negano e sostengono che non esista un nesso chiaro e diretto tra utilizzo dei social media e dipendenza.
Ma la pressione politica cresce ovunque. In Spagna, il primo ministro Pedro Sánchez ha annunciato questa settimana l’intenzione di vietare i social media ai minori di 16 anni e di introdurre responsabilità penale per i dirigenti delle piattaforme in caso di diffusione di contenuti illeciti.
“I social media sono diventati uno stato fallito”, ha dichiarato Sánchez, “stiamo contrattaccando”. Iniziative simili sono in corso in Francia, Danimarca e Malesia, segno di un movimento globale che sta ridefinendo il rapporto tra piattaforme digitali e responsabilità verso gli utenti.
Fonte: The New York Times


