Ottomila persone fuori, altre 6.000 posizioni aperte che non verranno riempite. Meta ha annunciato ieri il taglio del 10% della propria forza lavoro con un memo interno, notificando ai dipendenti interessati che riceveranno la comunicazione il 20 maggio, con sedici settimane di stipendio base più due per ogni anno di anzianità come liquidazione negli Stati Uniti (i pacchetti altrove saranno diversi).
Mark Zuckerberg sta riorganizzando l’azienda attorno all’intelligenza artificiale, in una corsa feroce contro OpenAI, Google e Anthropic. Dice di voler costruire prodotti social basati su una “superintelligenza personale” che miliardi di persone incorporino nella vita quotidiana.
L’azienda parla di efficienza. I numeri dicono che è in corso uno spostamento del capitale dal lavoro umano all’infrastruttura di calcolo.
I numeri della scommessa
Meta prevede di spendere fino a 135 miliardi di dollari quest’anno in investimenti di capitale, quasi il doppio dei 72 miliardi del 2024, con un aumento di almeno il 60% rispetto allo scorso anno.
Oltre 70 miliardi sono già finiti in data center, semiconduttori e proprietà immobiliari per sostenere l’infrastruttura. A questo si aggiunge la campagna acquisti sui ricercatori: 14,3 miliardi di dollari investiti in Scale AI, con l’amministratore delegato Alexandr Wang trasferito a Meta a guidare un nuovo laboratorio sulla superintelligenza.
Il problema, per gli investitori, è che questa spesa sta mangiando i margini. Il flusso di cassa libero è la quantità di denaro contante che rimane a un’azienda dopo aver pagato tutte le spese operative e aver effettuato gli investimenti necessari in attività fisse (come macchinari o immobili). È il “portafoglio” reale dell’azienda, quello che può essere usato per premiare gli azionisti, ridurre i debiti o espandersi ulteriormente.
Ebbene, quello di Meta è previsto in calo dell’83% anno su anno. È un crollo che spiega perché i tagli arrivano proprio ora: non sono una decisione operativa isolata, sono la contropartita finanziaria necessaria a sostenere la scommessa infrastrutturale.
Meta ammette di essere rimasta indietro sullo sviluppo dei modelli fondamentali. E per recuperare ha scelto la via più costosa: comprare talento e costruire capacità di calcolo a peso d’oro. Qualcuno quella spesa deve pagarla, e i tagli indicano chi.
Il settore si “riallinea”
Quello di Meta però non è un caso isolato. Microsoft giovedì ha offerto uscite incentivate al 7% della forza lavoro. Amazon prevede circa 16.000 licenziamenti quest’anno come parte di una ristrutturazione legata agli investimenti in IA. Block, la società madre di Square e Cash App, taglierà circa 4.000 persone, metà dei suoi dipendenti. Salesforce ha comunicato circa 1.000 uscite collegate all’automazione via IA. Snap ha tagliato circa 1.000 posizioni, il 16% del totale.
Tutte aziende diverse, per dimensione, modello di business, esposizione all’IA. Ma il pattern è comune: riallocare capitale dal lavoro umano all’infrastruttura di calcolo. I tagli oggi finanziano la promessa che domani servirà meno lavoro umano. “Stiamo iniziando a vedere progetti che in passato richiedevano grandi squadre ora realizzati da una sola persona molto talentuosa”, ha detto Zuckerberg agli investitori a gennaio.
Una dichiarazione che gli azionisti hanno imparato a leggere come una promessa di ulteriori riduzioni dei costi. E che, letta dalla parte dei dipendenti, suona piuttosto come una minaccia.
Il cerchio di Meta si chiude sui dipendenti
L’azienda ha iniziato a includere l’uso dell’IA nelle valutazioni di performance. A marzo ha organizzato una “Settimana dell’IA” per insegnare ai dipendenti come usare gli agenti. Tradotto: se non la usi, o la usi poco, lo paghi in busta paga o con il posto.
Poi c’è l’ultimo tassello. Come abbiamo scritto ieri, Meta ha iniziato a installare sui computer di parte dei dipendenti americani un software, il Model Capability Initiative, che registra clic, battute sulla tastiera e istantanee dello schermo. L’obiettivo ufficiale è addestrare i modelli di IA mostrando loro “esempi reali” di come le persone usano un computer.
Messi in fila, i tre passaggi disegnano un circuito chiuso. Primo: insegnano ai dipendenti a usare l’IA. Secondo: li obbligano a farlo. Terzo: li osservano mentre la usano, e coi dati così ottenuti costruiscono gli agenti che, nella visione dichiarata del CEO, renderanno superflua una parte del lavoro umano. Nel frattempo, licenziano 8.000 persone per finanziare questo progetto.
Cosa resta dell'”anno dell’efficienza”
Nel 2023 Zuckerberg aveva dichiarato l'”anno dell’efficienza”, promettendo di tagliare “manager che gestiscono manager”. Meta eliminò allora più di 20.000 persone, parte di una stretta generalizzata in tutta l’industria tecnologica. Sembrava una parentesi, la correzione di un’assunzione eccessiva durante i lockdown. Invece era l’inizio di un nuovo corso.
I tagli annunciati giovedì portano a quasi 30.000 le uscite cumulative dal 2022. La “superintelligenza personale” dichiarata come orizzonte di prodotto ha un corrispettivo interno molto più prosaico: una forza lavoro che si contrae mentre la spesa in infrastruttura esplode.
È il riallineamento strutturale del capitalismo digitale alla scommessa sull’IA, e Meta ne è soltanto il caso più visibile di questa settimana. Resta da chiedersi una cosa: se la scommessa di Meta sull’IA non dovesse mantenere le promesse, chi pagherà il conto dei suoi investimenti? Finora, infatti, Zuckerberg non è riuscito a impensierire né Altman, né Amodei, e se la gioca nelle retrovie insieme a Elon Musk.
La risposta è che per ora lo stanno pagando i dipendenti. In anticipo.
Fonti: The New York Times, Axios


