Nasce la versione a stelle e strisce di TikTok

by | 23 Gen 2026 | Politica, Tecnologia

Riassunto IA
  • TikTok ha siglato un accordo per scorporare le attività statunitensi sotto una nuova entità controllata per oltre l’80% da investitori non cinesi, tra cui Oracle, MGX, Silver Lake e Michael Dell.
  • Nonostante il cambio di proprietà, l’algoritmo di raccomandazione rimane di proprietà di ByteDance e verrà concesso in licenza, sollevando dubbi sulla reale efficacia della separazione ai fini della sicurezza nazionale.
  • Gli stretti legami tra i nuovi investitori e la presidenza degli Stati Uniti alimentano timori su una possibile strumentalizzazione politica dell’app per fini di propaganda interna.
Tempo di lettura: 3 minuti

Si è conclusa con una firma, dopo sei anni di tensioni e un blackout che ha tenuto col fiato sospeso milioni di persone, l’odissea americana di TikTok.

ByteDance ha ufficializzato ieri l’accordo con un gruppo di investitori guidati da Oracle, Silver Lake e il fondo emiratino MGX, sancendo la nascita di una nuova entità societaria interamente dedicata al mercato statunitense.

È la fine di una saga che ha visto l’app finire nel mirino del Congresso e della Casa Bianca, trasformandosi nel simbolo della guerra fredda tecnologica tra Washington e Pechino.

Shou Chew, amministratore delegato di TikTok, ha accolto la notizia con sollievo, definendola “un’ottima notizia” per gli oltre 200 milioni di utenti americani. L’intesa non è solo una manovra finanziaria, ma il tentativo estremo di evitare un’espulsione definitiva che appariva ormai inevitabile.

Per un’app che vive di flussi incessanti di intrattenimento, politica e sottoculture, restare fuori dal mercato statunitense avrebbe significato una mutilazione culturale e commerciale senza precedenti.

Il percorso per arrivare a questo punto è stato tortuoso e ha attraversato due diverse amministrazioni presidenziali. Tra minacce di ban e mobilitazioni di massa degli influencer, il destino della piattaforma è rimasto a lungo in bilico, condizionato da una legge federale che imponeva la separazione da ByteDance entro l’inizio del 2025.

Ora, con il via libera formale arrivato tramite un ordine esecutivo, l’app prova a voltare pagina, pur portando con sé interrogativi che pesano sul futuro della rete globale.

I nuovi padroni della narrazione digitale

La struttura della nuova TikTok “americana” vede un passaggio di consegne sostanziale: Oracle, MGX e Silver Lake controlleranno ciascuna il 15% delle attività, mentre oltre l’80% dell’impresa sarà in mano a investitori non cinesi. Tra questi spicca anche l’ufficio d’investimento personale di Michael Dell, fondatore di Dell Technologies.

È un cambio della guardia che sposta l’asse del potere verso il cuore dell’industria tecnologica statunitense, affidando la guida operativa ad Adam Presser.

Il valore di questa nuova entità resta un tema di acceso dibattito economico. Se ByteDance continua a essere valutata circa 480 miliardi di dollari nei mercati privati, la versione statunitense dell’app ha una quotazione decisamente più contenuta.

Secondo quanto dichiarato dal vicepresidente JD Vance, il valore della società americana si aggirerebbe intorno ai 14 miliardi di dollari. Una cifra che riflette la complessità dell’operazione di scorporo e le incertezze legate a un asset che, pur essendo popolarissimo, nasce sotto una stretta sorveglianza politica.

Il controllo infatti non sarà solo finanziario ma anche editoriale e operativo. Il nuovo consiglio di amministrazione, composto da sette membri, sarà a maggioranza americana e avrà il compito delicatissimo di moderare i contenuti.

Decidere cosa rimanga visibile e cosa debba essere rimosso dal feed non è più solo una questione di algoritmi, ma una responsabilità civile e politica che ricade ora su figure vicine all’establishment industriale degli Stati Uniti.

TikTok USA e il paradosso dell’algoritmo in affitto

Nonostante il cambio di proprietà, il cuore tecnologico di TikTok rimane, ironicamente, in mano cinese.

ByteDance manterrà infatti la proprietà dell’algoritmo di raccomandazione, l’arma segreta che ha decretato il successo mondiale dell’app, concedendolo in licenza alla nuova entità statunitense.

È un compromesso tecnico che fa storcere il naso a molti osservatori e critici della sicurezza nazionale, convinti che questa “relazione operativa” non risolva del tutto il rischio di ingerenze straniere.

Michael Sobolik dell’Hudson Institute ha evidenziato come le preoccupazioni sulla sicurezza nazionale siano destinate a persistere proprio a causa di questo legame tecnologico.

La legge del 2024 richiedeva una separazione netta ma la realtà dei fatti parla di una sovranità digitale in affitto. Se il codice e l’architettura logica continuano a essere prodotti altrove, il monitoraggio di Oracle sui server statunitensi potrebbe non essere sufficiente a garantire una totale impermeabilità da Pechino.

L’accordo attuale appare come una fusione di vecchie proposte, tra cui il celebre “Project Texas” che prevedeva già il coinvolgimento di Oracle nella gestione dei dati.

Dopo anni di negoziazioni estenuanti, la sensazione è che sia stato compiuto un lungo giro per tornare a una soluzione che non si discosta poi molto dalle premesse iniziali. Resta da capire se questo equilibrio precario riuscirà a reggere alle future turbolenze geopolitiche.

Dalla propaganda straniera a quella nazionale

C’è però un passaggio più sottile da considerare: il baricentro del sospetto si è spostato, scivolando dall’ombra di Pechino ai giochi di potere della politica interna americana.

I legami stretti tra alcuni dei nuovi investitori e il potere politico statunitense hanno sollevato timori speculari tra gli utenti e gli accademici. Larry Ellison, fondatore di Oracle, non ha mai nascosto la sua vicinanza a Donald Trump.

Anche il fondo MGX ha mostrato connessioni con gli interessi economici della cerchia presidenziale, avendo fatto affari con World Liberty Financial, la società di criptovalute della famiglia Trump.

Questi intrecci alimentano il sospetto che l’app possa trasformarsi in uno strumento di narrazione politica schierato, favorendo i contenuti allineati con le posizioni del governo statunitense o dei suoi principali finanziatori.

Anupam Chander, professore alla Georgetown University, ha espresso chiaramente questo timore, ipotizzando che l’accordo possa aver creato lo spazio teorico per dare maggiore risonanza a una singola visione del mondo.

Il rischio è di aver scambiato la paura di una propaganda straniera con la realtà di una propaganda domestica, dove il controllo della narrazione politica passa dalle mani di un avversario geopolitico a quelle di un’élite industriale nazionale.

Fonte: The New York Times

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