L’allarme arriva da uno degli hub tecnologici più avanzati al mondo, e forse proprio per questo suona ancora più credibile.
Singapore, città-stato che ha fatto dell’innovazione digitale il motore della propria economia, ha pubblicato attraverso la sua Agency for Science, Technology and Research (A*Star) uno studio destinato a spostare il dibattito su schermi e infanzia.
L’esposizione massiccia ai dispositivi prima dei due anni lascerebbe tracce permanenti nel cervello, tracce che riemergerebbero poi nell’adolescenza sotto forma di ansia e difficoltà decisionali.
Non è la solita ricerca-lampo. Lo studio, condotto con la National University of Singapore e pubblicato su The Lancet, ha seguito centinaia di bambini per oltre un decennio attraverso scansioni cerebrali ripetute.
La metodologia pare solida: neuroimaging in momenti diversi della crescita, misurazione dell’esposizione agli schermi in età prescolare, correlazione con lo sviluppo cerebrale e comportamentale negli anni successivi.
I dati parlano chiaro. E Singapore, che pure vive di tech economy, ha scelto di renderli pubblici proprio mentre annuncia restrizioni sull’uso di smartphone nelle scuole secondarie.
La ricerca di Singapore: cervelli alterati, conseguenze durature
Stando allo studio, i bambini esposti a livelli elevati di tempo-schermo prima dei due anni mostrano una “maturazione accelerata delle reti cerebrali” responsabili di visione e controllo cognitivo.
Il cervello dei neonati bombardato dall’iperstimolazione sensoriale dei dispositivi digitali sviluppa infatti connessioni neurali in modo precoce e anomalo. “L’intensa stimolazione sensoriale fornita dagli schermi” sarebbe il meccanismo alla base di questa accelerazione innaturale.
Ma è il timing a fare la differenza. Il tempo davanti agli schermi misurato a tre o quattro anni non produce gli stessi effetti. La finestra critica è quella prima dei due anni, quando il cervello è massimamente plastico e vulnerabile. In questa fase si gioca la partita dello sviluppo neurologico sano.
Le conseguenze si manifestano anni dopo. I bambini con “reti cerebrali alterate” impiegano più tempo a prendere decisioni durante l’infanzia e, arrivati a 13 anni, mostrano livelli di ansia significativamente più elevati.
“Questi risultati suggeriscono che l’esposizione agli schermi nella prima infanzia può avere effetti che si estendono ben oltre la prima infanzia, plasmando lo sviluppo cerebrale e il comportamento anni dopo”, ha dichiarato A*Star. Non effetti temporanei, dunque, ma modifiche strutturali che accompagnano l’individuo per anni.
Antidoto low-tech e corsa ai ripari globale
C’è anche una buona notizia. Un secondo studio dello stesso team (2024) dimostra che la lettura frequente ad alta voce e l’interazione diretta con i genitori possono contrastare almeno in parte i cambiamenti cerebrali indotti dagli schermi.
L’antidoto esiste ed è sorprendentemente analogico: presenza fisica, voce umana, contatto. Niente app educative, solo la vecchia relazione genitore-figlio mediata da un libro.
La ricerca cade mentre governi di tutto il mondo moltiplicano gli interventi. Singapore restringe smartphone nelle scuole da gennaio. L’Australia ha appena approvato una delle leggi più dure sui social per under-16. La Francia ha bandito gli smartphone dalle scuole elementari e medie. Diversi stati USA vanno nella stessa direzione.
Il dibattito non è più se intervenire ma come e quanto. E studi come quello singaporiano forniscono la base scientifica per giustificare misure che fino a pochi anni fa sarebbero sembrate eccessive.
Fonte: Government of Singapore


