Meta starebbe cercando al Congresso americano l’immunità dalle cause sui danni ai minori proprio mentre le azioni legali contro le piattaforme iniziano a produrre i primi risultati concreti.
Secondo Reuters, l’azienda avrebbe fatto lobbying per inserire nel Kids Online Safety Act una formulazione che la metterebbe al riparo da molte azioni legali legate alla sicurezza e alla privacy dei minori online.
Il punto è delicato, perché il KOSA nasce con l’obiettivo dichiarato di aumentare la responsabilità delle piattaforme verso i ragazzi. E prevede che i social debbano adottare misure ragionevoli per prevenire, tra le altre cose, l’uso compulsivo da parte dei ragazzi. Tra le funzioni finite nel mirino ci sono lo scorrimento infinito, le notifiche di attività e i filtri fotografici che modificano l’aspetto degli utenti.
Sono gli stessi meccanismi che negli ultimi mesi sono entrati nei tribunali americani. A marzo, una giuria di Los Angeles ha ritenuto Meta e Google responsabili per i danni alla salute mentale causati da Instagram e YouTube a una giovane utente, assegnando 6 milioni di dollari di risarcimenti.
Pochi giorni prima, in New Mexico, Meta era stata colpita da una multa da 375 milioni di dollari in un caso legato alla mancata protezione dei minori da predatori sessuali sulle proprie piattaforme.
Cos’è il KOSA
Il Kids Online Safety Act è una delle iniziative più importanti degli Stati Uniti per regolamentare le piattaforme digitali dopo decenni di sostanziale libertà operativa. Nel 2024 era passato al Senato con 91 voti favorevoli e 3 contrari ma si era fermato alla Camera. Quest’anno è stato ripresentato con il sostegno bipartisan dei leader del Senato, il repubblicano John Thune e il democratico Chuck Schumer.
Dentro questo passaggio politico si è infilata la partita di Meta. La formulazione esaminata da Reuters renderebbe le aziende online immuni da cause e responsabilità basate sulle leggi statali per richieste legate alla sicurezza o alla privacy dei minori.
In pratica, se la norma federale entrasse in vigore con quella clausola, molte cause promosse da famiglie, scuole o procuratori generali statali verrebbero bloccate.
Serve però distinguere i due piani. Negli Stati Uniti, le leggi federali valgono per tutto il Paese, mentre le leggi statali possono cambiare da Stato a Stato. Per un’azienda come Meta è comprensibile preferire una cornice nazionale unica: gestire cinquanta sistemi normativi diversi può creare incertezza, costi e obblighi non sempre coerenti tra loro. Il problema però è cosa si mette dentro quella cornice.
Una legge federale uniforme può avere senso se alza gli standard di protezione. Diventa molto più controversa se, insieme alla promessa di regole valide per tutti, porta con sé una mela avvelenata: una richiesta di immunità che potrebbe indebolire migliaia di cause già avviate.
Meta parla di standard nazionali, i critici di immunità
Meta respinge questa lettura. La portavoce Stephanie Otway ha dichiarato a Reuters che la disposizione “non cancella le cause esistenti, né rappresenta un’immunità generalizzata”.
Secondo l’azienda, la norma servirebbe invece a stabilire standard nazionali uniformi per la sicurezza online dei giovani, evitando che una questione così importante venga decisa da un mosaico di leggi statali o dalle strategie degli avvocati dei querelanti.
La risposta degli avvocati è opposta. Julia Duncan, dell’American Association for Justice, organizzazione che rappresenta gli avvocati specializzati in cause civili, sostiene che il testo avrebbe un effetto molto chiaro: bloccare le azioni pendenti nel momento in cui la legge entrasse in vigore.
Nella sua lettura, la clausola metterebbe al riparo aziende di social media e IA dalle richieste di genitori, scuole e distretti scolastici che cercano di chiamarle a rispondere dei danni ai minori.
Meta, secondo la fonte citata da Reuters, avrebbe proposto questa formulazione in cambio del ritiro della propria opposizione al KOSA. L’azienda di Zuckerberg dunque non si limiterebbe a chiedere una modifica tecnica, ma offrirebbe il proprio via libera a una legge molto attesa in cambio di una protezione legale più ampia.
La senatrice repubblicana Marsha Blackburn, una delle promotrici del disegno di legge insieme al democratico Richard Blumenthal, ha preso le distanze. Un suo portavoce ha dichiarato che il suo ufficio non ha visto quel testo e “non lo prenderebbe mai in considerazione”.
Il bersaglio sono le funzioni
La ragione per cui questa battaglia pesa così tanto è che le cause più recenti hanno spostato il centro del confronto. Per anni le piattaforme si sono difese richiamando la Sezione 230, la norma federale che negli Stati Uniti le protegge da molte responsabilità sui contenuti pubblicati dagli utenti. Le nuove cause però insistono su un terreno diverso: non quello dei post, dei video o dei commenti, ma quello del design dei servizi.
Lo scroll infinito, i like, le notifiche, i filtri bellezza e i sistemi di raccomandazione non sono contenuti creati dagli utenti. Sono scelte progettuali delle piattaforme. Ed è proprio su questo terreno che il verdetto di Los Angeles ha colpito Meta e YouTube: secondo l’accusa, alcune funzioni sono state progettate per massimizzare il tempo di utilizzo anche quando le aziende conoscevano i rischi per gli utenti più giovani.
Il caso del New Mexico ha mostrato un altro fronte della stessa pressione giudiziaria. Lì la questione riguardava la protezione dei minori da predatori sessuali e il comportamento di Meta di fronte ai rischi emersi sulle proprie piattaforme. La giuria ha stabilito una responsabilità molto pesante, con una sanzione da 375 milioni di dollari e l’accusa di violazione consapevole delle leggi statali a tutela dei consumatori.
Per Meta, quindi, il tema non è soltanto reputazionale. È economico e legale. Se la responsabilità delle piattaforme venisse valutata a partire da come sono costruite, e non solo da ciò che gli utenti vi pubblicano, l’intero modello dei social entrerebbe in un territorio molto più complesso.
Fonte: Reuters


